Gramsci riletto dal Sud dell'America
«Il pensiero politico di Gramsci» di Carlos Nelson
Coutinho, decano degli studi gramsciani in Brasile.
Paese
dove l'autore dei Quaderni fa registrare un interesse di assoluto rilievo.
Giuseppe Cospito
Il pensiero politico di Gramsci (Unicopli),
l'edizione italiana della monografia di Carlos Nelson Coutinho su Gramsci - una
delle prime e più famose uscite in Brasile, paese dove l'autore sardo fa
registrare un presenza di assoluto rilievo - costituisce il punto d'arrivo di
una frequentazione che data fin dagli anni '60 e che fa di Coutinho non solo
«il decano degli studiosi brasiliani di Gramsci» (come scrive Guido Liguori
nella prefazione), ma anche uno dei protagonisti principali del dibattito
internazionale sull'attualità del suo lascito teorico. Per Coutinho la chiave
di lettura dell'opera di Gramsci è rappresentata dalla dimensione politica, per
almeno due ordini di considerazioni: da un lato, contrariamente alla sempre più
diffusa interpretazione culturalista del pensiero gramsciano, egli sostiene che
«la politica è il punto focale dal quale Gramsci analizza la totalità della
vita sociale, i problemi della cultura, della filosofia», fino a giungere
all'«elaborazione di un'ontologia della prassi politica» che costituisce «il
contributo di Gramsci al rinnovamento del marxismo»; dall'altro, opponendosi a
quanti «cercano di mummificare Gramsci, trasformandolo in mero
"classico"», da inserire nel grande alveo del pensiero
liberaldemocratico, Coutinho ne sottolinea l'attualità che «risulta dal fatto
che è stato interprete di un mondo che, nella sua essenza, continua a essere il
nostro di oggi».
Che questo non comporti
un'esaltazione altrettanto acritica e unilaterale dell'autore dei Quaderni, una sua «nuova e pericolosa
canonizzazione dogmatica» alla ricerca di un impossibile «gramscismo», risulta
chiaro fin dai primi capitoli che ripercorrono le principali tappe della
formazione di Gramsci, dalla difficile infanzia in Sardegna all'incontro con
l'università e il movimento operaio a Torino, dall'esperienza ordinovista e
consiliare alla fondazione del Pcd'I, dal soggiorno nella Mosca dell'ultimo
Lenin come rappresentante italiano presso l'Internazionale comunista alla lotta
contro il fascismo ormai trionfante in qualità di segretario del Partito
comunista, fino all'arresto e al carcere. Negli scritti e nelle posizioni
politiche gramsciane precedenti la carcerazione, Coutinho è attento a
sottolineare gli elementi di continuità rispetto ai Quaderni, insistendo per
esempio sulla lettura antidogmatica e antieconomicistica del marxismo, sulla
precoce comprensione della necessità di «tradurre Lenin in italiano», sulla
prefigurazione del fondamentale concetto di egemonia nel saggio incompiuto
sulla Quistione
meridionale o
sulla consapevolezza dei rischi di involuzione burocratica della direzione
staliniana fin dalla «famigerata» lettera del 1926. Coutinho è tuttavia
altrettanto attento a segnalare i limiti della teoria e della pratica politica
del Gramsci precarcerario, dalla sudditanza giovanile al neoidealismo di Croce
e Gentile ai pregiudizi corporativistici e produttivistici che inficiano il
movimento dei Consigli di fabbrica, dalla mancata opposizione alla direzione
estremistica bordighiana nei primi anni del Pcd'I alla tardiva comprensione
della gravità della minaccia costituita dal fascismo mussoliniano. Limiti che
il Gramsci maturo riconoscerà autocriticamente e in gran parte supererà, ma
che, secondo Coutinho, riaffiorano anche nell'opera del carcere. Di questa lo
studioso sottolinea il carattere sostanzialmente sistematico, al di là della
materiale frammentarietà dei Quaderni, da attribuirsi unicamente alle
difficoltà del lavoro carcerario. Una convinzione che impedisce talvolta a
Coutinho di seguire «il ritmo del pensiero in isviluppo» nel corso dei sei anni
in cui Gramsci scrive e riscrive le sue «note e appunti», come invece hanno
cercato di fare, per limitarsi a due esempi citati nel libro, Gianni Francioni
a partire dall'Officina gramsciana (Bibliopolis, 1984) e il lavoro della
sezione italiana dell'International Gramsci Society sul lessico gramsciano, i
cui primi frutti sono stati presentati in Le parole di Gramsci (Carocci, 2004),
a cura di Fabio Frosini e Guido Liguori.
Del resto l'interesse del lavoro
di Coutinho sta altrove, vale a dire nella definizione puntuale delle
principali categorie teorico-politiche gramsciane e nella verifica della loro
fruibilità nell'analisi del mondo di oggi, con riferimento innanzitutto a quel
particolare «Sud» rappresentato dall'America latina dove, non a caso, la figura
di Gramsci conosce oggi una maggiore fortuna. Troviamo così un'efficace
trattazione di concetti chiave - egemonia, ideologia, struttura e
sovrastruttura, società civile e società politica, Oriente e Occidente, rivoluzione
passiva, guerra di posizione e guerra di movimento -, nella quale convince
soprattutto la capacità dell'interprete di identificare sia gli elementi di
continuità rispetto alla tradizione marxiana e leniniana (proprio nella
discontinuità rispetto al dogmatismo del marxismo-leninismo di marca
sovietica), sia le innovazioni apportate da Gramsci (in questo erede di una
tradizione di pensiero occidentale alternativa a quella liberale classica,
lungo una linea che da Machiavelli giunge a Hegel attraverso Rousseau) non nel
senso, come spesso si dice oggi, della negazione dell'orizzonte del socialismo,
bensì della sua traduzione in un contesto storico e geografico mutato rispetto
a quello in cui vissero i padri fondatori di quella che Gramsci chiama «filosofia
della prassi».
Ed è in questa prospettiva della
traduzione che si pone Coutinho nei confronti di Gramsci, riconoscendone
l'attualità e universalità ma sottolineando la necessità di procedere con
Gramsci oltre Gramsci, arricchendone l'eredità con concetti che, per ragioni
storiche oggettive, non poté valutare nella loro portata, a partire da quello,
fondamentale, di «egemonia nel pluralismo», inteso come «sintesi di democrazia
diretta e democrazia rappresentativa».
(da «il manifesto», 19 luglio 2006)