Antonio Gramsci e le origini del comunismo italiano

 

Guido Liguori

 

 

John Cammett – lo storico statunitense oggi universalmente noto nel mondo degli studi gramsciani per aver dato il via, negli anni ’80, alla Bibliografia gramsciana, comprendente tutti gli scritti di e soprattutto su Gramsci, ora proseguita e aggiornata in collaborazione con Maria Luisa Righi e Francesco Giasi presso la Fondazione Gramsci – fu uno dei primi studiosi del suo paese a occuparsi del comunista sardo e forse il primo a scriverne una biografia in lingua inglese, nel lontano 1967: Antonio Gramsci and the Origins of Italian Communism (Stanford University Press). Il libro venne tradotto in italiano nel 1974 dalla casa editrice Mursia, che quest’anno, in occasione del settimo centenario della morte del pensatore italiano moderno più studiato nel mondo lo ha riproposto in libreria: Antonio Gramsci e le origini del comunismo italiano, a cura di Domenico Zucàro (Milano, Mursia, 2007, pp. 335, euro 21).

Il volume vuole ricostruire la vicenda politica di Gramsci collocandola nel contesto della storia del movimento operaio del suo tempo. Vi è poco su Gramsci e la sua formazione, molto sulla Torino industriale di inizio secolo e sulla politica italiana e internazionale, sul biennio rosso, sulla nascita del Pcd’I. Più sommariamente sono raccontati gli anni dal ’21 al’26 e solo alcuni dei principali temi dei Quaderni del carcere. Il libro di Cammett è stato un lavoro pionieristico, e possiamo dire che, al tempo in cui uscì in lingua inglese, era senz’altro un ottimo lavoro. Ancora all’epoca della traduzione italiana poteva essere considerato interessante, anche se già mostrava i segni del tempo: basti pensare che esso non poteva tener conto della biografia di Fiori del 1967, delle ricerche coeve di Paolo Spriano sulla storia del Pci, della vasta pubblicistica su Gramsci dei primi anni ‘70 (in primis i libri di Franco De Felice e Leonardo Paggi), né tantomeno dell’edizione critica dei Quaderni e della saggistica fiorita a partire dal 1970 sul pensiero politico gramsciano. Le fonti principali di Cammett sono ancora le vecchie monografie su Gramsci di Lombardo Radice e Carbone (1952), di Bellini e Galli (1953), di Tamburrano (1960), nonché – e sono certo la fonte migliore – gli scritti di Togliatti.

È dunque certo ancor più sorprendente il risultato di questo lavoro, che in larga parte coglie nel segno nel narrare la vicenda storica e intellettuale di Gramsci. È altrettanto vero, però, che per molti altri aspetti il libro di Cammett è inevitabilmente invecchiato. Come sia venuto in mente ai responsabili della casa editrice milanese di ristampare oggi tal quale il testo (compresa la datatissima Presentazione di Zucàro), corredandolo solo di una nuova appendice bibliografica, è qualcosa che si spiega solo con la pochezza dell’attuale panorana editoriale italiano di cultura. Con l’unica eccezione di Il pensiero politico di Gramsci del brasiliano Carlos Nelson Coutinho, pubblicato meritoriamente da Unicopli un paio di anni fa, in Italia non si traducono da venti e più anni monografie su Gramsci – eppure ve ne sono non poche di meritevoli; si propone però al lettore comune, che non necessariamente deve essere uno storico delle idee, un testo che ben figurerebbe oggi solo in una collana di “classici della critica gramsciana” (magari esistesse!), senza una nuova prefazione, senza un inquadramento storico degno di questo nome, senza far scrivere all’autore (ammesso che sia stato consultato, sulla qual cosa nutro seri dubbi) una nuova introduzione... questa è oggi l’editoria italiana “di cultura”.