Dipartimento studi storico-politico internazionali dell'Università
di Cagliari
12 - 13 febbraio Aula Magna della facoltà di Scienze politiche
(via di Sant'Ignazio 78).
Convegno Gramsci in Asia e in Africa
Relazione di apertura di Giorgio Baratta
La cosmopoli di Gramsci antidoto al leghismo
India, Cina, Palestina, America Latina: in aree del pianeta tra
loro distanti per storia e geografia il pensiero gramsciano
continuaa essere studiato e si dimostra carico di una
dimensione internazionale. L’intellettuale comunista intuiva nei tanti Sud del
mondo emergente un possibile contraltare all’egemonia americana. Sarà il tema
di un convegno dell’International Gramsci Society sarda a Cagliari giovedì e
venerdì
Il crollo del socialismo reale e il rigonfio dell'americanismo, la violenza
arrogante dell'era Bush e il trionfo dei fondamentalismi che mette in crisi le
acquisizioni del postcolonialismo, la globalizzazione
economica e mediatico-culturale, ora la crisi, hanno determinato e determinano
in varie parti del mondo il risveglio di interesse per il pensiero di Gramsci
Il crollo del socialismo reale e il rigonfio dell'americanismo, la violenza
arrogante dell'era Bush e il trionfo dei fondamentalismi che mette in crisi le
acquisizioni del postcolonialismo, la globalizzazione
economica e mediatico-culturale, ora la crisi, hanno determinato e determinano
in varie parti del mondo il risveglio di interesse per il pensiero di Gramsci.
In un senso paradossale, ma non peregrino, il suo modo-metodo di pensare appare
per alcuni versi più attuale oggi rispetto al periodo nel quale egli scriveva.
La sostanza internazionale del pensiero di Gramsci e, insieme, il motus - crescendo regionale-nazionale-continentale-mondiale
che essa sprigiona, sono la ragione della sua fortuna oggi, diversa da quella
di ieri. Il focus sta nella consapevolezza della mondializzazione della
politica a dominanza americana, a fronte della certezza che la filosofia della
prassi, animata da un autentico «filosofo democratico» o «pensatore collettivo»,
delinea o può delineare un orizzonte pratico-teorico nel quale morendo, come
muore, il "vecchio", si profila all'orizzonte il "nuovo",
anche se per ora, come Gramsci scrive nel Quaderno 3, «non può nascere». Che
cosa fosse e cosa potrà essere questo "nuovo", è il suo, e nostro,
sogno di una cosa. Nel Quaderno 1 Gramsci rivendica, differenziandosi da Lenin
e dalla linea di pensiero dell'Internazionale, la fioritura di una nuova fase
del capitalismo, che si annuncia attraverso il primato economico e politico
degli Stati Uniti e l'egemonia americana/americanista. In questo contesto egli
ripropone la questione meridionale - affrontata a livello tutto italiano nelle
Tesi del 1926 - in una dimensione internazionale, rispetto alla quale
l'emblematico, per l'Italia e l'Europa «mistero di Napoli», si ricollega a
tutti i Sud del mondo, in particolare a quei Paesi asiatici, come «l'India e la
Cina», ove si presentano il «ristagno della storia e l'impotenza
politico-militare». Tuttavia già nel Quaderno 2 Gramsci lumeggia un possibile
transito: «Se la Cina e l'India diventassero nazioni moderne, con grandi masse
di produzione industriale» e «si sposterà l'asse della politica mondiale
dall'Atlantico al Pacifico», che cosa accadrà? Si capisce bene la prudenza
politico-programmatica di Gramsci in un «mondo grande e terribile» che risulta,
«specialmente per chi è in carcere, sempre più incomprensibile».
Un punto fermo è l'insistenza, anche metaforica ed espressiva, di Gramsci sulla
categoria "mondo", spia della centralità del cosmopolitismo=nuovo
internazionalismo nel ritmo del suo pensiero. Gli studi geo-politici e
culturali (ad es. di Boothman, che interverrà
sull'Islam a Cagliari) hanno avviato la «filologia vivente» di questa
dimensione.
Banco di prova di un «moderno cosmopolitismo», a partire dal «vecchio centro»,
in via di sfaldamento, è, per un verso, la «crisi italiana», per altro la
questione europea. Di qui la singolare e problematica, ma efficace espressione:
«una nuova cosmopoli europea e mondiale». A che cosa pensa Gramsci?
