«Il ritmo del pensiero in isviluppo» nei Quaderni del carcere

Eleonora Forenza

Il 28 aprile 2004 si è svolto a Bari, in occasione della pubblicazione del volume Le parole di Gramsci, un incontro su «il ritmo del pensiero in isviluppo» nei Quaderni del carcere. L’iniziativa, cui hanno partecipato numerosi docenti e studenti dell’Università di Bari, è stata organizzata dal Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani, recentemente costituitosi a Bari e comprendente le sedi universitarie di Trieste ed Urbino. Le relazioni di Alberto Burgio (Università di Bologna), Luciano Canfora (Università di Bari), Giuseppe Cacciatore e Domenico Jervolino (entrambi dell’Università Federico II di Napoli) hanno dato vita ad un vivace dibattito.

 Pasquale Voza, che ha coordinato la discussione, ha segnalato la stretta connessione fra la IGS Italia e il Centro interuniversitario ed il dato significativo che una delle prime iniziative del Centro fosse proprio la presentazione de Le parole di Gramsci, frutto del seminario triennale su lessico, momento di sperimentazione, nel confronto fra diversi specialismi, della traducibilità dei linguaggi.

Alberto Burgio ha attribuito al volume, capace di rispettare il testo sottoponendolo ad un’analisi non viziata da preconcetti e mantenutosi in un punto di equilibrio fra «l’essere strumento e l’essere interpretazione», un carattere «oggettivamente polemico» rispetto alle interpretazioni che hanno impropriamente “sollecitato” l’opera gramsciana. Inoltre, pur partendo da singole parole, il libro, secondo Burgio, ha restituito ai Quaderni quell’«organicità» negata dalle «teorie del frammento», cogliendo la prevalenza della «logica complessiva» («“il ritmo del pensiero in isviluppo”», appunto) rispetto al singolo aforisma. Le parole sono i nodi di quella «rete di reti» che è la trama concettuale dei Quaderni. Su di esse Gramsci (vero e proprio «creatore di parole») investe, «moltiplicandone i sensi», considerandole (dato non scontato in filosofia) «luogo strategico dell’innovazione teorica, terreno di conflitto per l’egemonia» (sarebbe importante anche una mappa della rete disegnata dai “nomi propri”). Le parole, dunque, divengono oggetto e soggetto di trasformazione in quanto strumento di conoscenza e trasformazione della realtà. Attraverso i rimandi fra i singoli lemmi, analizzati autonomamente ma sullo sfondo di una forte condivisione di base, il libro riesce a restituire nella sua concretezza il telaio complessivo della teoria gramsciana, a differenza del relativismo concettuale basato sulla sua frammentazione.

Anche Luciano Canfora nella sua relazione ha rilevato l’importanza di un’attenzione allo specifico linguistico negli studi gramsciani. Lo stile di Gramsci scrittore (autore delle Lettere, che vinceranno il Premio Viareggio) venne riconosciuto anche da Croce. Canfora fa oggetto della sua relazione il peculiare rapporto fra Gramsci e Togliatti. Quest’ultimo intraprende un’aspra polemica contro Ambrogio Donini e Arturo Colombi che nel 1954 avevano organizzato (il primo in qualità di direttore dell’Istituto Gramsci) un convegno sulla storiografia marxista in Italia, relegando Gramsci in una posizione marginale ed addebitandogli il mancato uso di una terminologia marxista. Togliatti ritiene infondata tale critica e ricorda che Gramsci usa «il linguaggio degli scienziati e degli storici del suo tempo» traducendolo, innovandolo e rendendolo strumento per la storiografia marxista. Secondo Togliatti, Gramsci può essere considerato il fondatore, in Italia, della storiografia marxista, che, egli insiste, non è identificabile con la storiografia sul movimento operaio.

Domenico Jervolino ha invitato i più giovani alla lettura dei Quaderni e ne ha sottolineato l’importanza per la loro formazione intellettuale. I Quaderni, dice Jervolino, sono «un messaggio in una bottiglia» scritto da Gramsci in difficili condizioni materiali e senza nessuna certezza sul loro reale pervenire ad un destinatario. Jervolino ha ricordato anche quanto Gramsci sia stato tradotto in America latina e in tutto il mondo mentre in Italia era sostanzialmente rimosso; e come sia importante un lavoro di ri-traduzione nel mondo di oggi, non per istituire dogmaticamente un’ortodossia gramsciana, ma per costruire il comunismo come pratica di liberazione.

