Il nuovo libro di Pasquale Voza rilancia l'attualità del pensatore sardo

Siamo tutti omologati ma il Pd butta via Gramsci e la rivoluzione passiva

Tonino Bucci

Non è passato inosservato l'insolito scambio di ruoli che alla festa del Pd di Firenze hanno messo in scena due ministri della cultura. Uno vero, Sandro Bondi, l'altro di un governo ombra, Vincenzo Cerami. Uno del Pdl, l'altro del Pd. Il primo a sostenere che Gramsci è il più grande pensatore italiano e che tutti dovrebberlo studiarlo nelle scuole. L'altro, invece, a dire che dal nostro passato non abbiamo più nessun insegnamento e che sarebbe meglio prendersi una pausa da Gramsci per dedicarsi piuttosto all'attualità.

Il fatto, giornalisticamente parlando, non è "fresco". La querelle Bondi-Cerami risale alla scorsa settimana. Ma la sostanza è tutt'altro che innocua dal punto di vista culturale. Perché mai la destra oggi rivendica Gramsci, sia pure in una lettura di parte (ma anche questo è molto gramsciano), mentre un partito di sinistra "moderna" come il Pd lo mette in soffitta? Ci sarà pure un tentativo del centrodestra di ammaliare qualche intellettuale dell'altra sponda sul modello della commissione Attali voluta in Francia da Sarkozy. Ma il cuore della questione è che la destra oggi sa interpretare meglio dei suoi competitori la sfida dell'egemonia e del governo della società. E più degli altri comprende il ruolo decisivo degli intellettuali, per meglio dire, dell'immenso apparato di intellettuali di cui può disporre: manager, direttori d'azienda, consiglieri d'amministrazione, autori televisivi di fiction, pubblicitari e via elencando.

E chi più di Gramsci ha studiato a fondo le strategie di governo della società da parte delle classi dominanti? Chi più di lui ha saputo spiegare che un consenso maggioritario si può ottenere proprio con l'inclusione/esclusione passiva dei subalterni? Per dirla in un linguaggio più vicino a quello corrente, la destra vede in Gramsci il teorico della ricetta che essa stessa ha messo in pratica da un paio di decenni a questa parte. Il berlusconismo del nostro tempo cos'altro è se non una miscela egemonica di gruppi sociali e ideologie diverse, di populismo e liberismo? E il consenso di cui gode non è forse costruito sul sentimento dell'antipolitica e sullo svuotamento delle nostre vite quotidiane da ogni forma di impegno politico diretto?

