Dialogo tra Gramsci e Benjamin.

 

di Costanza Orlandi

 

Il 20 e 21 giugno si è svolto a Napoli un convegno di studio dal titolo “Dialoghi del carcere – Gramsci incontra Benjamin”. All’organizzazione della manifestazione, patrocinata dalle istituzioni locali, hanno partecipato congiuntamente i due atenei napoletani (“L’Orientale” e “Federico II”), l’Università di Osnabrück, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Immaginare l’Europa (Network of Institutes, Libraries and Research Centers) e la sezione italiana dell’International Gramsci Society.

Nell’intenzione degli ideatori, Giorgio Baratta, Klaus Garber e Lothar Knapp, il titolo scelto per il convegno rispecchiava l’intento di accostare, in forma di una sorta di “dialogo immaginario”, da una parte la “voce” di Antonio Gramsci e dall’altra quella di un altro pensatore del Novecento che come l’autore dei Quaderni del carcere potesse aiutarci a riflettere sugli aspetti caratterizzanti la cultura europea del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle: nel suo rapporto sia con le epoche passate sia con quello che oggi molti definiscono “postmoderno”. Per questo incontro si è pensato a Benjamin, ma come è emerso nel corso degli interventi e delle discussioni si potrebbe ripetere un’esperienza analoga con altri pensatori quali Brecht, Sartre o Bachtin.

Dopo i saluti del prorettore dell’Università “L’Orientale” di Napoli, l’incontro si è aperto con una sessione introduttiva dedicata a “L’eredità del moderno: Rinascimento e Barocco”.  Renata Viti Cavalieri (Università di Napoli “Federico II”) ha aperto i lavori del convegno ricordando la necessità di riflettere sulle basi filosofiche dell’Europa. In questa prospettiva l’”incontro” – termine che richiama almeno in parte un’idea di casualità – tra Gramsci e Benjamin ci spinge ad evidenziare i tratti comuni delle due figure, la cui vita è stata indelebilmente segnata dalla coerenza del loro pensiero. Entrambi hanno saputo guardare alla storia non solo in termini di un’analisi strettamente economica o politica, ma avendo sempre presente una più ampia idea di humanitas.

Giorgio Baratta ha spiegato come l’idea dei “dialoghi del carcere” sia nata dalla natura fortemente “dialogica” dell’impianto dei Quaderni del carcere. È già a partire dalla forma quindi, così lontana dall’opera monografica, che il pensiero gramsciano promuoverebbe un metodo comparativo che lo “traghetta” da un secolo all’altro. Chiuso nella sua cella, Gramsci fa del carcere un osservatorio: l’isolamento è ciò che mette il prigioniero nella particolare prospettiva di “ricordare il futuro”, proiettandosi così in una dimensione artificiale che non avrebbe potuto vivere in libertà.

L’ultima osservazione di Baratta riguarda la scelta della sede: la città di Napoli. Sia Gramsci che Benjamin si sono interrogati sulla complessa natura della città italiana, parlando rispettivamente del “mistero di Napoli” o del suo “cerchio magico”.

Purtroppo Klaus Garber non è potuto essere presente al convegno, ma è comunque stata resa nota la sua relazione incentrata sul concetto di “barocco” nella costituzione dell’idea di moderno in Benjamin. L’Europa attuale, nella sua definizione ancora in fieri, avrebbe molto da attingere dall’eredità filosofica benjaminiana. Il lascito dell’autore del Passagen-Werk supererebbe infatti in forza teorica il pessimismo storico postmoderno, perché riesce a catalizzare ancora un’energia potenzialmente in grado di far saltare il continuo catastrofico della storia.

l tema della storia e della storiografia è stato ancora il terreno del confronto tra Gramsci e Benjamin presentato da Lothar Knapp. L’accostamento dei due autori ha preso le mosse dalla constatazione dei tratti comuni che il relatore ha individuato nella definizione di fasi storiche e nella visione della storia non concepita come evoluzione lineare. Inoltre entrambi gli autori vedrebbero nella “socialità”, cioè nel suo grado di dispiegamento del rapporto tra struttura e sovrastrutture, il criterio per misurare il grado di civiltà di una società,.

Sulla base di queste similitudini Knapp ha ripercorso i momenti salienti della periodizzazione comune a Gramsci e a Benjamin partendo dall’antichità classica, attraverso il Medioevo, il Rinascimento, la Controriforma, la Rivoluzione Francese e il periodo successivo al 1848, approdando infine agli anni ’30 del Novecento in cui si delineerebbe tra i due una differenza sostanziale: per il pensatore italiano rimarrebbe sempre possibile la venuta di una nuova Riforma, mentre questa eventualità rimarrebbe del tutto preclusa per l’autore del Passegenwerk che avverte il presente come catastrofe storica senza via di uscita.

La sessione di studio si è conclusa con Giuseppe Cacciatore che prendendo spunto dai fatti dell’attualità ha sollecitato una riflessione sul tema dell’americanismo in Gramsci, ricordando come già l’autore dei Quaderni fosse pienamente consapevole della complessità del rapporto tra America (del Nord) e “vecchia Europa” e come la sua posizione a riguardo fosse distante sia da un’attrazione incondizionata quanto da un antiamericanismo acritico.