Nel Quaderno 9 leggiamo: «Nel Risorgimento, Mazzini-Gioberti
cercano di creare il mito di una missione dell'Italia rinata in una nuova
Cosmopoli europea e mondiale, ma è un mito puramente verbale e cartaceo». A
fronte di questo cosmopolitismo «tradizionale, gonfio di retorica e di ricordi
meccanici del passato», che aspira a modernizzarsi coniugandosi, sia pure da
posizioni arretrate, con l'«uomo-capitale», Gramsci ribadisce che «l'espansione
italiana è dell'uomo-lavoro non dell'uomo-capitale. Il cosmopolitismo italiano
non può non diventare internazionalismo. Non il cittadino del mondo, in quanto civis romanus o cattolico, ma in
quanto lavoratore e produttore di civiltà». E' cieco chi non veda in questo
passo lungi-mirante un modello passato del ricongiungimento, che il presente
quadro politico italiano ci offre, tra le godurie mediatiche dell'«uomo
capitale» e i rigurgiti clerical-fascisti di «ricordi
meccanici del passato». Quel che stona con l'oggi è evidentemente la pars costruens , che manca, cioè l'italiano uomo-lavoro
produttore di civiltà.
Dalla Sardegna all'Italia, all'Europa, al mondo: «l'unificazione del genere
umano» - analiticamente la ripresa di ciò che Marx
una volta chiamò il «comunismo del capitale», progettualmente
la trasformazione del senso comune in comunismo socialista - è un leit-motiv
nascosto, a volte affiorante, nelle pieghe di tutti i Quaderni . Abbiamo
parlato dell'Italia. Guardiamo all'Europa, anche qui nella tensione
passato-presente. L'"europeismo" di Gramsci è una convinzione
fortissima. Dal quaderno 6: «Esiste oggi una coscienza culturale europea ed
esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che
sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il
processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che
solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra x anni questa unione sarà
realizzata la parola "nazionalismo" avrà lo stesso valore
archeologico che l'attuale "municipalismo"».
Il punto delicato, oggi in questione, è il nesso che Gramsci stabiliva tra
Europa e Nuova Cosmopoli. Si registra un paradosso: mai come oggi l'unione
europea è apparsa tanto fragile e politicamente inconsistente; mai come oggi,
tuttavia, la ricerca di un'alternativa al "nuovo ordine mondiale"
"di marca americana" dimostra un bisogno urgente di iniziativa
dell'Europa - "potenza di mediazione" - congeniale a quella che
Gramsci chiamava «una moderna forma di cosmopolitismo». La gramsciana
dialettica del contrappunto tra forme plurime di appartenenza e comunanza degli
individui, ha rappresentato e rappresenta una grande sfida contro la tragica
mania identitaria che ha in gran parte
caratterizzato, in difetto di prospettive concretamente internazionaliste, la
storia del Novecento e di questo inizio di secolo. Così Gramsci ha potuto
ragionare sul valore politico del suo ancoramento alle proprie radici in
Sardegna e insieme ha esplicitato l'esigenza di una radicale fuoriuscita dal
suo originario «triplice o quadruplice provincialismo» al fine di abbracciare
una coscienza, più che nazionale, "europea": coscienza difficile, che
non può, né deve chiudersi in se stessa, in un'epoca, come si dice nel Quaderno
2, nella quale «l'Europa ha perduto la sua importanza e la politica mondiale
dipende da Londra, Washington, Mosca, Tokyo più che dal continente».
Il nostro Convegno affronta Gramsci e la "sua" Europa fuori
dell'Europa: tematizza la presenza dell'Asia e dell'Africa nel suo pensiero, e
insieme l'attualità di esso in questi continenti. Sono noti i processi di
studio e di uso produttivo di Gramsci in Asia, come dimostrano i Subaltern Studies fondati da Guha in India. E l'Africa? Il Convegno è una promessa,
quale tematizzazione di un argomento certo secondario, ma non irrilevante nei
Quaderni. Uno studioso della letteratura senegalese immaturamente scomparso, Werner Glinga, delineò, in una
magistrale analisi nel Convegno romano del Cipec del
1987, nel quale fu concepita la IGS, il "triangolo della schiavitù"
tra Africa, Europa, America, che Gramsci aveva tenuto presente. Il grande
intellettuale nero Cornel West - allora consulente di
Jesse Jackson, candidato alternativo a Reagan per la
presidenza degli Stati Uniti, così come quest'anno è stato un promotore della
candidatura di Obama - mise in guardia, in una videorelazione a quello stesso convegno, dall'uso
dell'apocope "afro-americano", sottolinando
la necessità, financo linguistica, di lasciare spazio
all'eredità africana della nazione americano-statunitense.
Certo ancora non sappiamo in che cosa consisterà quella che già che viene
chiamata l'era Obama. Siamo solo agli albori.
Tendenzialmente i suoi compiti si possono caratterizzare con l'articolazione:
riforma economica, rivoluzione simbolica, mutamento dello scenario
internazionale (per non parlare di ecologia): momenti diversi - difficile dire
se solidali o in contrasto tra loro - di una medesima problematica,
estremamente complessa.
Come si presenterà il volto dell'America e dell'americanismo con Obama? Che cosa dirà Gramsci?
("Liberazione", 10 febbraio 2009)