Gramsci in Calabria

 

di Mario Greco

 

 

Il 9 maggio, presso l’Aula Magna dell’Università della Calabria, organizzato dalla Facoltà di Lettere e Filosofia e dalla sezione italiana dell’International Gramsci Society (IGS Italia), si è svolto il convegno internazionale 1937-2007 Gramsci nel suo tempo, Gramsci nel nostro tempo. Dopo i saluti del rettore Giovanni Latorre e una breve introduzione di Guido Liguori sulla figura di Gramsci e sui motivi della sua persistente fortuna nel mondo contemporaneo, hanno avuto inizio le relazioni e gli interventi, in parte dedicati ad alcune delle categorie e dei motivi gramsciani più studiati oggi; in parte ad aspetti e temi della diffusione del pensiero di Gramsci in contesti e aree geoculturali tanto diversificate; a volte tenendo insieme e incrociando entrambe queste prospettive.

Joseph Buttigieg – che insegna presso l’università statunitense di Notre Dame ed è Presidente della International Gramsci Society – si è soffermato sulla presenza di Gramsci in tre campi di studi largamente diffusi nel mondo anglofono: i cultural studies, i subaltern studies e quella corrente di political science che fa capo al Center for Civil Society della London School of economics. In tutte e tre queste aree si ha una scarsa comprensione di uno dei concetti centrali dei Quaderni, il concetto di «Stato integrale». La complessità delle relazioni tra lo «Stato» – nel senso liberale classico del termine – e la società civile non può essere compresa senza considerare i processi con cui la società politica (lo «Stato») esercita la propria influenza sulla società civile. In altre parole, seguendo Gramsci, ciò significa una critica a quelle forme di analisi culturale e politica che si basano sull’opposizione binaria Stato/società civile. Fortunato Cacciatore (Università della Calabria), nella sua relazione su Egemonia, subalterni, «nuovi movimenti sociali», ha tentato di articolare, a partire dalla lettura dei Quaderni, i problemi dell’egemonia e dell’ideologia con la critica radicale rivolta da Gramsci al determinismo teleologico di alcune teorie-pratiche filosofico-storiograficheeconomismo», ma non solo) e, dunque, con l’analisi e la comprensione dialettica dell’evenemenzialità, per dirla in una sola parola, delle dinamiche politiche. Inoltre, il relatore ha fatto interagire tali questioni, evitando ogni superficiale attualizzazione, con la ricezione del pensiero gramsciano nella sfera dei Cultural Studies e dei Subaltern Studies.

Alasteir Davidson (Università di Wollongon, decano degli studi gramsciani in Australia) ha affrontato il tema del rapporto fra Stuart Hall e il concetto di senso comune, con cui il celebre decano dei Cultural Studies di Birmingham ha analizzare criticamente il thatcherismo in Inghilterra. L’uso fatto da Hall della nozione di senso comune è molto fine, benché desunta da una conoscenza dei testi limitata. La Thatcher, per Hall, ha saputo trasformare il senso comune britannico operando una rivoluzione passiva neoconservatrice, ridefinendo l’identità delle masse (del ceto medio) in senso conservatore. Meno soddisfacenti sono i riferimenti di Hall alla storia. Per completare la comprensione del suo approccio a Gramsci occorre la conoscenza del background di storici e intellettuali con cui è stato in relazione, tra cui C. Hill, Williams, Thompson. Carlos Nelson Coutinho (dell’Università federale di Rio de Janeiro) si è interrogato sull’universalismo di Gramsci, affermando che sarebbe un errore pensare che la fondamentale categoria gramsciana di «Occidente» si riferisca solo al Nord del mondo. Anche nel Sud del mondo vi sono paesi diventati «occidentali»: un Occidente tardivo o periferico, ma che ne possiede oggi gli stessi caratteri fondamentali di modernità. Tra questi paesi si possono menzionare il Brasile, l’Argentina, altri paesi dell’America latina. Gramsci dimostra che la distinzione Occidente-Oriente non è solo sincronica, ma anche diacronica. Questo spiega la crescente universalità non solo teorica, ma anche geografica dell’influenza del comunista sardo.

