Un convegno sul concetto di egemonia

 

di Chiara Meta

 

 

Si è svolto a Napoli e Salerno, nei giorni 27-28 ottobre 2005, un convegno sull’egemonia, promosso dell’Istituto italiano per gli studi filosofici (Napoli), dalla Fondazione Istituto Gramsci onlus (Roma) e dalla Fondazione Istituto Piemontese Gramsci (Torino) in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Napoli e del Dipartimento di Sociologia e Scienza della politica dell’Università di Salerno.

Perché un convegno sugli «usi e abusi» dell’egemonia, come recitava il sottotitolo? Innanzitutto perché, come ha sottolineato Angelo d’Orsi nella presentazione del convegno, si tratta di un lemma tra i più usati e conosciuti nel mondo, e di conseguenza il rischio in cui si è spesso incorsi è stato proprio quello dell’abuso. Esso viene ormai utilizzato «senza Gramsci», con una vocazione interpretativa autonoma, e nonostante trovi molteplici applicazioni in diversi contesti di ricerca, ha subito un processo di progressiva «desemantizzazione», che ne ha snaturato il valore euristico, le sue stesse radici, che affondano nella classicità, dove incontriamo una lettura del termine legata sia a una significato militare, «eghemonia» quindi nel senso del dominio esercitato da uno Stato sull’altro, ma anche politico, inteso come direzione e guida etico-morale che il «comandante», o anche il capo politico, deve essere in grado di esercitare, in modo tale da non dover estorcere violentemente il consenso.

Nella storia della lingua italiana, nonostante la presenza della parola sia registrata anche ai primi dell’Ottocento, è Gramsci che fa compiere un salto di qualità. Nella prima relazione presentata al convegno, si è partiti tuttavia dal concetto di egemonia in Labriola; La parola in Labriola non compare, ma il concetto è deducibile dal contesto, ad esempio quando egli, ad esempio nel saggio Da un secolo all’altro, analizza le relazioni internazionali tra gli Stati secondo l’ottica dei popoli attivi (dominanti), e passivi (che subiscono il dominio dei primi). Tuttavia, sottolinea Punzo, bisogna fare attenzione al pericolo di stabilire «catene concettuali» troppo ardite.

La filosofia della prassi per come la intende Labriola consente di considerare in tutta la sua complessità la relazione tra struttura-sovrastruttura, senza schematismi o riduzionismi volti a focalizzare la predominanza di un elemento sugli altri, fosse quello culturale o quello. Non emerge in Labriola una chiara distinzione tra ambito politico, identificato con lo Stato, e società civile, ovvero tra apparati di dominio e strumenti egemonici del consenso. Il peso che la tradizione della scuola napoletana di Spaventa, incentrata sul ruolo educativo dello Stato, fa si che il politico assorba completamente funzione coercitiva e consensuale insieme. Per questa ragione – conclude  Punzo – non esiste una continuità nell’evoluzione del concetto di egemonia da Gramsci a Labriola, bensì una rottura epistemologica, legata anche al mutato contesto storico politico in cui si trovò ad operare Gramsci.

Attenzione particolare merita la relazione presentata da Guido Liguori, sempre nella prima giornata del convegno, in relazione alla storia delle interpretazioni legate al lemma egemonia. Egli sottoliena il fatto che sebbene tale concetto sia centrale per tutto lo sviluppo delle note carcerarie, il suo studio analitico ha avuto inizio solamente a partire dagli anni settanta del Novecento. Liguori passa in rassegna le varie posizioni succedutesi nell’arco di più di un cinquantennio di studi gramsciani; da quella di Togliatti, che nel ’58 considera l’egemonia gramsciana una riformulazione del leninismo, vedendo una distinzione puramente metodologica e non organica tra dittatura e consenso-egemonia, passando per l’intepretazione di Tamburrano di fine anni 50, secondo cui invece il concetto di egemonia rappresenta una rottura con la Terza Internazionale.

