E' l'autore italiano più tradotto nel mondo: Giorgio Baratta riflette sull'attualità del suo pensiero

 

Gramsci dentro il presente:

Da Said a Guha i Quaderni restano ben vivi

 

Le sue analisi hanno innescato una polifonia in contrappunto di conversazioni civili con intellettuali di tutti i Paesi

 

Giulio Angioni

 

Secondo Giorgio Baratta, se una sorta di andamento dialogico anima il “monologo carcerario” dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, oggi il pensiero del grande pensatore sardo ha innescato nel mondo una polifonia in contrappunto (secondo la metafora di Edward Said) di conversazioni civili con interlocutori mondiali, “testimoni del presente", quali Said, Hall, Spivak, Guha, Hobsbawm, Pereira dos Santos; e prima ancora, in Italia, con studiosi come Alberto Cirese, che negli anni Settanta del Novecento, come mostra ora il libro di Baratta, ha fatto una lettura imperdibile del pensiero di Gramsci sulla cultura delle classi strumentali e subalterne, tema particolarmente gramsciano che fuori d’Italia è diventato basilare nella riflessione attuale degli studi culturali, dei subaltern studies e dei postcolonial studies.

Baratta mostra, tra l’altro, come il sardo Gramsci pensasse anche alla o partisse dalla cultura sarda quando in carcere nel 1929 decideva di dedicare e dedicava in effetti tanta parte delle sue riflessioni alla cultura delle classi popolari, e cioè al folklore inteso come “studio delle concezioni del mondo e della vita delle classi strumentali e subalterne”, e dunque come “cosa molto seria e da prendere sul serio”, ribadisce sei anni dopo in seconda stesura, nel ‘35, nel Quaderno 27, intitolato “Osservazioni sul folclore”. Le molte pagine dei Quaderni sulla filosofia spontanea, sul senso comune, sulla coesistenza di forme diverse di coscienza sociale (cioè di culture diverse, diremmo noi oggi), su lingua e dialetto, sulla letteratura e specialmente sulla letteratura popolare, su spontaneità e direzione consapevole, non solo ma anche su aspetti non marginali della sua concezione degli intellettuali, dell’egemonia e del blocco storico, per non dire dei suoi scritti sulla questione meridionale, s’intendono meglio, e in qualche caso possono solo intendersi se si tiene conto delle sue opinioni sulle caratteristiche del folklore e, almeno in qualche caso, del suo retroterra culturale originario sardo. E’ utile comunque ripensare ancora le tante annotazioni gramsciane intorno alla “concezione del mondo e della vita delle classi strumentali e subalterne”, cioè intorno al folklore inteso come cultura popolare in cui secondo lui era da vedere spesso “un agglomerato indigesto di frammenti di tutte le concezioni del mondo e della vita che si sono succedute nella storia”. Ne risulterebbero tra l’altro studi etnologici su noi stessi più ricchi e articolati, se anche il “popolo” di ieri e di oggi lo si concepisse e lo si studiasse con almeno il sospetto che “il popolo stesso non è una comunità omogenea di cultura, ma presenta delle stratificazioni culturali numerose, variamente combinate, che nella loro purezza non sempre possono essere identificate in determinate collettività popolari storiche”.

Possiamo però, con Baratta, immaginare un Gramsci che pensa alla sua isola quando aggiunge che “il grado maggiore o minore di ‘isolamento’ storico di queste collettività dà la possibilità di una certa identificazione”. Per poi precisare più in generale che però nel folklore “bisogna distinguere diversi strati: quelli fossilizzati, che rispecchiano condizioni di vita passata e quindi conservativi e reazionari, e quelli che sono una serie di innovazioni, spesso creative e progressive, determinate spontaneamente da forme e condizioni di vita in processo di sviluppo e che sono in contrapposizione, o solamente diverse, dalla morale degli strati dirigenti”.