Molto vivace e apprezzato dal pubblico la relazione di Angelo d’Orsi (Università di Torino), per il quale il periodo torinese di Antonio Gramsci – dall’ottobre 1911 al maggio 1922 – risulta decisiva per la sua formazione intellettuale e politica, tra l’inconcluso, ma tutt’altro che inconcludente «garzonato universitario» nel locale ateneo, l’esperienza dell’apprendistato politico presso la sezione del Partito Socialista, e, non ultimo, l’incontro con il mondo della fabbrica, che significa la «civiltà dei produttori», ma anche gli operai, «uomini in carne ed ossa». La naturale serietà del giovane Gramsci giunto ventenne dalla Sardegna si coniuga perfettamente con il genius loci, e un po’ alla volta quella Torino che gli era parsa fredda e ostile diventa una città d’elezione, che, nell’immediato dopoguerra, gli appare «la Pietrogrado d’Italia», centro propulsore di una possibile rivoluzione italiana, dove i Consigli di fabbrica «traducono» i soviet. L’aspirazione del comunismo è legata strettamente alla costruzione, qui e ora, della «democrazia operaia»: la fabbrica luogo fisico, economico e organizzativo della produzione industriale, è anche il cuore della società, centro del contropotere proletario. Le cose andranno altrimenti: invece che guidare una rivoluzione, Gramsci dovrà gestire una sconfitta davanti a una controrivoluzione vittoriosa. La sua riflessione successiva, specie quella carceraria, sarà un’approfondita meditazione sul tema.

Tornando a tematiche più propriamente teorico-politiche, Silvio Suppa (dell’Università di Bari), analizzando i concetti di internazionalismo e cosmopolitismo, ha suggerito una rilettura di Gramsci a partire dal rifiuto della tesi di un supposto corpo teorico e politico gramsciano unitario o sistematico. «Cosmopolitismo» e «internazionalismo» sono categorie differenziate negli anni degli scritti giovanili, rispetto a quelli del biennio rosso, e fino alla stagione carceraria. L’asse fondamentale è nel rapporto fra cosmopolitismo e debole senso della nazione, tipico della tradizione italiana. Viceversa, l’internazionalismo si riferisce a una sfera d’impegno politico determinato e a una dimensione della politica impossibile fuori dalla coscienza dello Stato e della nazione. Questa differenza tuttavia non è sempre così netta, rivelandosi lo stesso Gramsci un intellettuale di tipo cosmopolita, e facendo egli ricorso a un internazionalismo fortemente influenzato dalle valenze politico-ideologiche del discorso sull’ordine internazionale. Paola de Sanctis Ricciardone  (Università della Calabria) è intervenuta sulla trattazione della questione islamica nel Quaderni. Le note sull’Islam in particolare (quattro importanti, più altre piccole notazioni sparse) affrontano temi che proprio nei tardi anni 70 dello scorso secolo cominciavano a imporsi, soprattutto in Iran, con nuova enfasi: il tema delle diverse strategie – anche nazionali – alla «modernizzazione» nel mondo musulmano, il tema del «ritorno alle origini» coraniche come chiave di riscatto in funzione anticoloniale e antioccidentale, il tema dell’autorità religiosa e politica, il tema dell’integralismo; temi che Gramsci rintracciò, in parallelo, anche nella storia della Chiesa Cattolica «cosmopolita» come risposta all’eresia nazionale italiana. Oggi, nell’era della globalizzazione, delle diaspore e dell’ipercomunicazione, assistiamo addirittura a una spirale inflattiva delle istanze ultraordodosse, che, secondo alcuni antropologi contemporanei, servono proprio ad attuare strategie forti di autolegittimazione, essendo entrati in crisi i principi tradizionali che regolavano il sistemi locali di riconoscimento dell’autorità religiosa.