Non è un caso che tra i recenti studi gramsciani prevalga un interesse nei confronti della "rivoluzione passiva", la categoria che più di altre sembra adattarsi alla costituzione del nostro tempo. Anche il nuovo libro di Pasquale Voza, Gramsci e la continua crisi (edizioni Carocci, pp. 116, euro 10,80) sceglie una lettura che attraversa il nostro presente. Non c'è solo il rigore filologico, ma si respira anche l'urgenza "qui e ora" di contrastare i processi di standardizzazione e di omologazione che la politica egemonica della destra ha costruito nel governo della società.
Gramsci a questi temi era arrivato ragionando sul fallimento della rivoluzione in occidente.Davanti ai suoi occhi si erano dispiegate, invece, due rivoluzioni passive di portata mondiale, il fascismo e l'americanismo. E cercò di darne una risposta teorica all'altezza di quei processi molecolari che stavano cambiando in profondità persino la personalità, la struttura profonda degli individui, i modi di pensare e gli stili di vita.
Le classi dominanti del suo tempo erano uscite dalla crisi dell'economia capitalistica con una gestione politica della società in grado di anestetizzare l'iniziativa storica delle classi subalterne.
Qualcosa del genere è avvenuto anche in tempi più vicini ai nostri, dopo la crisi economica degli anni 70. Cos'altro furono il reaganismo e il thatcherismo - o il craxismo in Italia - se non una nuova risposta politica organizzata delle classi dominanti?
Thatcher e Reaagan - e si parva licet , Craxi da noi - si fregiarono del titolo di innovatori e modernizzatori riuscendo, nel medesimo tempo, a generare un sentimento di riflusso politico.
Ma non c'è fatalismo nell'uso della categoria della rivoluzione passiva. Lo stesso Gramsci - come precisa Voza - invitava a farne un uso dialettico, a non dare per scontto l'ineluttabilità dell'egemonia delle classi dominanti. Il problema, ai suoi come ai nostri tempi, è che l'antitesi è «poco vigorosa», che le classi subalterne non si sono pienamente costruite come soggetti autonomi. Da qui si capisce come la politica (e la cultura) fosse per Gramsci costruzione molecolare della soggettività. Come pure si capisce la centralità nel suo pensiero della forma-partito intesa come catalizzatore di un processo attraverso cui un soggetto collettivo esce dalla condizione di massa dispersa ed entra nella storia con un proprio progetto politico e culturale autonomo.
In questo senso il libro di Voza è anche un discorso gramsciano nel nostro tempo, l'assillo di un pensiero che non rinuncia a essere critico e a reintrodurre l'idea di rivoluzione nelle nostre vite quotidiane. E per far questo sa di non poter smarrire Gramsci perché in quel nome, in quella vita di pensatore e dirigente comunista si nasconde un "bambino disadorno mai diventato adulto", una potenzialità sopravvissuta alla sua morte prematura. Il '68, in fondo, non fu l'avverarsi di quella "antitesi" alla rivoluzione passiva che tanto Gramsci aveva cercato? Nella contestazione sessantottina non si attuò, per un momento, quella politicizzazione del quotidiano che i Quaderni abbozzano con la categoria dell'egemonia? Certo, per un attimo soltanto, perché quella politicizzazione sarebbe poi stata neutralizzata nel riflusso, spingendo l'opinione pubblica in uno stato di passività di oggi paghiamo gli effetti.
Pasolini, infine, è stato, forse, l'ultimo, grande intellettuale profondamente gramsciano nel suo modo di pensare critico. L'unico ad alzare un grido di allarme disperato per i primi segnali inquietanti di una rivoluzione passiva borghese proprio quando, paradossalmente, sembrava trionfare la contestazione studentesca. Pasolini vedeva, profeticamente, l'incedere di un consumismo che avrebbe cambiato gli individui, li avrebbe mutati antropologicamente fino a estromettere la politica dalle loro vite quotidiane. Da Gramsci, ancora oggi, non si può prescindere, a meno di non sottovalutare quel neocapitalismo che ha colonizzato la cultura quotidiana. E di arrendersi a quella rivoluzione passiva pervasiva che ha aperto la strada nel senso comune ai peggiori vizi italici: l'arte d'arrangiarsi, il tengo famiglia, l'individualismo, il disprezzo per le regole e lo strapotere dell'interesse privato ai danni di quello pubblico. Pasolini disegnava «un Gramsci capace di dare ascolto e voce, pur dentro una tenacissima "abitudine razionalistica", alla radicalità antropologica della vita, al fascino drammatico del suo irrazionalismo. Se nel poemetto Le ceneri di Gramsci Pasolini si rivolgeva alla figura del pensatore sardo quasi sfidando il suo "rigore", ora, a metà degli anni Sessanta, egli mostrava di sentire come fratello il Gramsci scrittore delle Lettere , al punto da designare, forzando in qualche modo i versi di Saba, il comunismo "segreto" di quella scrittura come un comunismo speciale, che aveva il dono di "non oscurare la bellezza e la grazia"». Quello di Pasolini era un grido disperato in difesa delle culture popolari che stavano scomparendo, annegate in un immaginario consumista e, diremmo oggi, televisivo.


(da «Liberazione», 13 settembre 2008)