Anche Norberto Bobbio nella relazione cagliaritana del 1967, sostiene che la peculiarità di Gramsci rispetto a Lenin stava nel considerare l’egemonia come eminentemente culturale.. Del 1967 è anche un saggio di Luciano Gruppi apparso su Critica marxista, ripreso e approfondito in un libro del 1972 (i primi interamente dedicati al lemma egemonia), che viene ricordato da Liguori in quanto tendente a superare l’unilateralismo «culturalista» di Bobbio con il riferimento al concetto di blocco storico.

Liguori, come accennato, sottolinea la forte frattura prodottasi nella storia delle interpretazioni del concetto a partire dagli anni settanta del Novecento. Da quella data in poi il concetto si «espande» anche in altri ambiti di ricerca, non strettamente politologici, come dimostrano le numerose pubblicazioni avutesi, tra cui il lavoro di Broccoli, L’educazione come egemonia, fino ad arrivare alle ardite tesi di Lo Piparo del 1978, contenute in Lingua intellettuali egemonia in Gramsci, incetrate sulla convinzione della derivazione linguistica del concetto di egemonia, legato quindi agli anni della sua formazione linguistica alla scuola di Bartoli piuttosto che al periodo successivo del soggiorno moscovita e all’incontro con il pensiero di Lenin. Liguori valorizza però soprattutto la posizione sostenuta nel 1975 da Cristine Bucì-Glucksmann in Gramsci e lo Stato, la quale coglie la differenza, nell’evoluzione del concetto di egemonia, tra il Gramsci prima dei Quaderni e quello delle note carcerarie: l’egemonia da strumento tattico-strategico di lotta proletaria, come ancora si evince nel saggio sulla questione meridionale, coniugandosi con l’originale concetto di «appatato egemonico», diviene una categoria complessa e articolata, utile anche per studiare la classe dominante.

Dopo essersi soffermato sul Seminario di Frattocchie del 1977, incentrato sui temi di Egemonia Stato partito in Gramsci, e soprattutto sul contributo di Gerratana, che evidenziava come debbano cambiare gli strumenti dell’egemonia cambiando il soggetto (borghesia e proletariato), ci si avvicina, sempre a detta di Liguori, alle soglie degli anni ottanta con un sostanziale appiattimento del concetto di egemonia e complessivamente con un’eclissi generale degli studi su Gramsci. È negli anni novanta invece, dopo Ottantanove, che si apre una nuova stagione di riscoperta gramsciana in relazione anche alle nuove strategie politiche della sinistra. A Gramsci si guarda come ispiratore del nuovo presente, legato al tramonto dello Stato-nazione nel nuovo contesto della globalizzazione, come sottolinea Giuseppe Vacca, secondo cui il terreno di affermazione dell’egemonia gramsciana può essere applicato solo in un contesto sovranazionale, globale, e legato al concetto di interdipendenza. Sono del 1997 poi le celebrazionie del sessantesimo anniversario della morte di Gramsci; autori come Cox, Gill, Telò e Voza sottolineano l’utilità e la problematicità dell’uso delle categorie gramsciane in relazione allo studio della politica internazionale e, ancora, al tema della crisi dello Stato nazione

La prima giornata del convegno poi ha visto la presenza di alcuni interventi di taglio più storiografico Francesco Giasi ha sottolineato come, nel contesto della possibilità e realizzabilità della rivoluzione in Italia, centrale sia stato per la dirigenza del Pcd’I, tra il 1924 e il 1926, la proiezione su scale nazionale dell’esperienza ordinovista torinese. Convinzione profonda sarebbe stata in tal senso l’idea che una classe potesse diventare «realmente egemone» solo se attuatrice di una politica di alleanze in grado di allargare il consenso e capace di far presa sulle masse, in particolare quelle contadine, più restie, in quanto storicamente più arretrate e meno organizzate, verso una politica di disciplinamento centralizzato. Questa per Giasi sarebbe la grande innovazione storica legata al concetto di egemonia gramsciano: tra il 1924 e il 1926 la strategia di Gramsci era proprio quella di far convergere l’esperienza ordinovista del biennio rosso con il leninismo, centrato sul tema dell’alleanza operai-contadini; questione questa, tra le altre cose, che doveva essere all’ordine del giorno anche all’indomani del Congresso di Lione, nel tentativo di scalzare l’atteggiamento riformista, filo-menscevico, tipico del socialismo italiano, rimasto sempre sordo ai temi della questione contadina.