Altri relatori si sono quindi soffermati sul tema specifico del rapporto di Gramsci con un autore determinato. Nel suo contributo Robertino Ghiringhelli (Università cattolica di Milano) non si è limitato a considerare il rapporto Gramsci-Cattaneo attraverso le citazioni dirette nei Quaderni come la storiografia cattaneana è stata solita fare, ma prendendo spunto da un’intuizione di Norberto Bobbio ha posto in correlazione i concetti di egemonia di classe o gruppo dirigente, cultura politica, giornalismo, società civile, subalterno, teoria e scienza politica, scienza e pratica, che rappresentano i caratteri salienti del pensiero di entrambi. In quest’ottica il relatore ha ricostruito la «sfortuna» per lungo tempo delle loro dottrine e l’uso ideologico e politico di maniera fattone. Infine, Gramsci e Cattaneo sono stati tratteggiati come intellettuali «nuovi» per i loro tempi, che danno dignità di categoria politica e di laboratorio di idee alla Milano della borghesia industriale risorgimentale e alla Torino della nascente industrializzazione e dell’antitesi di classe. Luigi Punzo (Università di Cassino) ha ripercorso il rapporto Gramsci a Labriola, a lungo influenzato dalla lettura dei Quaderni proposta da Togliatti. La linea «continuista» da lui individuata nel tentativo di immettere il marxismo all’interno della cultura italiana (De Sanctis, Labriola, Gramsci) è stata a lungo egemone e ha condizionato l’interpretazione di ambedue i pensatori. Un ripensamento di quel rapporto può essere indubbiamente utile, anche in sede storiografica, per un approfondimento delle specifiche peculiarità del marxismo dei due autori. L’autonomia e autosufficienza della filosofia della praxis e il tentativo di dare una base scientifica al materialismo storico sono le acquisizioni che Gramsci riconosce al marxismo di Labriola. Ma gli elementi di analisi comuni e le eventuali differenze devono scaturire dal confronto su temi specifici, come ad esempio l’interpretazione del rapporto tra struttura e soprastruttura.

. Giuseppe Spadafora (Università della Calabria) si è soffermato sulle interpretazioni pedagogiche di Gramsci, mettendo in rilievo come tali riflessioni siano state un momento importante del dibattito pedagogico in Italia soprattutto fra gli anni settanta e ottanta. Chiara Meta (Università della Calabria), infine, ha presentato un confronto fra Gramsci e Dewey, accomunati dall’aver fatto del nesso politica-cultura-pedagogia uno  degli assi portanti della loro riflessione. Attraverso una lettura comparata di alcuni luoghi teorici della riflessione gramsciana, in particolare il  Quaderno 12,   e di  Democrazia ed Educazione di Dewey, Meta ha sottolineato come la pedagogia abbia per entrambi i pensatori un significato «pervasivo», non limitato al semplice ambito scolastico: intesa come bildung, formazione globale dell’individuo, essa diviene centro del progetto politico, elemento essenziale del suo completamento. Conseguentemente se è vero che la scuola connette l’individuo all’ideologia «dominante», nella prospettiva deontologica gramsciana e deweyana essa deve divenire da meramente «produttrice», e quindi volta a immettere immediatamente il singolo all’interno del processo produttivo, «governante», volta cioè a formare il cittadino in modo integrale, tramite un processo di unificazione teorico e pratico.

