Gramsci, Calvino e altre «avventure»

 

Guido Liguori

 

Il recente libro di Lea Durante, Avventure dell’identità. Letture contemporanee (Bari, Palomar, 2008, pp. 202) è una raccolta di saggi riserva ad «autori diversi, e temi anche apparentemente distanti». Con un «nodo centrale», però, come avverte l’autrice, quello «dell’identità sociale, come costruzione e come dissoluzione» (p. 5). Un tema quanto mai attuale, viste le vicende dell’ultimo ventennio, in cui vecchie identità (nazionali, sociali, politiche) sono tornate inaspettatamente alla ribalta e altre appaiono depotenziate. Scandagliare questa realtà a partire da approcci diversi viene facilitato all’autrice dal suo mestiere di italianista e critica letteraria, e a partire da una impostazione che sa alternare la ricerca sulla cifra stilistica al ragionamento sulla storia degli intellettuali allo scavo concettuale: una capacità di passare da un piano all’altro che sortisce i suoi frutti su molti versanti. Non ho la competenza per parlare di Giorgio Bassani o di Italo Calvino o di Ermanno Rea o della letteratura contemporanea in relazione al tema del lavoro (a ciascuno di questi autori o temi il libro dedica uno o più capitoli), anche se è obbligo almeno avvertire il lettore che i saggi dedicati a questi autori e argomenti si leggono con piacere e anche per i non specialisti non è difficile cavarne un ricco nutrimento intellettuale. Poiché quasi la metà del libro è dedicata a vari aspetti della figura e del pensiero di Antonio Gramsci, e sono contributi a mio avviso che rivestono una qualche importanza, è su questo lato della ricerca della Durante, a me più familiare, che mi soffermerò.

Il saggio che apre il volume è dedicato a «nazionale-popolare», una delle categorie «più anticamente frequentate e utilizzate», che ha avuto «un successo volgarizzato vastissimo, ma al contempo riduttivo» (p. 11), anzi – spiega l’autrice – un vero e proprio travisamento. Andrei oltre: una delle categorie più «tradite», aggiungerei, forse la più tradita. In primo luogo negli anni Cinquanta, quando l’edizione togliattiana fu strumento per una grande operazione egemonica che però – cercando di venire incontro agli intellettuali tradizionali per favorirne la dislocazione democratica – non poteva che permettere programmaticamente un uso di Gramsci per certi versi lontano dalle intenzioni del pensatore sardo. E se su alcuni assi portanti della «filosofia della praxis» la vigilanza e lo scontro furono più vivi, su una categoria come «nazionale-popolare» vennero permesse non a caso interpretazioni («traduzioni», potremmo dire anche con un lemma caro a Gramsci) appunto traditrici a chi si occupava di «letteratura», terreno in sé più libero e anche sdrucciolevole di quello teorico-filosofico, in cui le interpretazioni crocianeggianti incontrarono a più riprese gli strali del segretario del Pci. Del resto molti fraintendimenti durano ancora oggi, se è vero che la categoria che si crede di desumere da Gramsci, non a caso nella forma abbreviata, che mai Gramsci ha usato, di «nazional-popolare», è tuttora applicata ai fenomeni più diversi dalla stampa e dalla pubblicistica più superficiale.