Secondo Giuseppe Cacciatore il volume riesce ad intrecciare la ricostruzione filologica alla riflessione teorico-politica, tracciando degli itinerari di lettura in un aggregato (i Quaderni) costitutivamente asistematico (anche per la natura precaria della scrittura). Il ripartire da ciò che è stato scritto, e non da forzature ed interpretazioni, consente di uscire dalla «storia monumentale» (Nietzsche) per avviarsi alla storia critica di Gramsci, e di fornire al dibattito molte novità testuali. Cacciatore si addentra nel commento di alcuni singoli lemmi. In merito ad Americanismo e Fordismo sottolinea come le ricorrenze del lemma siano connesse al progetto di una storia degli intellettuali: emerge, a suo avviso, qui con chiarezza il metodo gramsciano nella sua capacità di connettere categorie teoriche alla percezione delle trasformazioni del mondo circostante. L’analisi gramsciana rivela ancor oggi dei tratti di straordinaria utilità (si pensi al nesso egemonia-economia) per comprendere l’«internazionalizzazione della “quistione meridionale”» prodotta dall’egemonia nordamericana. Cacciatore ravvisa oscillazioni per così dire metodologiche nella trattazione di alcuni lemmi: da un approccio prevalentemente ideologico-politico (Dialettica) ad uno più strettamente genetico-filologico, come nel caso di Egemonia, in cui la ricostruzione dell’ «itinerario storico-politico» svolto dal lemma nel testo rivelerebbe anche alcune aporie nella riflessione dei Quaderni (ad esempio, egemonia come direzione o come direzione e consenso). A proposito di Filosofia della praxis, Cacciatore afferma di non condividere la premessa filosofica del saggio secondo cui il lemma riveste nei Quaderni un duplice significato («proposta filosofica dei quaderni» e «sinonimo di marxismo»): «la ricerca dell’autonomia filosofica del marxismo non può essere disgiunta dalla collocazione della filosofia della prassi ad un livello anteriore e superiore rispetto al marxismo» (a sua volta, Francesco Fistetti dirà a tal proposito, nel corso del dibattito, che essa è «eccedente rispetto al marxismo»). Nell’analisi del lemma si introducono anche elementi chiarificatori in merito al rapporto Gentile-Gramsci. Nella trattazione del lemma Ideologia viene tracciata la storia del concetto a partire dalla scienza delle idee illuminista e post-illuminista fino ad arrivare a Marx: quella di Gramsci è una radicale reinterpretazione del concetto marxiano di ideologia in contrapposizione a Croce che accusava Marx di ridurre l’ideologia a mera apparenza. L’analisi del lemma Rivoluzione passiva, inoltre, rivela, nello stretto intreccio fra terreno storiografico e terreno teorico-politco, come il moderatismo possa essere considerato tratto costitutivo dell’intera storia italiana: nella dinamica teoria politica gramsciana la categoria “rivoluzione passiva” si connette all’interpretazione del proprio tempo (il fascismo, l’americanismo, la sconfitta della rivoluzione in Occidente) e soprattutto al problema della costruzione del soggetto politico della trasformazione («Come nasce il movimento storico sulla base della struttura»), al di fuori di ogni filosofia della storia e di ogni finalismo dogmatico.

 