Infine, non è mancata una panoramica, storica e geografica, sui percorsi della conoscenza e della diffusione del pensiero di Gramsci. Francesca Chiarotto (Università di Torino) ha rievocato la prima «scoperta» dell’intellettuale sardo nel dopoguerra: le Lettere dal carcere, pubblicate nel 1947, hanno rappresentato il momento essenziale della scoperta italiana della figura di Gramsci. La ricezione fu, nel complesso, straordinariamente favorevole e consentì la conoscenza soprattutto dell’uomo Gramsci, la cui statura morale tutti, a prescindere dalle personali posizioni ideologiche, furono costretti a riconoscere. A questa prima conoscenza seguì, dall’anno successivo, con la pubblicazione del primo dei volumi dell’edizione tematica dei Quaderni (che si succederanno regolarmente fino al 1951), quella più complessa ma al contempo più duratura del pensatore, che si caratterizza per la sua originalità e indipendenza. La «fortuna» di Gramsci, alla lunga, finirà per prescindere dalle concrete situazioni politiche, e diventerà quella che merita un autentico, grande «classico» del pensiero. Kathleen Weekley, della La Trobe University (Melbourne, Australia), ha tracciato un quadro di grande interesse sulla storia della fortuna gramsciana nel suo paese. Il nome di Gramsci in Australia è arrivato con le prime ondate di rifugiati italiani antifascisti negli anni 30. La forte emigrazione italiana, che continuò fino agli anni 80, assicurò il continuo aggiornamento del dibattito, in collegamento con la ricerca che veniva portata avanti nel nostro paese. Lo studio di Gramsci teorico fra gli studiosi di lingua inglese prese spunto dalla svolta del partito comunista australiano, che lo portò vicino ai capisaldi teorici della togliattiana «via italiana al socialismo», nel 1965. La prima monografia su Gramsci in Australia fu pubblicato nel ’67, firmata da Alastair Davidson, ed ebbe un grande successo soprattutto nel movimento studentesco. Le idee di Gramsci teorico dei consigli influenzarono anche il movimento sindacale e si registrarono molti convegni, congressi, pubblicazioni. Dopo il periodo di secca degli anni 80 e 90, un nuovo revival si ha oggi, grazie ai Cultural Studies e con fondazione della Igs Asia-Pacific. Andrea Teixeira (Università federale di Rio de Janeiro) ha parlato della ricezione di Gramsci in Brasile: dopo la pubblicazione dell’edizione tematica dei Quaderni del carcere alla fine degli anni 60 si ebbe una forte ripresa di interesse per Gramsci a partire dagli anni 70, culminata con una nuova edizione brasiliana non solo dei Quaderni in 6 volumi, ma anche di una folta scelta di scritti precarcerari e con l’edizione completa Lettere dal carcere. Questa più recente edizione dei Quaderni è una originale edizione tematico-critica, che pubblica i «quaderni speciali» nell’ordine dell’edizione Gerratana e i paragrafi che trattano dei testi relativi ai «quaderni speciali» contenuti anche negli altri quaderni.

Il giorno seguente, il convegno si è trasferito a Plataci, piccolo paese calabro-albanese nell’alto Ionio. Le ricerche condotte nell’ultimo quindicennio da Mario Brunetti hanno dimostrato – documenti alla mano – che da qui vengono gli antenati di Antonio Gramsci, trasferitisi in Italia dall’Albania per cercare protezione – come molti loro compatrioti – dalla dominazione ottomana nel XV secolo (Plataci fu fondata intorno al 1486). Come Brunetti stesso ha illustrato agli studiosi italiani e stranieri nel corso di un incontro in Municipio, sono stati ritrovati documenti di archivio che dimostrano l’esistenza di un nutrito numero di Gramsci (con le varianti Gramisci e Gramesci) in Plataci già nel ‘700 e inizio ‘800 (prima comunque dell’erronea data del 1821 che si trova in una lettera di Gramsci in merito al trasferimento in Italia dei suoi antenati). Si è riusciti anche a ricostruire – sempre col ritrovamento di documenti d’archivio di vario tipo – il susseguirsi delle generazioni e il trasferimento del nonno Gennaro (lo stesso nome del fratello maggiore di Antonio) a Gaeta, dove nacque Francesco, il padre di Nino. I convegnisti, accolti dalle autorità locali, hanno visitato il centro culturale intitolato al pensatore marxista e hanno ammirato le bellezze urbanistiche e paesaggistiche del piccolo centro. La visita si è concluso con il comune auspicio di un collegamento stabile tra le strutture del luogo e gli studiosi di Gramsci della IGS e dell’Università di Cosenza. Un Gramsci quindi non solo sardo, non semplicemente italiano ma, potremmo dire, espressione di diverse culture del Mediterraneo. O più in generale – per dirla con altre parole, quelle del grande storico Eric J. Hobsbawm, evocatrici della riflessione gramsciana sulla questione meridionale e sul rapporto città-campagna – uno dei più bei doni che «la campagna» abbia mai fatto alla «città».