La prosa di Labriola e Gramsci: un convegno a Bari

 

Chiara Meta

 

 

Le opere di due importanti protagonisti del pensiero politico italiano tra Otto e Novecento, Antonio Labriola e Antonio Gramsci,  vanno lette  riservando attenzione particolare anche alle caratteristiche formali, stilistiche ed espressive  che le distinguono. Il modo della scrittura di due pensatori che spesso hanno dovuto forzare o reinventare il patrimonio della comunicazione per esprimere pensieri nuovi o per discutere pensieri esistenti è stato l’oggetto di un convegno  organizzato dal Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani, che si è svolto a Bari tra il 29 e il 30 settembre 2004: «“Pensare dubitando e “Il ritmo del pensiero in isviluppo”: la prosa di Labriola e Gramsci». Le due espressioni, rispettivamente di Labriola e di Gramsci, che hanno dato il titolo all’incontro di storici, italianisti e filosofi di molte università italiane, alludono al peculiare rapporto nei due autori tra la forma e l’oggetto della riflessione e al lavorio di elaborazione, di costruzione del pensiero in fieri, proprio attraverso il passaggio linguistico-letterario che è dunque un elemento costitutivo della riflessione medesima. Lo ha sottolineato, introducendo il convegno e spigandone l’ipotesi di lavoro, il direttore del  Centro, Pasquale Voza.

Il tentativo e lo sforzo complessivo del convegno, nonostante le relazioni sui due autori si siano svolte in due giornate differenti, è stato quello di far emergere, senza comparazioni forzate e indebite, la vicinanza e la comunanza di idee tra i due autori, in particolare per quanto concerne il modo di intendere e promuovere il processo cultuale. Si pensi ad esempio, per quanto riguarda Labriola, al ruolo che la pedagogia sociale di Herbart riveste nello sviluppo del suo pensiero; l’attenzione rivolta allo studio della “psicologia dei popoli”, come ha sottolineato Raffaele Cavalluzzi, testimonia sia una spiccata sensibilità nei confronti della comprensione dei meccanismi e delle ragioni dell’agire collettivo, propria del Cassinate, sia l’esigenza di una ridefinizione teorica del tema della libertà alla luce di una nuova morale, spinozianamente naturalizzata. In tal senso la libertà, lungi dal configurarsi come un atto solipsistico di affermazione dell’individuo, rappresenta la risultante non deterministicamente intesa della continua interazione con l’azione sociale. Essa quindi si concretizza nello Stato, in quella dimensione dell’etico dove – non hegelianamente – ogni singolo possa educarsi a contemperare il desiderio di incidere in termini personali nella collettività con l’esigenza della limitazione sociale che la convivenza civile associata richiede.

Ciò che si ricava da questo discorso è il profondo legame, presente nel Cassinate, tra cultura e vita; la passione civica diviene, come ha sostenuto Stefano Miccolis parlando dell’epistolario labriolano, di cui è curatore e la cui edizione critica sta per giungere a compimento, il centro focale di annodamento di tematiche la cui soluzione solo successivamente viene consegnata al compito della riflessione teorica. Nella sua appassionata relazione, Miccolis ha mostrato la vastità delle relazioni culturali di Labriola, e l’importanza di una loro ricostruzione quanto più possibile accurata. Le lettere, per  esempio, aiutano a chiarire le ragioni di quella asprezza che per certi versi caratterizza la scrittura labrioliana fino a renderla difficile o, come ritengono alcuni, poco comunicativa.

Passione civica, ha sostenuto Lea Durante, emerge anche dal corpus delle lettere gramsciane, all’interno del quale le vicende intime e biografiche del “prigioniero” si intersecano continuamente con le questioni della cultura e della vita politica nazionale e internazionale; forse in questa luce risulta efficace l’espressione usata da Calvino per il quale le lettere gramsciane «sono il libro più importante sulla Resistenza, proprio perché non parlano di Resistenza»; l’impegno politico, la ripulsa verso ogni forma di sopruso intellettuale e morale emergono da sé, dall’esperienza stessa della vita carceraria, senza alcun bisogno, da parte di Gramsci, di elargire una precettistica di comportamento adeguato.

Il problema della “letterarietà” delle Lettere gramsciane è forse oggi da porre in forme nuove, lontano della diaristica con cui è stato inteso per molti decenni: la sua analisi, svolta soprattutto attraverso il confronto con le scelte compiute da Gramsci nei coevi Quaderni, può rappresentare un importante terreno di approfondimento.