Il dibattito successivo alle relazioni si è articolato principalmente su alcuni nodi, quali il nesso contestualizzazione/classicità dei Quaderni ed il rapporto fra applicabilità, attualità e utilità del pensiero gramsciano in relazione anche alla possibilità di leggere la contemporaneità come fase della “stessa storia” o come fase successiva ad una cesura storica rispetto al contesto storico gramsciano. Bartolo Anglani ha sostenuto l’impossibilità di porre la riflessione gramsciana come fondativa di un canone storiografico e l’inattualità di “Gramsci comunista” (ovvero la su utilità come classico a partire da una frammentazione che ne espunga gli elementi, per così dire, “storicamente determinati”). Burgio, affermando l’inammissibilità di qualsiasi decontestualizzazione («un classico parla ad altre epoche in virtù della sua massima contestualizzazione» e grazie alla capacità di capire il proprio tempo) ha invitato a considerare l’utilità dei Quaderni (in particolare in riferimento al metodo e alla comparatistica storica) anche in connessione al fatto che il contesto della mondializzazione capitalista accomuna noi e Gramsci.  L’Ottantanove segna, dunque, a suo avviso, solo la fine di un uso di Gramsci, ma non di un’epoca storica. Augusto Ponzio ravvisa in Gramsci addirittura lo sforzo d’essere inattuale e si sofferma, sulla scia delle riflessioni di Ferruccio Rossi Landi sul concetto di ideologia, sulla mediazione dei segni nel rapporto fra struttura e sovrastruttura. Secondo Francesco Fistetti, l’Ottantanove è una cesura storica che chiude una fase del rapporto fra Gramsci, la cultura europea, il movimento operaio. Gramsci ha bisogno di essere ricontestualizzato e tradotto poichè la chiusura di una fase storica ne impedisce la attualizzazione. Cacciatore invita a considerare l’Ottantanove come cesura in una dimensione europea più che mondiale, mentre Jervolino ricorda, prendendone le distanze, la costruzione di un “Gramsci liberale” ad uso politico.

Per Fabio Frosini fra le diverse interpretazioni del rapporto fra Gramsci e il comunismo (Gramsci inattuale poiché comunista o Gramsci attuale poiché non comunista) vi è una terza via: partire dal dato che il comunismo era ed è, oggi come allora, un «elemento indeciso». I Quaderni sono dunque un classico (come afferma Gerratana in Questioni di metodo, citando Italo Calvino) che continua a poter essere interrogato, vivace più che attuale (Paggi ha invitato a studiare Gramsci come fosse Plotino). Come Machiavelli, dunque, anche Gramsci, problematico e profondo interprete del proprio tempo, richiede una organica contestualizzazione. Gramsci, continua Frosini, in quanto scrittore, aveva con le parole un rapporto non meramente strumentale: le utilizza al contempo per comprendere il mondo e produrre nuovi livelli di realtà, con una «tensione metaforica» che le ha rese facilmente manipolabili e oggetto di oscillazioni semantiche più che di definizioni precise. L’operazione filologica compiuta dal seminario non è, dunque, interpretabile come una regressione rispetto all’interpretazione, ma come un momento necessario per poter interpretare. Rispondendo a Cacciatore, Frosini, rilevando la scarsa attenzione della ricerca per «Gramsci filosofo», aggiunge che per il pensatore sardo la filosofia della praxis è una filosofia anteriore e superiore alla concezione marxista della storicità.

Anche Guido Liguori ha ricordato come il tentativo di un «ritorno al testo», nella consapevolezza che sarebbe stata illusoria la pretesa di un’assoluta separazione dalle interpretazioni, abbia animato il seminario. Il tentativo di ricostruire «la storia interna» delle parole è stato anche un modo di utilizzare pienamente l’edizione critica di Valentino Gerratana (ma senza Togliatti non avremmo i Quaderni). Mentre in Italia negli anni Ottanta (in piena crisi del marxismo ed in piena offensiva degli intellettuali socialisti) vi è stato un declino degli studi gramsciani, essi hanno contribuito a dar vita nel resto del mondo ai cultural studies e agli studi post-coloniali. Il fatto che Gramsci sia ancora utile (anche se non più foriero di indicazioni politiche concrete) dovrebbe risultare problematico a chi sostiene che con l’Ottantanove finisca una storia. Rispondendo, infine, ad una sollecitazione di Anglani, Liguori sottolinea il carattere non monistico del marxismo dei Quaderni.

Infine Giorgio Baratta ha ricordato come si sia sventato il pericolo della marginalizzazione degli studi gramsciani e come l’International Gramsci Society abbia contribuito a una corretta contestualizzazione di Gramsci (come diceva Gerratana, è necessario contestualizzare prima di ricontestualizzare), leggendolo in chiave internazionale e differenziandosi dalla interpretazione in chiave nazionale che aveva contraddistinto una prima fase della fortuna dell’autore dei Quaderni.