Gramsci e la storia italiana
Antonio Barberini
Albarani,
Badaloni, Barberini, Barone, Cospito, Di Stefano, Galli, Garin, Stevani Colantoni,
Vanzulli, Zanantoni, Gramsci e la storia
d’Italia, Milano, Edizioni Unicopli, 2008, pp. 270, euro 15,00
I
saggi raccolti in questo volume sono in parte gli interventi del Convegno
svoltosi alla Camera del Lavoro di Milano in occasione dell’Anno gramsciano, il
22 marzo 2007, e organizzato dal Centro Filippo Buonarroti in collaborazione
con Marzio Zanantoni: per arricchire il volume e renderlo più completo abbiamo
ritenuto opportuno aggiungere alcuni importanti scritti di Nicola Badaloni, Eugenio Garin ed Angela Stevani
Colantoni.
Il
Convegno è stato pensato ed organizzato in occasione del settantesimo anniversario
della morte di Antonio Gramsci. Spiace dover registrare anche in questa
occasione il disinteresse e l’assenza della Milano accademica ufficiale, come
del resto avevamo già verificato nel 2004 quando avevamo organizzato il
Convegno su Antonio Labriola, nel centenario della morte.
Il
tema scelto - Antonio Gramsci e la storia
d’Italia - esprime la volontà di
esplorare terreni diversi e quindi di concentrarsi su questioni il più
possibile originali rispetto alle numerose altre iniziative che avrebbero caratterizzato
le celebrazioni gramsciane: ma nel contempo in tale scelta c’era anche la
consapevolezza della necessità di approfondire in modo organico una tematica,
quella appunto del Gramsci storico - ma anche protagonista della storia – tanto
importante quanto poco approfondita in rapporto, per esempio, all’aspetto
filosofico e politico del suo pensiero.
Già
nel primo saggio, di Marzio Zanantoni – Gramsci
e la storia della nazione italiana – è evidenziato, sulla scorta
dell’importante e recente libro di Alberto Burgio su Gramsci storico, il fatto
di come i Quaderni del carcere
rappresentino “un grande libro di storia”
e in questa ottica, Zanantoni ha inteso tracciare, attraverso le note
gramsciane, una sorta di “biografia” della nazione italiana, toccando soprattutto
due aspetti: da un lato la ricostruzione delle riflessione metodologiche di
Gramsci in merito alla possibilità di una storia unitaria della nazione e
dall’altro la sottolineatura di alcuni caratteri propri degli italiani, come
l’individualismo, l’apoliticismo, il campanilismo ecc.: riflessione questa che,
evidentemente, è anche di grande attualità politica e sociale.
Giuliano
Albarani, dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione di
Modena, nel suo saggio – Gramsci e il
Risorgimento - ha riletto uno dei temi classici dell’indagine storica del
pensatore sardo: il Risorgimento e l’Unità d’Italia. Pur accennando alla
classica battaglia storiografica e politica insieme, svoltasi tra Romeo e gli
storici marxisti negli anni cinquanta e sessanta in particolare, Albarani ha
voluto soffermarsi più dettagliatamente sull’analisi dell’egemonia moderata che
ha caratterizzato il periodo risorgimentale, per mettere in evidenza
l’apprezzamento espresso da Gramsci verso
la capacità di dominio culturale e politico dimostrata da Cavour e dai
moderati, e per sottolineare la forza costruttiva che l’ambito culturale viene
ad assumere in ogni momento di lotta a lungo termine tra due fazioni.
Argomento
del saggio dello storico Giorgio Galli – Gramsci,
Lenin e Bordiga - che abbiamo ripreso dalla sua famosa Storia del PCI, è invece il rapporto ed il confronto tra Antonio
Gramsci e Amadeo Bordiga riguardo al carattere ed al ruolo del Partito
comunista d’Italia in un momento difficile e delicato della storia d’Italia,
come furono gli anni del Primo dopoguerra. Se Bordiga, secondo il relatore,
aveva visto meglio di Gramsci il ruolo che il partito deve avere come soggetto
capace di dare omogeneità e guida alle istanze del proletariato, nelle
riflessioni dal carcere è invece Gramsci a sviluppare meglio taluni caratteri
più moderni del partito, al punto che le sue riflessioni finiscono col
presentare “pericolose” diversità nei confronti dell’esperienza sovietica e
staliniana.