Unendo la strumentazione del suo mestiere di critica letteraria e di studiosa di italianistica a una lettura di Gramsci secondo Gramsci che le deriva anche da essere una delle protagoniste del seminario sul lessico dei Quaderni della Igs Italia, l’autrice indaga la presenza del lemma nell’opera carceraria liberandolo dagli strati interpretativi accumulatisi nel tempo. A partire dalla lezione magistrale lasciataci in proposito da Maria Bianca Luporini (a cui Durante si riallaccia), non solo al lettore viene ricordato come Gramsci parli sempre di «nazionale-popolare», mentre «nazional-popolare» sia una invenzione linguistico-culturale del dopoguerra (dove l’elisione della «e» alla fine del primo termine era surrettiziamente funzionale a spostare l’accento sul secondo e dunque ad aprire la porta a quella deriva populista tipica degli anni Cinquanta cui si è accennato). Ma anche come l’endiadi nasca pian piano nei Quaderni dai lemmi-concetti di «popolo» e di «nazione», come essi in varie lingue siano espressi con un unico termine, come e perché l’uso che Gramsci ne fa sia esplicitamente non populista e non nazionalista; come – fatto grandemente significativo, che spesso si dimentica – nei Quaderni «più frequente di nazionale-popolare è l’uso di popolare-nazionale, ma più frequente di entrambi è “non popolare-nazionale”» (p. 27). E ancora: come Gramsci in realtà mutui il termine da Gioberti  («Una letteratura non può essere nazionale se non è popolare; perché, se bene sia di pochi il crearla, universale dee esserne l’uso e il godimento», si legge nel Rinnovamento giobertiano), come gli  utilizzi che Gramsci ne fa siano strettamente legati al concetto di giacobinismo, al discorso sugli intellettuali italiani e sul Risorgimento; e come l’espressione sia da riferirsi infine al «problema della coscienza dello Stato» (p. 23). Insomma, una indagine a tutto tondo, che fa di questo saggio della Durante il più importante contributo sull’argomento oggi presente nella letteratura gramsciana.

Anche il secondo contributo presente nel volume è di grande interesse. È dedicato alle Lettere dal carcere, alla loro specificità letteraria e psicologica. Emerge la «divisione del lavoro» tra Lettere e Quaderni, le differenze anche di stile che rimandano a intendimenti diversi: la scrittura più libera e spontanea delle prime e quella più sorvegliata dei secondi, la diversa «costruzione del periodo», l’uso o meno di forme letterarie rigide, assertive o al contrario di promemoria o interrogative che caratterizzano diversamente le due opere, sia pure in presenza di un pensiero unitario se non organico, ma non esente da svolgimenti, visto l’asse diacronico su cui si srotola la ricerca e la scrittura gramsciane.

Dall’analisi delle lettere si entra quasi senza soluzione di continuità all’esame del rapporto con due figure centrali del «mondo di Gramsci», la moglie Giulia e la cognata Tania, che Durante indaga con grande finezza, sottolineando le ambiguità, i silenzi, il non detto di tale rapporto. È un tema legato a quello del terzo saggio, Antonio Gramsci e la formazione di una nuova personalità femminile, in cui è presente anche una riflessione sui «limiti di Gramsci». Un discorso sempre utile se fatto dall’interno, da chi cioè si sforzi di leggere Gramsci senza strumentalizzazioni politiche e anche a partire da un sentimento simpatetico verso la sua figura e il suo insegnamento. A tale proposito Durante offre uno spunto metodologico degno di discussione, affermando: «prima cercavo di leggere il presente alla luce di Gramsci, oggi leggo piuttosto Gramsci alla luce dei fatti e delle esperienze presenti» (p. 61). Viene da chiedersi: è giusto questo atteggiamento? Un autore sottoposto a tale trattamento, per quanto grande, non potrà risultare sempre in qualche modo inadeguato? Bisognerà soppesare i pro i contro (ci sono gli uni e gli altri). Riguardo al tema che ci viene proposto qui dall’autrice – è giusto rimproverare Gramsci di non aver sviluppato una coscienza vicina alla sensibilità e alla cultura femministe odierne, rilevando di fatto come in Gramsci non vi sia un sostegno alla lotta che le donne negli ultimi decenni hanno compiuto per «affermarsi come alterità, come differenza che non mira all’inclusione dentro l’ordine esistente ma punta a modificarlo» (p. 70)? Certo, questo è uno degli approcci possibili a un discorso da fare sui limiti di Gramsci. Ma bisognerà riflettere anche se tale approccio sia giusto e produttivo, se si vuole pensare in modo non superficiale alla attualità e inattualità del comunista sardo.