Come ha messo in luce anche Anna di Biagio, è dopo il soggiorno moscovita che Gramsci, osservando la lotta per la successione nella dirigenza del Pcus e i contraccolpi nefasti che la politica della Nep stavano provocando tra le fila del proletariato urbano, il quale pagava direttamente i costi della «razionalizzazione», ha modo di osservare la crisi di consenso della dirigenza bolscevica. È a questo periodo che risale l’evoluzione del concetto di egemonia in Lenin, con il quale si confronta Gramsci. Se infatti nel ’17 Lenin utilizza il termine come sinonimo di direzione, dopo questa data si assiste a una evoluzione concettuale funzionale alle nuove esigenze direttive della politica bolscevica. Consapevole del fatto che l’interesse generale è sempre più forte di ogni angusta politica corporativa, Lenin sapeva che la classe operaia sarebbe stata egemone a patto di essere in grado di «sopportare» il peso del sacrificio ad essa richiesto nel breve e medio periodo, in nome del futuro progresso generale dello Stato operaio. Il rifiuto invece da parte degli operai russi di accettare questa logica, fatta propria dalla dirigenza bolscevica, e il rimanere arroccati su una rigida posizione di intransigenza di classe, generò la prima grave crisi di consenso della Nep. Essa risultò un vero e proprio monito per Gramsci, per il quale era ormai chiara la necessità di superare la psicologia corporativa e l’idea che il partito si prefiggesse l’obiettivo di rappresentare le esigenze di tutto il popolo, tramite una strategia capace di stipulare alleanze.

Sempre nella prima giornata del convegno di grande interesse è stata la relazione presentata da Giuseppe Cospito sulla genesi e lo sviluppo del concetto di egemonia nei Quaderni. Solo se si segue in senso cronologico lo sviluppo del concetto, cogliendone l’interna evoluzione semantica, è possibile cogliere tutta la coerenza della posizione gramsciana; in tal modo si può osservare come da una prima accezione, più forte, legata al significato di «rivoluzione permanente», in cui ha un valore di direzione e dominio, presente nelle prime note del Quaderno 1, passando per una sua evoluzione, tra il 1930 e il 1931, di fronte all’esigenza di ripensare la strategia rivoluzionaria in Occidente secondo la logica della guerra di posizione, il concetto di egemonia si allarga e si estende fino a comprendere l’intero ambito della società civile. La teoria gramsciana riadatta la teoria alle esigenze della strategia legata alla politica rivoluzionaria; in tal modo si può «sconfessare» l’attribuzione, ad esempio da parte di Anderson, a Gramsci di una «strutturale», quando non «opportunistica», ambiguità teorica.

Si diceva del continuo lavorio cui Gramsci sottopone i suoi concetti. Partendo da questo assunto nella sua relazione dal titolo «Egemonia e interdipendenza fra Scritti giovanili e Quaderni» ha sottolineato il fatto che la riflessione gramsciana tenta di interrogarsi sulle modalità teorico-pratiche in cui l’elemento coercitivo della forza possa essere disciplinato dall’elemento egemonico, in un contesto storico profondamente mutato rispetto al «clima quarattontesco». Partendo dalla constatazione che il nuovo soggetto politico, ovvero il proletariato ha, rispetto al suo antagonista storico, la borghesia – il quale si storicizza sempre in un contesto storico nazionale determinato, pur avendo una vocazione economica transnazionale –, una tendenziale vocazione «internazionale», il tema dell’egemonia che il nuovo Stato proletario deve essere in grado di realizzare non può essere pensato all’interno di confini storico-nazionali.

