Gramsci e la scienza

 

Giorgio Baratta

 

Gramsci e la scienza (a cura di Marina Paladini Musitelli, Trieste, Istituto Gramsci del Friuli Venezia Giulia, 2008, pp. 148) è un libro importante. Occorre farlo conoscere, discuterlo, fare in modo che il suo «argomento», puntualmente precisato nel sottotitolo (Storicità e attualità delle Note gramsciane sulla scienza), costituisca uno degli elementi di punta della nuova stagione di studi che, finalmente anche in Italia, si è aperta con «l’anno gramsciano» 2007. A Marina Paladini, docente di letteratura italiana, direttrice dell’Istituto Gramsci e del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani di Trieste, co-organizzatore del Convegno che ha originato il volume, va il merito di averne impostato in modo organico e costruttivo, come si evince dall’Introduzione, il significato. Punto di partenza e leit-motiv del suo intervento è il rilievo che Paladini dà alle note Q 4, 71 e Q 4, 72, ove Gramsci denuncia tra gli scienziati stessi, gli intellettuali, i giornalisti, il senso comune, la scuola, una carenza di adeguata «mentalità scientifica», che ben si sposa con la «più superficiale infatuazione per la scienza». Paladini mostra poi la presenza forte della riflessione sulla scienza, in particolare sulla «scienza sperimentale», nella prima elaborazione filosofica (Appunti di filosofia) dei Quaderni 4, 7 e 8 (che confluisce nei Quaderni 10 e 11). Riprende poi la battaglia su due fronti che Gramsci conduce, discutendo del Congresso di Storia delle scienze a Londra nell’estate 1931, per un verso contro la forma «triviale e acritica» che Bucharin, a capo di una folta delegazione sovietica, avrebbe proposto sulla questione dell’oggettività del mondo esterno e della scienza medesima, per altro verso contro l’interpretazione soggettiva e idealistica della rivoluzione scientifica primonovecentesca. Infine, con riferimento anche a una linea di pensiero epistemologico da Popper a Kuhn, Paladini invita a discutere la modalità originale con cui Gramsci mette in relazione la «legittima universalità» della verità scientifica con la sua «socialità», con «la possibilità cioè di sottoporla al controllo di una comunità scientifica sempre più “universale”».

Antonio Di Meo, autore di una relazione a tutto tondo, che copre l’arco sia della storicità che della attualità delle note gramsciane sulla scienza, traduce la «socialità» di cui parla Paladini con una categoria tipicamente fenomenologica: l’«intersoggettività». «L’intersoggettività più universale possibile» (che quindi relativizza il concetto stesso di universalità) appare a De Meo, in termini gramsciani, quale «esito possibile di un lungo processo storico, di una lotta di egemonie, una delle cui poste può anche essere la generalizzazione e la universalizzazione del lavoro concepito alla stregua del metodo sperimentale delle scienze». Approfondimento ed estensione dell’intersoggettività scientifica risultano una componente non secondaria del peculiare senso comune comunista che Gramsci vede all’orizzonte del processo storico: la «unificazione culturale dell’umanità». Questa «posizione di Gramsci» – conclude De Meo – «può essere definita contemporaneamente democratica e “moralmente galileiana”» (p. 143).

Può apparire singolare l’accostamento proposto da De Meo. Può essere messo in relazione con il pamphlet postumo di Said, tradotto da Il Saggiatore, Umanesimo e critica democratica, rispetto al quale la morale epistemologica o epistemologia morale di Galilei può esprimere l’ineludibile accento scientifico del «nuovo umanesimo planetario», nel senso di Gramsci e di Said. A tale proposito va messa in evidenza l’energia con la quale De Meo, rispetto al «modo nuovo di considerare la conoscenza oggettiva del mondo offerta dalla scienza anche alle classi subalterne», ribadisce come «le posizioni di Gramsci, contemporaneamente “ortodosse” e innovative – sembra paradossale – trovarono una eco debole nel marxismo teorico italiano, anche in quello successivo» (p. 146). Tutto da rifare, quindi, anzi… da fare? La democrazia galileiana, di cui ci parla De Meo, è il risultato di un percorso articolato della sua relazione, che prende avvio dal ben diverso e tuttavia interessante galileismo del fascista Antonio Garbasso, uno degli ideatori della I Esposizione nazionale di storia della scienza a Firenze nel 1929 (anno del Concordato in Italia e del lancio da parte di Stalin della battaglia sulla «partiticità» della scienza e della filosofia). A proposito della Esposizione Gramsci non cita Garbasso, ma bolla «il discorso» del neotomista «padre Gemelli che è segno dei tempi per vedere la baldanza che hanno assunto questi fratacci» (Q 14, 38, 1696). De Meo ricorda come Gramsci lottasse strenuamente contro il «blocco» che poteva assumere la concordanza tra il «realismo tomista», il «senso comune delle masse» e il «materialismo volgare» alla Bucharin (di cui sarebbero presenti tracce in Lenin).

In una direzione complessivamente opposta a quella di De Meo, Andrea Catone pone in evidenza certe forzature (già rilevate da Gerratana) che nei confronti di Bucharin fa Gramsci, il quale nemmeno si scomoda di distinguere la posizione di Bucharin al Congresso di Londra rispetto al tanto criticato Manuale. Sorprende comunque come Catone, finissimo conoscitore sia di Gramsci che della filosofia sovietica, abbia presentato a Trieste una relazione che De Meo potrebbe qualificare come «filosofia normativa» per una «battaglia ideologica senza quartiere», la quale finisce per «regredire» al Timpanaro (tanto di cappello, ovviamente!) critico del presunto soggettivismo-idealismo di Gramsci…

Lo spazio ci consente purtroppo solo di citare la preziosa relazione del fisico Pietro Greco, che apprezza il «realismo inter-soggettivo» di Gramsci; la suggestiva comparazione svolta da Giuseppe Cospito di Gramsci e Russell, «accomunati dalla volontà di fuoriuscire dalle rigide dicotomie tra materialismo ed idealismo»; infine il complesso variegato intervento di Silvano Tagliagambe, di cui Critica marxistaha recentemente pubblicato un articolato saggio su temi affini che concernono «Gramsci, la modernità e la scienza».