Emancipare i subalterni: l’antropologia
culturale ritrova Gramsci
Elisabetta Gallo
Dopo trent’anni di oblio Gramsci è tornato ad
imporsi negli studi antropologici italiani sull’onda del successo planetario
dei Cultural e Subaltern Studies. L’antropologia italiana ricorda
oggi Ernesto de Martino e i venticinque anni di intensa
frequentazione tra antropologia italiana e le «Osservazioni sul “folclore”» di
Gramsci. Varrebbe però la pena di comprendere le ragioni di un allontanamento
da Gramsci proprio quando in Gran Bretagna Raymond Williams e Stuart Hall utilizzavano
il pensatore sardo per studiare la trasformazione “genetica” della cultura
operaia, le dinamiche della comunicazione mediatica e del multiculturalismo
negli anni del teatcherismo. La rivista di demoetnoantropologia “Lares” (Ed.
Olschki, Firenze), ha raggruppato in un unico numero
monografico intitolato Gramsci ritrovato (anno
LXXIV, n. 2, € 25.000, pp. 498) i contributi ai due convegni tenutisi a Nuoro
(rispettivamente nel settembre 2007 e ottobre 2008) di Alberto Maria Cirese, Pietro Clemente, Giorgio Baratta, Miguel Mellino, Anne Showstack Sassoon, Brigitte Wagner, Clara Gallini,
che tentano riflettere sulle ragioni di questo
abbandono ma anche sugli attuali indirizzi della etno-antropologia
italiana.
Nel secondo dopoguerra la
disciplina aveva tentato di uscire sia dalle logiche meramente classificatorie che dall’astrattezza vaga e romantica in cui il concetto di
popolo (grazie anche alle politiche culturali del fascismo) continuava ad
essere concepito. Si cercò quindi di collegare lo studio della cultura popolare
ad una più vasta comprensione storico e socio-politica
delle condizione dei ceti subalterni, rinsaldando fatti culturali e fatti
sociali. In questo filone, stimolato dalla tematica
meridionalista di Levi, dallo storicismo di eroico di Ernesto de Martino ma
soprattutto da Gramsci, si inserisce il manuale di Alberto Maria Cirese Cultura
egemonica e culture subalterne (gramsciano fin
dal titolo). L’impressione è che la disciplina si sia poi arenata proprio di
fronte ai mutamenti storici che negli anni ’80 investivano l’Italia e l’Europa:
la scomparsa del mondo contadino, la destrutturazione
delle classi sociali, l’affermarsi della cultura di massa.
Ed è proprio Cirese
ad evidenziare le difficoltà dell’antropologo a
“ritrovare” Gramsci nel panorama di studi attuale, a partire dalla definizione
di “folclore”. Negli scritti gramsciani le qualificazioni
assegnate al folclore convergono sul negativo (“niente è più contraddittorio e asistematico, disseminato e molteplice, non elaborato,
indigesto…”), come un insieme da “estirpare” nel suo complesso a favore di un
pensiero organico. Non mancano in Gramsci accezioni positive del folclore: la sua
tenacia, la sua resistenza agli indottrinamenti del potere (una forza
“granitica” tanto quanto quella materiale), la sua capacità di aderire
spontaneamente alle condizioni reali della vita e di avere degli aspetti progressivi.
Ma operatore (e mediatore) del passaggio da un “progressivo” ancora folclorico ad un “progressivo pienamente
egemonico” resta il partito operaio non ancora al potere. A parere di Cirese tra sentimenti spontanei e “direzione consapevole”
Gramsci si sbilancia a favore della “direzione consapevole”, in marcia verso la
“società regolata”, verso l’unica concezione della storia integrale e organica.
Oggi, che dal nostro orizzonte è scomparso lo Stato bolscevico e un riferimento
internazionale al partito operaio, che città e campagna, centro e periferie, sono
molto più omologate agli stessi modelli culturali e mediatici, siamo certi, si domanda Cirese,
che i concetti di “subalterno” e “folclore” significhino, in Occidente, quello
che per Gramsci significavano nella Sardegna all’inizio del secolo o
nell’Italia contadina degli anni ’20-’30?
E’ vero che Gramsci dilata sua
nozione di “concezione organica del mondo” fino a comprendere le più bizzarre,
disgregate e occasionali combinazioni di elementi eterogenei e “indigesti”,
aggredendo le concezioni tradizionali che identificano la “cultura” con al propria cultura e riducono la storia a storia dei
vertici ma, conclude Cirese, non si può dimenticare
che Gramsci ci ha lasciato una delle più chiuse formulazioni sia della visione eurocentrica
della storia culturale del mondo.
