Gramsci e l’egemonia

 

Michele Filippini

 

Nel marasma concettuale che caratterizza la chiacchiera giornalistica (e non solo) su Antonio Gramsci, non può che essere ben accolta la pubblicazione degli atti di un convegno dedicato alla più fortunata e controversa delle sue categorie: l’egemonia. Egemonie (Napoli, Dante & Descartes, 2008, pp. 512) raccoglie i contributi di un convegno organizzato da una serie di dipartimenti e dalle Fondazioni Gramsci di Roma e Torino svoltosi nell’ottobre del 2005 a Napoli e Salerno.

A un primo sguardo la coerenza degli interventi può sembrare blanda, ma se si individuano dei campi tematici, come tenterò di fare, la ricostruzione della fortuna del concetto appare in tutta la sua potenza. È l’Introduzione di Angelo D’Orsi, organizzatore del convegno, a porre i «paletti» del discorso, ricostruendo i diversi significati che «egemonia» ha assunto nella storia del pensiero. Dall’uso greco, hēgemonía, istituto che indicava la preponderanza di una polis sulle altre, alla quale spettava il ruolo di guida, alla scomparsa della parola nel mondo romano, sostituita da principatus. Dalla riemersione carsica nella grande stagione dello storicismo tedesco, da Droysen a Ranke, che la riabilita nell’arena europea del predominio delle potenze, al campo comunista, dove trova una prima fortuna nel revisionismo a cavallo degli ultimi due secoli, andando a identificare una possibile alternativa al problema della dittatura del proletariato in una fase espansiva del capitalismo europeo. Ma è a partire dalla pubblicazione dei Quaderni del carcere di Gramsci che «egemonia» raggiunge un «punto di non ritorno», assurgendo a categoria esplicativa del mondo moderno e finendo per designare ambiti e fenomeni anche molto diversi fra loro. È quindi condivisibile la conclusione di D’Orsi, che rileva come «ormai questo concetto, così come Gramsci ce lo affida, può essere usato anche prescindendo, in un certo senso, da lui. Esso è diventato patrimonio del pensare, mezzo di penetrazione nel reale, e di scomposizione dello stesso a fini di comprensione, prima che di azione» (p. 21).

L’analisi dell’egemonia, così per come si presenta nei Quaderni, è ovviamente il campo tematico più corposo. Il saggio di Francesco Giasi, ad esempio, ricostruisce la lotta interna al PCd’I nei primi anni Venti per l’affermazione della politica delle alleanze con i contadini, mentre si concentrano sull’uso del lemma nei Quaderni i contributi di Giuseppe Vacca, Giuseppe Cospito, Alberto Burgio e Giancarlo Schirru, ognuno con un taglio prospettico particolare. Vacca tende a enfatizzare la discontinuità che la formulazione piena del concetto segna rispetto alla tradizione bolscevica, Cospito e Burgio mettono capo ai molti riferimenti nei Quaderni, analizzando criticamente i nessi con «democrazia», «Stato», «partito», «intellettuali», ecc, ma soprattutto discutendo il rapporto che l’«egemonia» stabilisce tra forza e consenso. Schirru infine, nella sua lettura del concetto, sceglie una prospettiva specifica, quella del retaggio linguistico che ha influenzato Gramsci nel formularlo, sulla scia del fondamentale contributo di Franco Lo Piparo Lingua, intellettuali, egemonia in Gramsci.

Alla ricognizione del dibattito che si è sviluppato sull’«egemonia» gramsciana dal secondo dopoguerra in poi sono dedicati due contributi, entrambi molto precisi nella ricostruzione, quello di Francesca Chiarotto e quello di Guido Liguori. Se il primo ha il merito di gettare luce sul dibattito spesso trascurato dei primi dieci anni (1948-1958), il secondo fa invece i conti con le vere e proprie battaglie teoriche svoltesi negli anni Sessanta e Settanta: dall’uso togliattiano alla lettura di Bobbio, dal rapporto con lo strutturalismo al ritorno alla filologia, dalla cupa stagione degli anni Ottanta agli usi contemporanei in relazione alla globalizzazione.

Un altro campo tematico che si può individuare nel volume è quello che fa riferimento all’uso della parola «egemonia» da parte di altri pensatori, filosofi o politici che si ricollegano in qualche modo all’esperienza gramsciana: Labriola, Croce e Bordiga, in modi diversi e spesso non coerenti con gli scritti gramsciani, parlano infatti di «egemonia». A dire il vero, come sottolinea Luigi Punzo, Antonio Labriola non usa mai la parola in questione, facendo invece riferimento a una campo semantico più ampio che, questo sì, può essere comparato a quello gramsciano di «egemonia». Salvatore Cingari rileva invece come a Croce non fosse estranea la parola, anche se il significato che gli veniva attribuito si discostava da quello gramsciano, andando a identificare una «sfera della cultura». Infine, Gianfranco Borrelli ricostruisce le critiche di Bordiga alla nozione gramsciana di egemonia, intesa come politica delle alleanze portata avanti dal PCI nel secondo dopoguerra.

Due ultimi «gruppi» di contributi possono essere individuati 1) nella lettura di diverse esperienze politico-culturali che hanno assunto le forme dell’egemonia e 2) negli usi contemporanei del concetto all’interno di diverse tradizioni di pensiero. Nel primo gruppo sono presenti il contributo di Marco Gervasoni sulla Francia di Dreyfus a proposito del ruolo dell’intellettuale, quello di Raul Mordenti sul Pci togliattiano e sulla vicenda del Politecnico, quello di Marzio Zanantoni sulla politica culturale della casa editrice Einaudi e quello di Giorgio Carnevali sugli Stati Uniti. Nel secondo gruppo ci sono invece i contributi di Giorgio Baratta sul rapporto Gramsci-Said, quelli di Vittorio Dini e Salvatore Prinzi sull’incontro dell’egemonia con i maggiori critici contemporanei (Arrighi, Negri, Žižek, Laclau), quello di Silvano Belligni sul rapporto del pensiero gramsciano con la scienza politica e quello di Pasquale Voza su egemonia e non-violenza.

Chiude il volume una rassegna di Angelo D’Orsi delle vicende giornalistico-politiche degli ultimi dieci anni, che hanno visto il concetto di egemonia declinato in maniera assai riduttiva per identificare quella «fantomatica» quanto definitivamente tramontata «egemonia della sinistra» sulla cultura italiana.