Il sarcasmo e l'ironia di una poetica del pensiero critico
Il sintetico e insofferente alla retorica Labriola a confronto con il dialogante
Gramsci.

In un volume collettivo, le opere di due autori attraverso l'analisi del loro stile di scrittura


Guido Liguori


Che Gramsci sia uno degli autori principali della letteratura italiana del Novecento non è affermazione nuova. La sua prosa - in particolare quella delle Lettere dal carcere - è stata oggetto di apprezzamento e di analisi da molto tempo, fin da quando la celebre raccolta di missive vinse, nel 1947, il premio Viareggio. La scrittura di Antonio Labriola, invece, ha dovuto faticare maggiormente per conquistare la considerazione degli esperti. Piace ricordare come sia stato un grande studioso marxista da non molto scomparso, Nicola Badaloni, a richiamare l'attenzione forse per primo (se si fa eccezione per il precedente illustre di Benedetto Croce) sul livello alto della prosa di Labriola. A Labriola e a Gramsci, alla loro specifica scrittura, è dedicato ora un bel volume curato da Lea Durante e Pasquale Voza, intitolato La prosa del comunismo critico. Labriola e Gramsci (Palomar, pp. 339, euro 27).

Già il titolo lascia intendere quel che molti dei contributi raccolti illustrano da molteplici punti di vista: la forma della scrittura di questi due autori fa tutt'uno non solo con le modalità «dialogiche» del loro pensare, ben al di là del «passeggiare conversando», che pure a entrambi fu caro, ma col fatto stesso - come afferma Voza - che essi sono tra i marxisti che più si sono discostati da una visione meccanicistica ed economicistica del marxismo. La loro consapevolezza espressiva - nota Pasquale Guaragnella - deriva da una «acuta consapevolezza linguistica»: per un filosofo come Labriola, ad esempio, «il quale riteneva che l'ideologia e la scienza non fossero semplici "casualità espressive", la rappresentazione del nuovo poteva realizzarsi solo attraverso una complessa retorica». Non a caso l'ironia, l'autoironia, l'umorismo sono nella sua scrittura e nel suo modo d'essere, non meno che in quelli di Gramsci, anche se costui preferisce teorizzare il «sarcasmo». Le lettere di Labriola, nota Stefano Miccolis, curatore della nuova, raffinata edizione del Carteggio presso Bibliopolis, sono scritte con uno stile «incisivo, asciutto, essenziale, del tutto privo di svolazzi retorici». Vi è in lui - secondo Marzio Zanantoni - la piena consapevolezza che si debba dare vita a una forma nazionale nuova per «la storia materialisticamente narrata».
La scrittura di Gramsci anche e ancora di più costituisce, un modello da studiare e meditare. Il Gramsci cronista a Torino innanzitutto, in quello specifico contesto culturale e politico mirabilmente reso da Angelo d'Orsi, per il quale la quotidiana fatica giornalistica del giovane sardo, «abbandonando il livello della propaganda di partito, è in primo luogo strumento di conoscenza e di analisi della realtà». Senza trascurare di innovare la comunicazione, grazie - spiega Marina Paladini Musitelli - a una scrittura ricca di metafore, con una attenzione sempre viva al significato originario delle parole: il tutto «si traduce in una vivacità lessicale rara nel panorama della scrittura contemporanea e in una interessante propensione a far giocare tra loro vecchi e nuovi significati delle parole». Per combattere le frasi fatte, i pensieri convenzionali, il senso comune ossificato.
Non meno attira l'attenzione il Gramsci del carcere, anche sotto l'aspetto stilistico. Come nel ricco contributo di Lea Durante sull'epistolario. Vi è - nota Durante - una «"divisione del lavoro" tra Lettere e Quaderni: le parole, infatti, vengono usate nelle prime in una forma estremamente fluida e movimentata», mentre alla prova dei Quaderni esse «giungono selezionate, ricalibrate... spesso arricchite di una carica semantica nuova». Riprendendo Fortini, anche Giorgio Baratta sottolinea la differenza fra le due «opere» carcerarie, distinguendo l'«identità prosastica dei Quaderni da una identità poetica, per lo meno parziale, delle Lettere». Quaderni che contengono tante forme diverse di scrittura, generi e tipologie diversissimi, tanto da poter far parlare Raul Mordenti di «opera mondo», sia pure in un'accezione particolare. Un'opera vicina a quella di tanti classici del '900, per l'intrinseca incompiutezza, e caratterizzata per Mordenti da un doppio movimento contraddittorio: da una parte la tensione alla totalità (del progetto), dall'altra «l'irriducibile frantumazione» della scrittura, che riflette un mondo.

Completano questo bel libro su Labriola e Gramsci anche contributi più incentrati sulle loro categorie di pensiero, magari a partire da «parole-chiave», indicative di tutto un orizzonte teorico. Un'espressione su tutte: filosofia della praxis, tanto centrale nella tradizione del marxismo italiano. Sulla filosofia della praxis di Labriola e Gramsci si interrogano e danno contributi rilevanti, anche se tutt'altro che univoci, studiosi come Roberto Finelli, Fabio Frosini, Silvio Suppa. Ma interessanti sono anche le riflessioni di Bruno Brunetti e Laura Mitarotondo sulle letture gramsciane di Machiavelli, o il contributo di Raffaele Cavalluzzi su alcuni momenti della formazione di Labriola, sulla sua attenzione a certe forme della morale e alla religione, che verrà ridimensionata, ma forse non fatta del tutto tacere, nel periodo marxista.