Se è risultato difficile per l’antopologia seguire Gramsci nella sua grande prospettiva di
filosofia della storia, affrontare
il problema dei subalterni separatamente dalla “cultura di massa”, considerata
antropologicamente inautentica e “puramente egemonica”,
ha finito con l’impantanare la stessa etno-antropologia. La famosa domanda di Gayatri Spivak: “Possono i subalterni
parlare?” ha posto il problema dell’ “folclore puro”: quali codici e categorie utilizzare
per comprendere realtà estranee all’Occidente e alla sua razionalità. Questa immane
difficoltà ha finito con l’oscurare l’altro versante
del problema: chi è disposto ad ascoltare i subalterni? Quanti di loro vengono invitati ai convegni? A quanti tra loro viene data la possibilità di accedere agli strumenti
culturali? O persino ai beni comuni di prima necessità? A dirla con Clara Gallini, che succede quando gli “umili” manzoniani
diventano gli umiliati?
Ecco quindi che una nuova spinta agli
studi etno-antropologici può essere trovata nel superare
il concetto di un “folclore puro”, non contaminato dalla modernità, dalla
industrializzazione dai modelli occidentali, contrapposto ad un astratto “puro
egemonico”, un dominio compatto, senza incrinature né contraddizioni. Nel
tentativo di evitare chiavi di lettura “eurocentriche” del mondo post-coloniale,
si è finito col perdere di vista come la conservazione di alcune strutture
arcaiche sia indispensabile allo sfruttamento neocoloniale da parte delle
multinazionali. Il progetto egemonico non si realizza mai fino in fondo nemmeno
nelle società occidentali sia in quanto incontra
sacche di resistenza sia perché parte della cultura folclorica
gli è assolutamente funzionale. La lotta per l’egemonia messa a punto da
Gramsci rimane quindi un concetto estremamente
produttivo per comprendere il mondo dei subalterni in quanto coacervo composito
di folklore (anche nell’accezione, sempre gramsciana,
di “folklore moderno”), tecnologia, potere dominante, in una prospettiva di
emancipazione.
Come osserva giustamente Giorgio Baratta, il “Gramsci ritrovato”
dall’antropologia va oltre la rigidità storicista. Sicuramente il “filo rosso” della concezione gramsciana sta nella convinzione che la modernità è
caratterizzata da una tendenza irresistibile
alla «unificazione del genere umano». Ma
sebbene Gramsci si collochi nel solco tracciato da Hegel
e sia figlio di questa tradizione, ci indica
la strada della comparazione tra culture e
possibilità di “traduzioni” reciproche, descrivendo il superamento della
scissione tra filosofia elitaria e “mummificata
cultura popolare”. Malgrado Gramsci insista sulle accezioni negative del folclore
come insieme disorganico, fossile, mai completamente assimilabile, secondo Baratta
il folclore rimane il riferimento indispensabile per l’intellettuale se non
“organico” (non sapremmo forse oggi chiaramente indicare cosa “organico” significhi) sicuramente “critico”, attento cioè a
quanto si muove nei luoghi dell’emarginazione. La cultura subalterna
e la cultura critica si saldano così inscindibilmente.
Nella monografia, un interessante contributo di G.M. Boninelli sottolinea come il
Gramsci pre-carcerario abbia osservato l’Italia
stravolta da eventi epocali con una sensibilità squisitamente antropologica,
persuaso com’era che l’Italia fosse “sconosciuta”, soprattutto l’Italia dei
subalterni, contadina e operaia, e quanto fosse urgente, anche per orientarsi
politicamente, una “storia dei contadini e degli operai italiani”. Ma come si concilia allora questa esigenza con la severità
dei giudizi gramsciani sul folclore? “Siamo di fronte
ad una tensione interna del pensiero gramsciano,
oppure ad una difficoltà interpretativa?” si domanda
Fabio Dei, il quale avanza una interessante considerazione: il termine
“folclore” si lega negli anni ’20 e ’30 al contesto e a quella tradizione di
studi italiana che lo riducono al pittoresco e primitivo e che aderiscono a
rappresentazioni idilliache ed antistoriche di “popolo”. Il Gramsci più caustico
nei confronti del “folclore” si riferisce all’oggetto creato da questa
“scienza” (e da questa politica): fossilizzato e destoricizzato. Ma nella scienza moderna, conclude Dei, “tutto, proprio tutto, va in direzione
contraria all’idea che oggetto di una scienza possa essere la concezione del
mondo delle classi subalterne separatamente ed isolatamente dalle concezioni
egemoniche della cultura moderna”.
Gramsci metteva proprio in
discussione sia la concezione positivista della separazione, fossilizzazione e
classificazione del fenomeno che la concezione oleografico-ideologica,
giustificatrice di un concetto pittoresco di popolo e funzionale ad una concezione dello Stato paternalistica ed autoritaria.
Il contributo teorico di Gramsci continua quindi ad sollecitare
una svolta antipositivistica sul piano scientifico dell’antropolologia
ma anche una svolta antiburocratica sul piano della politica, più “d’inchiesta”
e meno di liturgia.