Altro
tema classico della analisi storica del pensatore sardo è quella ripresa da
Salvatore Distefano nel saggio su Gramsci
e
Con
i due saggi di Marco Vanzulli, dell’Università Bicocca di Milano su Gramsci e Labriola e di Giuseppe
Cospito, dell’Università di Pavia, su Gramsci
e Marx, si sono toccati i problemi inerenti alle continuità, influenze,
diversità, tra il pensatore sardo ed i suoi maestri marxisti. Vanzulli ha messo
in evidenza soprattutto alcune diversità di fondo con Labriola, per
sottolineare fortemente e positivamente, a suo giudizio, la valorizzazione
gramsciana del lato soggettivo e volontaristico della filosofia della prassi,
pur in una prospettiva materialistica. Anche Cospito, occupandosi delle
traduzioni gramsciane di alcuni brani di Marx, svolte quasi a memoria in
carcere, ha evidenziato come il modo di tradurre da parte di Gramsci alcuni
concetti marxiani, sia indicativo di una adesione non passiva, ma tenda a far
emergere una personale concezione della filosofia marxista.
Eros
Barone dal canto suo, trattando il tema Gramsci
e la letteratura, nel suo saggio si è occupato in particolare di aspetti
inerenti al problema della prosa di Gramsci come espressione del pensiero
dell’ideazione e della educazione rivoluzionaria, oltre che del problema della
riforma intellettuale e morale da intendere comunque in stretto collegamento
con la struttura dei rapporti di produzione, e del basilare concetto di
egemonia, intellettuale e morale, come nodo centrale della prassi.
Infine
Carlo Antonio Barberini, nel saggio Gramsci
e l’Ordine nuovo, si è soffermato sul ruolo decisivo svolto dalla
Rivoluzione d’Ottobre e quindi da Lenin sulla formazione politica di Gramsci e
sulla sua maturazione comunista: in particolare ha mostrato come l’Ordine nuovo fosse, negli anni 1919-’20
la cassa di risonanza in Italia della linea e della politica
dell’Internazionale comunista, pur con tutti i limiti di assimilazione del
bolscevismo che caratterizzeranno il gruppo fondatore del Partito comunista
d’Italia; limiti che, per quanto riguarda Gramsci, saranno evidenziati in
particolare in quel periodo dalla incapacità di cogliere i nodi strategici
della battaglia politica in Italia, come dimostrerà tra l’altro la confusione
tra i Consigli di fabbrica ed i Soviet o il ritardo nella nascita del PCd’I.
Il
volume, come abbiamo già ricordato, è arricchito da alcuni scritti inerenti la
riflessione gramsciana sulla storia d’Italia, sui momenti di formazione e di
costruzione dell’identità nazionale, nonché sugli elementi che caratterizzano
il rapporto tra il pensatore sardo e la realtà italiana: in particolare abbiamo
ripreso un celebre scritto di Eugenio Garin, La formazione di Gramsci e Croce, nel quale si traccia un magistrale ritratto
della presenza di Croce in Gramsci e
si riflette sulla necessità di un
superamento di tale presenza. Argomento che viene approfondito, da un’ottica
diversa, anche nel saggio di Angela Stevani Colantoni. Lo scritto di Nicola
Badaloni – L’Italia e la cultura europea
- invece ci offre, con la inconfondibile ricchezza lessicale e concettuale
del Badaloni più ispirato, una riflessione che mette in collegamento la
dimensione nazionale di certi suggerimenti gramsciani con la dimensione della
cultura politica europea, attraverso figure e momenti come Leopardi e
Pirandello, il Rinascimento e
In
conclusione ci sembra che il volume possa rappresentare per il lettore un
contributo che riteniamo originale ed interessante, ma soprattutto fedele allo
spirito delle iniziative organizzate in collaborazione tra Marzio Zanantoni, le
Edizioni Unicopli e il Centro Filippo Buonarroti: offrire l’occasione di una
riflessione critica sul pensiero e sulle battaglie politiche e culturali di
alcune tra le voci più alte e profonde della cultura italiana ed
internazionale, soprattutto di quelle dimenticate in una società dominata dalla
superficialità della cultura-spettacolo quale è quella in cui viviamo.