Gramsci in contrappunto di Giorgio Baratta

 

Guido Liguori

 

 

Quale è la situazione degli studi gramsciani oggi? I numerosi incontri e le pubblicazioni che hanno contraddistinto l’«anno gramsciano 2007», in occasione del settantesimo anniversario della morte del comunista sardo, hanno delineato una duplice tendenza. Da una parte, la vitalità del pensiero gramsciano è oggi comprovata dal fatto che esso vive in contesti e culture lontani da quelli in cui ebbe origine. Non solo i «cultural studies», che ormai costituiscono una delle presenze più importanti e articolate del mondo degli studi nei paesi anglosassoni, o i «subaltern studies», che a partire dall’India hanno messo a tema una delle categorie più vivifiche del lascito gramsciano (anche se non da molto tempo sotto i riflettori), la categoria di «subalterno»; o gli «studi post-coloniali», tendenza inaugurata da Edward Said e dilagata nell’ultimo quindicennio; ma anche la persistente fortuna di Gramsci in alcuni paesi dell’America latina, tradizionalmente attenti a un suo uso più immediatamente politico. Dall’altra, il pensiero su Gramsci si è oggi concentrato su una lettura sempre più analitica dei Quaderni, nel tentativo di comprenderne meglio la complessa trama delle sue categorie, la riscoperta del loro reale significato, al di là delle sedimentazioni ermeneutiche non sempre pertinenti e oggi utilizzabili che erano sedimentate in tanti decenni di interpretazioni.

Queste due tendenze – è palese – non sempre sono facili da conciliare, anzi spesso rischiano di dar vita a ottiche che non interagiscono, a movimenti che si escludono a vicenda. Il nuovo libro gramsciano di Giorgio Baratta, invece, le contiene e le arrichisce entrambe. Il suo titolo, Antonio Gramsci in contrappunto (Carocci editore, pp. 301, euro 22,50), allude a un approccio che – ancora sulla scorta di Said – preferisce rinunciare a una visione fortemente unitaria del mondo (quella tentata dalla dialettica) per scandagliare con il «metodo contrappuntistico» le sue «esperienze discordanti». I rischi di postmodernismo – che giustamente nella Postfazione sottolinea Fabio Frosinison però per Baratta stesso da evitare: attraverso i «passaggi metodici» del metodo del contrappunto, il fine resta pursempre quello di «ricomporre mentalmente l’unità di un mondo lacerato dalle pretese di egemonia e di dominio». Senonché – come Baratta sa benissime – vi è sempre una egemonia, una «concezione del mondo» che prevale: si tratta di vedere quale sia.

Si accennava sopra alla ricchezza del volume. Esso è in realtà un assembramento di più libri possibili. Vi è il libro dedicato al dialogo con Said e dunque con le correnti più diffuse, fuori d’Italia, degli studi gramsciani (un altro autore scandagliato è Stuart Hall, di recente tradotto per la prima volta largamente in Italia). Vi è il libro dell’analisi lessicale e concettuale, dove alcune fondamentali parole-chiave o coppie concettuali gramsciane sono passate al vaglio ravvicinato, da «cultura» a «americanismo e fordismo», da «subalterni» a «senso comune», a «folklore e filosofia» (qui è evidente il nesso con l’attività più recente dei seminari sul lessico dei Quaderni della Igs Italia, di cui Baratta è stato uno dei protagonisti). Vi è il libro che maggiormente è dedicato alla dimensione esistenziale di Gramsci, soprattutto alla dimensione del rapporto (che per Baratta è assolutamente fondamentale) con la sua Sardegna. E vi sono infine le molte pagine dedicate alla Nuestra America, al vivere odierno del lascito gramsciano nel mondo latino-americano. In primo luogo il Brasile, sul quale Baratta non per la prima volta getta vedute e ipotesi interpretative abbastanza inusuali e anche molto ardite (in alcuni casi forse troppo ardite), anche se sempre stimolanti. Ma anche il Venezuela, dove Chavez ha dimostrato di saper usare come pochi politici gli strumenti analitici gramsciani nella ricognizione del suo «territorio nazionale», mettendo a fuoco una lettura del rapporto Stato/società in quel paese tanto diverso dal contesto su cui Gramsci ebbe a riflettere. Su quest’ultimo tema le pagine barattiane hanno sollevato polemiche. Vi è forse in alcuni una reazione scomposta verso tutto ciò che sappia di cambiamento e di volontà rivoluzionaria. Vi è probabilmente in altri qualche dubbio sulla possibilità di un certo uso di Gramsci – il cui pensiero è così eurocentrico (sia pure in uno col riconoscimento della grande novità «americana», ma dell’America anglofona) da suonare strano se proiettato in un’ottica terzomondista.

È vero, occorre fare attenzione e procedere con cautela. Ma non sono stati due maestri anche di gramscismo come Nicola Badaloni e Valentino Gerratana a insegnarci che Gramsci – in quanto classico – ha una sua buona dose di efficacia anche in contesti lontani dal suo tempo e dal suo paese? La realtà continua a dirci che questa indicazione è valida.