 Nicola D’Antuono, parlando dell’influenza che la formazione linguistico-glottologica ha avuto nell’elaborazione del pensiero labriolano, ha evidenziato come questi abbia sempre aspramente polemizzato con i letterati italiani, considerati “verbosi”, “retorici”, troppo spesso “disinteressati” nei confronti delle sorti della cultura nazionale.  Benché fosse un amante nonché un pregevole studioso della classicità, Labriola odiava gli specialismi disciplinari, e perseguiva un modello di “cultura socratica” che nello stile della prosa si configurava come “attualizzazione” del discorso, come vitalizzazione della “dialogigità” del pensare che, in opposizione a quello che costituirà in seguito il modello crociano, nel “discorrere” della “prosa aperta” interloquisce con l’uditore “assente”, non imponendo definizioni conclusive.

Calzante è in tal senso, secondo Pasquale Guaragnella, la definizione di Badaloni, il quale, riferendosi in particolar modo ai Saggi sul materialismo storico, considera Labriola uno dei più grandi saggisti e scrittori italiani. Soprattutto, sempre a detta di Guaragnella, grande è la modernità della prosa labriolana che si palesa come espressione della consapevolezza originale, propria del Cassinate, dell’impossibilità – per una cultura ormai secolarizzata come quella della contemporaneità che vive l’angoscia dello spaesamento di fronte alla distruzione di un ordine centrale e invariante – non solo di giungere ad un ordine sistematico e compiuto dei saperi, ma anche di darne una rappresentazione visibile nell’immagine del “libro” che si illude della sua “compiutezza”. La prosa moderna non può più pensare di rifarsi al modello pacificato e composto proprio della retorica classica; la sua cifra peculiare sarà allora, si pensi qui al Discorrendo di socialismo e filosofia, il ritmo della conversazione “spezzata”, in cui la scelta sintattica del modo gerundio allude, emblematicamente, alla “dilatazione” temporalmente infinita dell’azione del discorrere. Una prosa dunque appassionata e allo stesso tempo “umoristica”, espressione di quella tensione, propria dell’uomo moderno, della volontà onnicomprensiva della ragione e della consapevolezza della sua impossibilità.

 Una simile modernità, a detta di Raul Mordenti, traspare anche dalla prosa gramsciana, nella quale lo sforzo enciclopedico è costantemente destinato allo scacco.  Nella modernità infatti l’Opera-mondo deve rimanere aperta, moltiplicare costantemente l’universo dei rimandi e mai concludere. Nei Quaderni tale consapevolezza gramsciana si espliciterebbe nel riferimento ai Ricordi del Guicciardini e al suo stile letterario, contrapposto simbolicamente al modello culturale del lorianismo, espressione dell’intento positivista di “mettere le brache al mondo”. Secondo Mordenti le domande gramsciane, esplicitate nei vari lemmi, dovevano essere per loro natura “incompiute” e non destinate ad essere “completate” da un’eventuale successiva raccolta di materiale bibliografico. La “frammentarietà” della prosa gramsciana, non è pertanto espressione di una deficienza, bensì testimonia la consapevolezza dell’incapacità umana di attingere la “totalità”; si pensi, suggerisce ancora Mordenti, a tutta l’architettura stilistica dei Quaderni: da un lato abbiamo la “progettazione” di piani di sviluppo dei temi trattati, dall’altra lo svolgimento stesso della scrittura che non poteva, nella “contingenza del suo farsi”, non rimanere che aperta.

L’originalità e la modernità della scrittura gramsciana è comunque,  ha sottolineato Marina Paladini Musitelli, anche e soprattutto il riflesso speculare del suo modo di intendere e sollecitare la “comunicazione” culturale, come risulta dalla lettura della prosa giornalistica. L’uso del sarcasmo appassionato, ad esempio, inteso come metodo ideologico-stilistico, nella descrizione di personaggi e situazioni, rispondeva  soprattutto al bisogno di “scardinare”, sostituendolo egemonicamente, il linguaggio e l’ideologia dei giornali borghesi – si pensi all’aspirazione di fare dell’Ordine Nuovo per il proletariato ciò che La Voce di Papini e Prezzolini aveva rappresentato per la cultura liberale italiana. Si trattava di mettere in gioco la concezione borghese della vita, rovesciandone i valori; funzionale a questo progetto risultava avvicinare il linguaggio dialettale, dare “dignità letteraria” a quella prosa popolare, icastica, attraverso l’uso di diversi registri linguistici (si pensi ancora alle rubriche culturali che Gramsci tenne sia sulle pagine torinesi dell’ Avanti! sia su quelle del Grido del Popolo). Gramsci intendeva riportare la letteratura a contatto con la vita reale, attraverso una ridefinizione del concetto stesso di cultura, la quale, lungi dal caratterizzarsi come ripetizione pedissequa di repertori e formule passate, implicasse la partecipazione attiva in luogo dell’imitazione passiva; l’intercambiabilità dei ruoli tra docenti e discenti al posto dell’ossequio riconosciuto ai maestri. Per questa ragione l’uso delle “formule” dialettali risulta tanto importante nella prosa gramsciana, sostiene ancora Paladini Musitelli: Gramsci, a differenza di quanti, come i neogrammatici, ritenevano necessario attuare un processo di purificazione linguistica volto ad “espungere” dalla lingua letteraria, colta, ogni influsso gergale e dialettale, nel quale giammai l’universo cosmopolita degli intellettuali avrebbe potuto riconoscersi, considera la lingua uno strumento essenzialmente “metaforico” volto a rinnovare ed ampliare, attraverso successivi processi di stratificazione “storica”, l’immagine del mondo che la cultura via via elabora; qui si inserisce il contributo offerto soprattutto dalle nuove classi emergenti capaci di elaborare una nuova forma di razionalità la quale, arricchita dalla concretezza materiale dell’esistenza, risulti funzionale all’edificazione di una nuova soggettività collettiva.