 

La seconda giornata di lavori, ambientata nell’elegante sala del Rettorato dell’Università “L’Orientale”, si è aperta con la sessione “Stato, rivoluzione, società di massa” e con il confronto proposto da Bruno Moroncini tra gli atteggiamenti di Gramsci e di Benjamin di fronte alla macchina. Il primo nelle note sulla “quistione sessuale” e più in generale in tutto il Quaderno 22 vedrebbe nell’industrialismo e nella razionalizzazione una soluzione moralizzatrice all’eccesso di animalismo della civiltà contadina italiana. Sulla base di passi scelti dal Passagen-Werk e dal saggio suBaudelaire del 1939 Moroncini ha ricostruito una sorta di fenomenologia del piacere in Benjamin che mostra un parallelismo tra il gioco d’azzardo e la catena di montaggio.

Sempre il rapporto con l’industrialismo, ma questa volta da una prospettiva più sociologica che filosofica, è stato al centro dell’intervento di Günter Bechtle che ha analizzato la struttura egemonica del capitalismo tedesco nel dopoguerra, caratterizzata da un’ istituzionalizzazione dei conflitti che ha permesso la stabilità economica e sociale della Germania.

Con la crisi del fordismo e il passaggio al cosiddetto “postfordismo” contraddistinto da un paradossale rapporto con la soggettività della forza lavoro, in Germania ci sarebbe stata, da parte di alcuni intellettuali, una ripresa dell’attenzione per il pensiero gramsciano, in particolare relativamente alle categorie di egemonia, rivoluzione passiva, crisi organica, Stato integrale, nonché per la sua originale ricezione delle leggi di tendenza marxiane e del materialismo storico.

Roberto Ciccarelli con il suo intervento ha proposto un tipo di analisi in primo luogo storico-contestuale e poi intertestuale dei due autori, ponendo allo stesso tempo una questione di metodo. Intravedendo infatti la pericolosità di un approccio analogico-comparativo, sollecitato certamente dalla somiglianza di alcuni temi gramsciani e benjaminiani, Ciccarelli è ripartito dall’esperienza della guerra totale per riflettere sulle osservazioni riconducibili al tema dello Stato di eccezione in Benjamin e della crisi in Gramsci.

La comunicazione si è conclusa con un confronto di tipo iconografico tra l’angelo e il centauro, le due allegorie rispettivamente benjaminiana e gramsciana che diventano il simbolo della loro teoria della storia.

La sessione “Linguaggi, arti, culture: traducibilità e dialettica” è stata aperta da Raul Mordenti che ha presentato uno studio sul rapporto tra forma della scrittura sia dei Quaderni del carcere che del Passagen-Werk e la portata rivoluzionaria del pensiero dei due autori.

Secondo Mordenti la forma frammentaria delle due opere – risultato dell’accostamento di note di riflessione e di appunti di citazioni altrui nel caso dei Quaderni; composto da un complicato sistema di rimandi interni nel caso del Passagen-Werk – non è da interpretare come una volontà di rinuncia alla sistematicità, ma come componente essenziale di un pensiero agonista rispetto alla realtà storica, che porta in sé i “germi” della possibile Rivoluzione/Redenzione.

Domenico Jervolino è intervenuto per ricordare che il tema della traduzione, che in Gramsci si sviluppa su percorsi originali, era già presente nella tradizione neoidealistica italiana di Croce e Gentile, anche se con risultati diversi.

In Gramsci la filosofia della praxis risolve i problemi posti dai due filosofi italiani secondo i quali la traduzione si rivelava impossibile (nel caso delle opere artistiche per Croce) o onnipresente (per Gentile).

Ancora il tema della traduzione e della traducibilità è stato al centro della relazione di Fabio Frosini che ricostruendo, Quaderni del carcere alla mano, la riflessione gramsciana sulla traducibilità dei linguaggi scientifici e filosofici, ha osservato come per Gramsci esista una forma radicale di traduzione, presupposta a tutte le altre: la traduzione di filosofia in politica (filosofia della praxis) ovvero il modo in cui gli intellettuali realizzano l’unità di filosofia e senso comune all’interno del proprio contesto linguistico culturale di appartenenza.

Infine Costanza Orlandi ha svolto un’analisi dell’ultimo dei Quaderni del carcere - il 29 - mostrando come in questo venga riassunta la teoria gnoseologica gramsciana che si fonda su un approccio di tipo semantico. La relatrice ha ricondotto questo elemento del pensiero carcerario con la formazione neolinguistica del giovane Gramsci, il cui influsso è ancora presente nei Quaderni del carcere, dovutamente sviluppato ed armonizzato con tradizioni culturali diverse.

Il convegno si è concluso con la proiezione del videosaggio di Giorgio Baratta “New York e il mistero di Napoli. Viaggio nel mondo di Gramsci raccontato da Dario Fo”.