Ancora sulla «strana lettera» del 1928

 

Guido Liguori

 

 

Il recente libro di Luciano Canfora, La storia falsa (Milano, Rizzoli, 2008, pp. 319, euro 17), è dedicato a illustrare e indagare una serie di casi di documenti storicamente rilevanti ritenuti, a torto o a ragione (a ragione, per l’autore), documenti falsi o falsati, inventati di sana pianta o astutamente manipolati. Si va dalla lettera di Pausania di Sparta al re di Persia ad alcuni discorsi di cui parla Tucidide nella Storia e alla lettera di Bruto, dal “testamento di Lenin” alla lettera scritta da Ruggero Grieco a Gramsci (ma anche a Terracini e a Scoccimarro) in carcere nel febbraio 1928. È per quest’ultimo episodio che in questa sede il libro di Canfora interessa e si vuole segnalare. E del resto la parte dedicata alla lettera di Grieco occupa due terzi circa del volume, le pp. 125-313, ovvero tutta la Parte seconda, intitolata 1928: La «strana lettera» ad Antonio Gramsci.

Della lettera in questione – ritrovata e resa nota per la prima volta da Paolo Spriano nel 1968 (l’autore della Storia del Pci vi ritornò poi nel fortunato Gramsci in carcere e il partito, Editori Riuniti, 1977) – Canfora si era già occupato quasi vent’anni orsono: in appendice a un suo bel libro su Togliatti e i dilemmi della politica (Laterza, 1989) egli aveva infatti sostenuto per primo la tesi che l’Ovra, la polizia politica fascista, avesse manipolato (falsificato, ricopiato inserendovi aggiunte) la missiva prima di consegnarla in copia fotografica al prigioniero, per aggravare la posizione giudiziaria di Gramsci e degli altri due leader comunisti. Secondo quanto appurato da Giuseppe Fiori (Gramsci Togliatti Stalin, Laterza, 1991) in realtà la lettera a Gramsci non avrebbe avuto conseguenze sul piano giudiziario, nonostante la riuscita “provocazione” del giudice Macis. Ma Gramsci si risentì molto dell’episodio, giungendo ad affermare il 5 dicembre 1932 a Tania, a proposito della lettera di Grieco: «Può darsi che chi scrisse fosse solo irresponsabilmente stupido e qualche altro, meno stupido, lo abbia indotto a scrivere». Il sospetto era quello di un colpo basso, tendente a confermare durante il processo che avrebbe portato alla condanna del comunista sardo il suo ruolo di primo piano nel gruppo dirigente del Pcd’I. Il primo a considerare esagerata questa tesi fu Piero Sraffa, che in una lettera a Tania sull’argomento (in data 18 settembre 1937, pochi mesi dopo la morte di Gramsci) parlò di una semplice “leggerezza” dello scrivente.

 Lo scritto di Canfora del 1989 – Storia di una «strana lettera» – provocò un piccolo terremoto politico-storiografico, un dibattito sulla stampa nel quale la tesi dello storico e antichista fu contestata sia da parte di molti polemisti socialisti-craxiani, per cui la lettera era vera e Togliatti il colpevole della macchinazione, sia da molti storici e studiosi vicini al Partito comunista italiano, per i quali ugualmente non vi era stata alcuna falsificazione, ma anche nessun complotto, e la lettera era stata appunto solo una sciocchezza, una leggerezza senza conseguenze, se non purtroppo sui sospetti del prigioniero (per le tesi “innocentiste” si veda soprattutto il libro di Michele Pistillo, Gramsci come Moro?, Lacaita editore, 1989). Da vedere anche le ricerche condotte in questi anni da Giuseppe Vacca, Chiara Daniele, Silvio Pons, che hanno cercato – sempre con serio intento di conoscenza, scandagliando per quanto possibile i documenti rintracciabili a Mosca – di gettare nuova luce sulle intricate vicende del comunismo italiano degli anni ’20 e ’30.

Ovviamente l’interessata campagna contro Togliatti e contro il Partito comunista d’Italia è continuata in questi ultimi venti anni. Finito il Psi di Craxi, i suoi “intellettuali” sono in gran parte passati con Berlusconi. E hanno continuato a ripetere le loro tesi preconcette e non dimostrate (ultimo esempio, il libro di Giancarlo Lehner, recensito qui a parte). Dispiace di aver letto su la Repubblica e su l’Unità che anche un uomo come Dario Fo abbia finito per darvi retta. Anche se va detto che vi è sempre stata anche, fin dagli anni ’50, una versione “di sinistra” di questo atteggiamento polemico (ultimo esempio il libro di Bermani, anch’esso recensito dal nostro sito).

Nel libro su La storia falsa Canfora torna sull’episodio della «strana lettera», non solo confermando le sue tesi di vent’anni fa ma rafforzandole e cercando di documentarle ulteriormente. Per Canfora le lettere (a Gramsci e agli altri dirigenti comunisti) sarebbero state lavorate dagli esperti dell’Ovra con l’aiuto di Stefano Viacava, dirigente del Pcd’I passato al servizio della polizia fascista, ricopiate con l’aggiunta di passaggi estrapolati soprattutto dai documenti della II Conferenza nazionale del partito svoltasi poco tempo prima a Basilea, fotografate e presentate così a destinatari (gli originali non sono mai stati ritrovati).

Difficile dire se la tesi sia stata provata al di là di ogni dubbio. In ogni caso, la ricostruzione che l’autore ci dà dell’arresto di Gramsci e dei rapporti tra “Gramsci in carcere e il partito” offre molta materia di riflessione e di conoscenza. Le stesse zone grigie su cui il giudizio resta sospeso o incerto servono a ricordarci come la ricostruzione storiografica sia impresa difficile, faticosa, lontana da esiti sicuri e incontrovertibili. La lezione che se ne trae è che di fronte a nuove, sconvolgenti rivelazioni “d’archivio” (numerose negli ultimi anni, in merito anche alla vicenda gramsciana) vanno moltiplicati l’attenzione e il vaglio critico, altrimenti come spesso avviene nella storiografia – è questa la conclusione di Canfora – «il falsario avrà vinto».