Il problema della costruzione di una nuova soggettività politica che Gramsci solleva nei Quaderni ha rappresentato nell’ambito del convegno un ulteriore momento di confronto teorico proficuo, anche alla luce di discordanze non irrilevanti con la filosofia di Labriola, come ha evidenziato Roberto Finelli. Lo stesso Gramsci, ha ricordato Finelli, nel Quaderno11 dichiara la necessità di rimettere in “circolazione” la filosofia di Labriola nello sforzo di presentare il marxismo come una filosofia autonoma e indipendente, contro il tentativo di ridurlo a mero canone empirico di ricerca storica, come fa Croce, e contro il riduzionismo deterministica della sociologia di Bucharin. In tal senso l’espressione filosofia della praxis che compare a partire dal 1932 non sarebbe un mero espediente carcerario volto ad aggirare la censura. Gramsci infatti scorgerebbe proprio in Labriola un alleato importante nella lotta contro il riduzionismo economicistico nella spiegazione dei fenomeni sociali; posizione questa che nel Cassinate risulta sia dall’assimilazione dello storicismo empiristico di Spaventa sia dalla lettura del realismo herbartiano, inteso come messa in campo, nella spiegazione dei fenomeni storici, di particolarità e nessi genetico-causali, volti alla ricerca della comprensione delle forme di rappresentazione che la psicologia dei popoli elabora. Anche se, a detta di Finelli, profonde divergenze nei due autori sono riscontrabili nel modo di intendere il concetto stesso di “prassi” che dall’analisi storica risulta.

La prassi che interessa Gramsci non è quella che ha a che fare con la produzione di oggetti, e che come la intende Labriola si identifica con il lavoro, bensì quella che sollecita l’elaborazione di soggetti. È in questo ambito che, sempre a detta di Finelli, va letta e compresa la rivalutazione gramsciana del concetto di “ideologia”, come valore conoscitivo positivo, secondo la lettura che Gramsci compie delle Tesi su Feuerbach di Marx. Gramsci rovescerebbe dunque il lemma labriolano “filosofia della prassi” in “filosofia come prassi”: la prassi gramsciana è infatti la pratica politica che porta ad emergere sul terreno della prassi storica un soggetto – elaborato e unificato sul terreno della lotta ideologica – costituitosi come classe rivoluzionaria.

Ciò che in ultima analisi, sempre a detta di Finelli, passerebbe da Labriola a Gramsci come prassi implicherebbe una diversa concezione della soggettività: presupposta e apriori in Labriola, nel quale anche un  peso riveste una visione meccanico-naturalistica della dimensione dell’economico; storica, sempre storicamente posta e mai presupposta in Gramsci, intesa come passaggio dal non essere della subalternità all’essere dell’iniziativa storica.

Interessanti contributi al convegno sono stati inoltre offerti da Silvio Suppa, Giorgio Baratta, Guido, Liguori, Bruno Brunetti, Laura Mitarotondo, Marzio Zanantoni e Angelo d’Orsi. Nel corso delle due giornate, infatti, presiedute rispettivamente da Francesco Tateo e da Vitilio Masiello, il dibattito sui temi in campo è stato attivo e propositivo.

L’impressione del gruppo promotore, comunque, è che un interesse specifico sulla scrittura sia soltanto all’inizio, per quanto riguarda i due pensatori, e che studi in tal senso vadano promossi per acquisire il contributo di elementi diversi e a lungo trascurati nella comprensione storica e teorica  di Antonio Labriola e Antonio Gramsci.