Come esiste per Gramsci, all’interno di ogni Stato, «democrazia» solamente quando si verifica un passaggio «molecolare» e non gerarchico-subordinativo dai gruppi diretti ai gruppi dirigenti, allo stesso modo, nelle relazioni internazionali, affinchè le forme dello Stato potenza che si fondano sul principio della forza e della guerra come strumento di regolazione dei conflitti, possano essere superate da nuove forme sovranazionali democratiche, nuovi rapporti tra popoli devono «sorgere», che siano realmente capaci di realizzare «l’unificazione universale del genere umano». In questo senso la Prima guerra mondiale ha rappresentato un acceleratore, ex parte subiecti, della mondializzazione: negli Scritti giovanili infatti la guerra viene interpretata come fattore di accelerazione per la nascita di nuove soggettività e anche l’affermazione dell’egemonia statunitense a livello mondiale viene considerata come presupposto per l’unificazione del mondo: si tratta di una prima unificazione, quella realizzata dal liberismo, che seppur «antagonista», rappresenta un fattore di crescita per il proletariato mondiale. Questa proiezione «espansiva» per Gramsci subisce, già all’epoca dell’ Ordine nuovo del 1919, una torsione negativa, in quanto la fine dell’età degli imperi successiva all’ordine di Versailles genera una situazione generale tale per cui la rivoluzione risulta imposta e non proposta. Per tale ragione, sempre a detta di Vacca, nei Quaderni si produce un’innovazione interpretativa, capace anche di elaborare un nuovo lessico, che risulta funzionale alla possibilità di interpretare l’evoluzione delle condizioni storiche mondiali. Ovvero quando Gramsci inizia a scrivere le sue note comprende che il capitolo aperto dall’Ottobre non ha seguito le sue premesse iniziati; l’avvento di Stalin ha liquidato il fantasma della rivoluzione mondiale con l’inizio della costruzione della statualità russo-sovietica. Inoltre I processi di stabilizzazione del capitalismo mondiale, da cui si evince che le crisi sono fattori «fisiologici», e non prefigurazione di catastrofi distruttive, necessitano un «ripensamento» delle strategie rivoluzionarie che in Gramsci assumo i i tratti della «guerra di posizione». È in questo contesto che Gramsci introduce la nuova categoria di rivoluzione passiva.

La prima giornata si è conclusa con le relazioni di Raul Mordenti e di Gianfranco Borrelli, quest’ultimo autore di una relazione estremamente originale dal titolo «La critica di Bordiga alla nozione gramsciana di egemonia», che ha ricostruito la lunga e coerente presa di distanze del fondatore del Pcd’I rispetto all’impostazione gramsciana della lotta politica e di classe.

Mordenti, rileggendo l’interpretazione togliattiana, considerata ancora di grande valore storico e metodologico, sottolinea come la rivoluzionarietà del concetto di egemonia gramsciano sarebbe legato alla sua capacità di essere uno strumento di «sintetizzazione» politica ancora valido: non solo quindi la volontà di salvare un lascito, quello gramsciano, che senza l’attività e la dedizione di Togliatti non avrebbe probabilmente avuto luce, ma anche la convinzione della necessità di Gramsci per il presente politico, quello con cui Togliatti doveva confrontarsi all’indomani del suo rientro in Italia dopo la svolta di Salerno del 1943. Un Togliatti dunque, quello emerso dalla relazione di Mordenti, non «censore» astuto dell’opera gramsciana, bensì grande organizzatore culturale, oltre che dirigente politico. L’«operazione Gramsci», concretizzatasi nella prima edizione tematica dei Quaderni, si configurerebbe come il tentativo di coniugare l’eredità gramsciana con l’intera tradizione laico-risorgimentale italiana, da De Sanctis a Croce, nell’intento di sottolineare l’autonomia della «via italiana» al comunismo, rispetto all’esperienza sovietica.

La seconda giornata del convegno si è svolta presso il dipartimento di Sociologia e Scienza della politica dell’Università di Salerno, all’interno del quale è stata inaugurata la biblioteca dedicata alla memoria di uno tra i più attivi studiosi dell’opera di Gramsci, Antonio A. Santucci. Dopo la cerimonia e la commemorazione da parte del Rettore dell’Università di Salerno, Pasquino, e di Giuseppe Cacciatore che hanno voluto ricordare la figura di Santucci, hanno avuto inizio i lavori della seconda parte del convegno.

