L’immaginazione europea di Renzo Imbeni

 

 

Renzo Imbeni ha fatto molto, con razionale passione, per promuovere la formazione di un senso comune sovranazionale, per costruire una nuova modalità di cittadinanza, equilibrata e aperta, per sburocratizzare l’Unione arricchendola di sostanza politica,  per ritrovare una sintesi tra potere e consenso, tra economia e cultura, per pensare un’Europa istituzionalmente forte e unita, amica del mondo.

In occasione della Festa dell’Europa del maggio 2003, egli, che da nove anni era vicepresidente del Parlamento europeo, partecipò a Napoli a un convegno itinerante, tra Università “L’Orientale” e Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Il tema era “Immaginare l’Europa nel mondo postcoloniale”. Partecipava la International Gramsci Society. C’era anche la cara Rita Medici, moglie  e compagna gramsciana e gramscista di Renzo, una delle promotrici dell’iniziativa. La manifestazione era dedicata ad Antonio Ruberti, ispiratore nel 1996, insieme a Carlo Bo, con il sostegno di Jacques Delors ed Eric Hobsbawm, del Network “Immaginare l’Europa”. In quell’anno il politico Ruberti e il filosofo Balibar avevano tematizzato, all’Emeroteca del Campidoglio, il contrappunto tra identità e diversità in un continente mosaico che cambia. Il motto fu: indebolire i confini, in senso sia geopolitico che culturale.

A Napoli Renzo Imbeni tenne due conferenze. Una su “Antonio Ruberti e l’Unione Europea”, l’altra su “Usa ed Europa, fra dominio ed egemonia”. La necessità, come egli disse, di “ripensare i confini, non più come luogo di separazione, di opposizione, di scontro, ma di relazioni culturali, di reti e di progetti comuni”, fu un’idea-guida delle sue riflessioni, singolarmente in sintonia con quelle dell’evento romano del 1996.

Imbeni manifestò tutta l’energia di pensiero che ispirava la sua vita professionale come personale. Le idee espresse in quella occasione costituiscono un testamento spirituale prezioso, non più solo per immaginare, ma per creare l’Europa.

Come illustra già il titolo della seconda conferenza, Imbeni si richiamò non troppo velatamente a Gramsci, che aveva teorizzato l’America come un “prolungamento organico dell’Europa” e insieme aveva sottolineato la necessità di un “nuovo ordine, non di marca americana”. Ma Gramsci non era antimericano. Egli scrisse che “l’antiamericanismo è comico, prima di essere stupido”.

In modo affine ragionava Renzo Imbeni il quale era decisamente contrario a “dividersi fra filoamericani e antiamericani”. A lui stavano a cuore i destini del mondo, di una “globalizzazione progressiva e sostenibile”. In questa direzione egli auspicava la costruzione di Unioni (europea, americolatina, africana ecc.), capaci di contrastare “la pressione che la dottrina Bush esercita verso e contro l’unità europea”, così come verso la costruzione di altri poli autonomi.

Imbeni disegnò una strategia a tutto tondo per un “impianto costituzionale europeo funzionale al multipolarismo”, capace di determinare “un’alternativa all’unilateralismo dell’amministrazione Bush”, il quale faceva scoccare il corto circuito della subordinazione dell’ordine mondiale all’interesse nazionale statunitense.

Renzo Imbeni non era un politicista, egli ragionava secondo l’orizzonte della “grande politica”. La sua denuncia sdegnata del fatto che gli Usa rappresentassero il fanalino di coda nella cooperazione internazionale allo sviluppo, si inquadrava in un’analisi strutturale del “carattere neocoloniale” della “corsa della ricchezza privata da sud e nord”, rispetto alla quale risultavano comunque del tutto sproporzionate le politiche di sostegno ai paesi più poveri. Egli riteneva che il conflitto nord-sud comportasse la necessità in primo luogo della “cooperazione sud-sud”, che è politica e culturale, prima che economica.

Emerge qui il fulcro del pensiero internazionalista di Renzo Imbeni. Egli riteneva che la minaccia principale della vocazione Usa (di questo governo Usa) al “dominio” fosse la violenza nei confronti delle condizioni che rendono possibile, a livello nazionale come planetario, la “lotta egemonica”. E di questa lotta, dal cui esito egli vedeva sorgere la potenzialità di una Europa postcoloniale e di una diversa alleanza tra Europa e Usa, indicava i seguenti obiettivi: “policentrismo” contro unilateralismo; “pace come valore, come missione, come obiettivo”; democrazia universale da promuovere “con tutti i mezzi pacifici”; diritti civili e politici, diritti sociali e ambientali, con alcuni corollari precisi come abolizione della pena di morte e costituzione della Corte penale internazionale, difesa della salute, promozione dell’istruzione e della formazione per tutti.

Imbeni era ben consapevole che una Unione Europea capace di diventare “luogo di incrocio di reti interculturali” dovesse proporsi obiettivi politici, militari ed economici di carattere generale: a cominciare dall’ampliamento del Consiglio di sicurezza dell’Onu con esclusione dei paesi retti da sistemi non democratici; e dalla ridefinizione di “clausole democratiche, sociali e ambientali” per i grandi organismi internazionali, come l’OMC, il FMI, la Banca Mondiale.

Un mese orsono Renzo ci ha lasciati. E’ viva l’immagine di un uomo buono, che sapeva cogliere le sfumature oltre ai contorni del mondo grande e terribile.

 

 

Giorgio Baratta