E a questo proposito bisognerebbe richiamare quelle annotazioni rapide e indimenticabili sulla forza e la solidità delle credenze popolari, sulla tenacia della morale tradizionale e soprattutto sul problema e sul compito civile e politico di un “progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica” da parte di masse d’uomini che come risultato di lunghi periodi di subalternità e di esclusione non hanno mai neppure sospettato che ciò sia possibile e ne valga la pena. Gramsci stesso proveniva da quegli strati subalterni che di solito “non sospettano neanche che la loro storia possa avere una qualsiasi importanza e che abbia un qualsiasi valore lasciarne tracce documentarie”. Capire questo per lui significava impegnarsi a far crescere nei più, a livello di massa, la coscienza della propria personalità storica, e non a correre una qualche “avventura di gruppi che si richiamano alla massa”. In effetti Gramsci, sebbene oggi sia tenuto in conto soprattutto e autorevolmente da studiosi non italiani e non sardi, è all'origine, per esempio, di un filone ormai robustissimo di studi sulla cultura popolare, certo non limitato al moto empatico della nostalgia e del rimpianto, perché, come scrive Gramsci, la «riappropriazione della propria individualità storica» non si ottiene con l'idoleggiamento della tradizione vera o presunta, ma come momento del compito di darci quella «coscienza “teorica” di creatrice di valori storici e istituzionali, di fondatrice di Stati». Compito oggi smisurato e forse più che utopico, ma la lezione di Gramsci deve essere accolta, intesa, digerita, assimilata, aggiornata, perché possa magari diventare senso comune nuovo, «persuasione popolare» che «ha spesso la stessa energia di una forza materiale».

Oggi abbiamo a che fare con nuovi aspetti del senso comune, con un nuovo folklore nel senso gramsciano del termine, con una nuova filosofia spontanea, con nuove forme di subalternità, da tenere in conto almeno tanto quanto da noi il vecchio folklore di tipo agropastorale, se è vero che non bisogna mai rinunciare a tenere «un calcolo più cauto ed esatto delle forze agenti nelle società». E non è detto che anche questo nuovo, come il vecchio folklore e le vecchie mentalità, non abbia la tenacia delle forze materiali, sebbene sembri più effimero nel tempo, più soggetto a mode passeggere.

In Sardegna forse siamo ancora lontani dal gramsciano «studio della concezione del mondo e della vita» del popolo (inteso come insieme di «classi strumentali e subalterne», e subalterne in modi vari vecchi e nuovi), quindi in quanto appunto cosa seria e da prendere sul serio. Sembra quasi un gioco di parole, una provocazione, un ghiribizzo, l'uso del termine folklore per indicare questa serissima cosa intesa da Gramsci: studiare i modi di vivere pensare e sentire dei subordinati di ogni forma di società finora esistita, magari a cominciare dalla nostra, in cui siamo nati e ci siamo formati nascendovi. Ma anche gli attardati, che anche da noi continuano a coltivare il gusto del pittoresco o che rispolverano romanticherie da anima popolare più o meno in nome di rivendicazioni della propria identità etnica o storica, sono una realtà con cui bisogna fare i conti, soprattutto oggi che non si tratta più solo di stravaganze provinciali o di curiosità occasionali, ma di operazioni ideologiche e commercial-turistiche, consapevoli e più efficaci del daffare che si davano gli studiosi e i dilettanti della cultura popolare tradizionale, a volte ancora oggi agenti inconsapevoli di quelle grandi operazioni evasive che rimettono in circolazione i prodotti culturali tradizionali come parte dei repertori dei grandi mezzi di comunicazione e di ricreazione di massa.

Nel libro di Baratta, per esempio nella parte dedicata al rapporto di Gramsci con la Sardegna, si mostra bene come nozioni quali cultura popolare o identità non servano a un’evasione o alla contemplazione delle buone cose del buon tempo antico, ma siano un aspetto del lavoro di lunga lena per non lasciare prosperare le condizioni strutturali e soggettive dell'emarginazione e della subalternità nelle sue nuove forme di precarietà e di periferia, sia in Occidente sia nel resto del mondo postcoloniale più o meno ancora subalterno all’Occidente e che però ha chiesto e chiede la parola anche nel nome di Gramsci.

Dal libro di Baratta appare dunque ben chiaro come tornare a Gramsci e comprendere l’impatto che il suo pensiero ha avuto e sta avendo sulla cultura contenporanea nel mondo, significhi aggiornarsi. Studiare in termini gramsciani anche solo i problemi della cultura popolare tradizionale e di quella attuale di massa, in Sardegna come altrove (e oggi ciò si fa soprattutto altrove fuori d'Italia) è affrontarli, come Gramsci stesso scriveva, proprio dal punto in cui essi si trovano dopo aver subito il “massimo di tentativo di soluzione”, sia che questo studio postgramsciano si faccia per un uso politico del suo pensiero su temi come l’egemonia, il senso comune, la riforma della società e del mondo grande e terribile, sia che lo si faccia per la comprensione sempre più filologicamente attenta del lascito del grande pensatore sardo.

 

(“La Nuova Sardegna”, 25 marzo 2008)