Nella prima relazione Alberto Burgio, nel tentativo di focalizzare il nodo fondamentale dell’egemonia gramsciana, ha sottolineato la struttura plurale che tale concetto riveste nell’analisi: anche se infatti l’egemonia ha per Gramsci una dimensione sovrastrutturale, essa è inevitabilmente intrecciata con le strutture che formano e regolano i rapporti di produzione; conseguentemente essa ha anche una base economica; una tale affermazione non implica per Burgio un misconoscimento del suo valore etico-politico, ma unicamente la rivendicazione di una dimensione «ipercomplessa» delle strutture e delle forme in cui si concretizzano le azioni umane. Contro una lettura tendente a schiacciare l’analisi del politico sulla società civile – come è la lettura culturalista di Bobbio –  Burgio sottolinea l’estrema articolazione in tutte le funzioni sociali in cui il potere si esercita. In ultima analisi l’egemonia in Gramsci si caratterizzerebbe per la sua estrema pervasività nella vita sociale e per un indistricabile intreccio di consenso e coercizione. Sempre nella seconda giornata del convegno non sono mancati tentativi di rapportare il concetto di egemonia all’odierna analisi politica. Pasquale Voza in particolare ha costruito un percorso di rilettura attenta, capace di «attualizzazione» della «lettera» gramscina verso la nonviolennza. È il monito verso la realizzazione di un «umanesimo assoluto», quello che segna il lascito gramsciano, fondato su una ricerca di una soggettività di tipo nuovo, capace di affermarsi solo se in grado di «rinunciare» ad ogni politica statolatrica, violenta, la quale opera inevitabilmente una trasformazione molecolare nei soggetti che la subiscono.

È stato osservato come, indipendentemente dalla terminologia marxista, un largo impiego del termine esiste nell’ambito delle relazioni internazionali, a cominciare dai tedeschi Ranke e Dehio, come hanno argomentato Vittorio Dini sul piano teorico e Giorgio Carnevali in relazione all’attuale contesto politico. Se però da un lato sul piano internazionale il pensiero di Gramsci ha conosciuto un’enorme fortuna, tanto che concetti come appunto egemonia, ma anche rivoluzione passiva, blocco storico, cesarismo progressivo e regressivo, solo per fare degli esempi, sono entrati a far parte del vocabolario politico comune, da un altro lato a questa presenza non corrisponde una circolazione reale dei lemmi gramsciani, e in particolare quello di egemonia, tra gli studiosi delle diverse discipline interessate, dalla scienza politica alle dottrine politiche, dalla filosofia alla linguistica.

Per quanto rigarda quest’ultima disciplina, di grande interesse è stata la relazione di Giancarlo Schirru su «Egemonia e prestigio linguistico», nella quale egli ha polemizzato con le tesi di Lo Piparo nel già ricordato testo del 1979. A fronte di una unilaterale interpretazione del concetto di egemonia come relativo soprattutto alla formazione linguistica di Gramsci, Schirru consiedera forzato il tentativo, operato in quel testo, di spiegare il carattere antideterministico del marxismo di Gramsci come effetto dell’assorbimento delle vedute storicistiche attribuite all’evoluzione dei fenomeni linguistici, propria della scuola dei neolinguisti alla Bartoli.

Nell’ultimarelazione del convegno, Angelo d’Orsi ha mostrato come in Italia l’egemonia sia stata davvero una parola «maledetta», strumentalizzata da parte di una destra che ne ha «snaturato» tutta la portata conoscitiva unicamente per colpire la sinistra; come, sottolinea sempre D’Orsi, hanno dimostrato anche le vicende editoriali (e molto ben costruita è stata la relazione di Marzio Zannantoni, che ha illustrato una polemica relativa a un presunto caso di egemonia culturale «comunista» attraverso la Einaudi, ancora negli anni sessanta ) e le strumentali polemiche giornalistiche odierne, ma anche ad esempio la sollevazione malevola suscitata per l’attribuzione postuma del Premio Viareggio alle Lettere dal carcere di Gramsci nel 1947.

Il convegno si prefiggeva il compito di indagare la storia del lemma e della categoria di egemonia, soprattutto ma non solo in rapporto alla elaborazione gramsciana, e la portata conoscitiva ancora feconda ad essa legata, in un’ottica di confronto culturale aperto, e anche in un’ottica interculturale, con pensatori provenienti da contesti totalmente «altri», come gli studi «post-coloniali» o «subalterni», legati alle figure di Said e Hall, come ha nella sua relazione ben evidenziato Giorgio Baratta.