Frammenti folclorici nell’opera di Antonio Gramsci

Monica Mureddu

 

 

Scorrendo la Bibliografia gramsciana di John Cammett si incontrano numerosi studi critici sul tema “Gramsci e il folclore”: si addensano soprattutto in determinati periodi della fortuna gramsciana. In particolare, negli anni della pubblicazione tematica dei Quaderni (1948-1951); nel periodo attorno all’edizione critica degli stessi (1975). Ciò non toglie che qualche altro importante contributo sia apparso anche in anni distanti da queste due momenti cruciali. Se analizziamo con attenzione questi contributi (saggi, monografie, articoli) si potrà notare come essi insistano, per lo più, ad analizzare criticamente e con interventi di elevato valore euristico – si pensi a de Martino, a Santoli, a Cirese, a Lombardi Satriani, solo per citare qualche nome – le note dei Quaderni. Scarsi o nulli i riferimenti alle Lettere o agli scritti precarcerari.

Assistiamo ora, nel periodo dell’internazionalizzazione del pensiero di Gramsci (studi culturali, subalterni e post-coloniali) a una ripresa di interesse anche alle pagine folcloriche dell’intellettuale sardo, con un ampliamento dell’indagine.

In questo contesto s’inserisce il lavoro di Mimmo Boninelli, Frammenti indigesti. Temi folclorici negli scritti di Antonio Gramsci (Carocci 2007). È un contributo particolarmente significativo che aiuta a capire meglio, e di più, l’importanza che il folclore riveste nel sistema teorico gramsciano.

L’idea dell’autore - tra l’altro un competente conoscitore e studioso dei temi folclorici, collaboratore di lunga data dell’Istituto Ernesto de Martino di Sesto Fiorentino - parte dalla ipotesi che le pagine gramsciane delle Osservazioni sul Folclore lascino intravedere un pensatore che sa maneggiare bene e con competenza la materia. La domanda è: da dove provengono questi saperi che si concentrano nelle poche note affidate ai Quaderni? Non è pensabile che l’interesse a questo argomento sia nato e si sia sviluppato esclusivamente entro le mura del carcere.

Da qui muove la ricerca di Boninelli. Essa attraversa le pagine giovanili, gli scritti giornalistici e politici, Lettere e Quaderni, compulsa testimonianze di familiari e coevi, confronta studi critici e demologici, alla ricerca di tutto ciò che, nelle pagine gramsciane, abbia qualche attinenza con i motivi folclorici. Il risultato sono i sei capitoli di Frammenti indigesti che toccano alcuni aspetti del variegato mondo del folclore presente in Gramsci: il mondo popolare della sua terra d’origine, la Sardegna; la religione popolare, la magia e le credenze superstiziose; i proverbi e i modi di dire; le storie di tradizione popolare, ma non solo; i canti tradizionali e della protesta sociale; il teatro dialettale e popolare. Se il libro si conclude qui, la ricerca è però continuata, e l’autore ne dà conto nell’Introduzione, segnalando l’individuazione di altri temi quali i giochi fanciulleschi e i divertimenti popolari; la delicata questione lingua/dialetti; gli aspetti antropologici connessi all’osservazione e alla descrizione dei fatti folclorici. Boninelli accompagna ciascuno dei capitoli  del volume con una antologia di testi gramsciani che dimostra con lapalissiana evidenza la continua e costante attenzione dell’intellettuale sardo per questi aspetti.

Vanno segnalati altri interessanti elementi del lavoro di Boninelli che impreziosiscono la sua ricerca e la connotano come un contributo particolarmente importante per lo studioso contemporaneo: ogni sezione dei Testi è preceduta da una sorta di “mappa” che traccia l’articolazione della voce trattata. Se prendiamo, per esempio, la mappa di «Narrazioni e storie», ci imbatteremo nei seguenti “sentieri”: storie tradizionali del mondo popolare e popolaresco; storie della classicità greco-romana; storie inventate ed esperienze di vita come racconto; aneddoti, apologhi e storielle; brani o riferimenti a romanzi popolarti; presentazioni di scrittori o di autori operai; materiali vari. Si coglie in questo modo quanto sia esteso e variegato l’interesse di Gramsci per questo argomento. Lo stesso criterio è ravvisabile per ciascuno egli altri.

E sta qua un altro dei pregi dell’indagine di Boninelli: quella di essersi concentrato soprattutto a evidenziare i riferimenti a fatti folclorici concreti, siano essi semplici espressioni linguistiche, brevi frasi, paragrafi, brani più o meno estesi. Un lavoro certosino che ha portato a risultati considerevoli. Solo quando le cose “fanno mucchio” - sostiene lo stesso Gramsci - balzano all’occhio e diventano terreno di riflessione. Frammenti indigesti mette a disposizione dello studioso una vasta messe di materiali. Non solo. L’indagine minuziosa ci restituisce un Gramsci inconsueto e inaspettato, un uomo che si misura giorno dopo giorno con il vivere quotiiano di donne e di uomini “nel sorriso e nel pianto”. È questo stretto contatto – qualcosa di più dell’antropologica “osservazione partecipante” – che permette a Gramsci di cogliere e distinguere il “molecolare” agire autonomo e creativo di determinati gruppi sociali, da quanto è disgregazione e passività, supina accettazione della concezione “ufficiale” del mondo, senza mezzi per reagire che, in fondo, relega questi strati sociali ai «margini della storia».

Ma le classi subalterne e i fenomeni folclorici che le connotano non sono sciocchezze «senza cabucoa», come Gramsci ricorda, sono invece una «cosa molto seria e da prendere sul serio». Anche se e, anzi, proprio perché sono documenti di «un agglomerato indigesto di frammenti di tutte le concezioni del mondo e della vita che si sono succedute nella storia», diventano per Gramsci un punto di partenza su cui fare leva per ribaltare e trasformare quella storia.