Gramsci e il Venezuela

 

Manuela Ausilio

 

 

Si è svolta a Roma il 2 aprile 2008 una giornata di confronto sull’attualità del pensiero di Gramsci in Italia e Venezuela, primo di una serie di incontri analoghi in programma nei giorni successivi alla Sapienza di Roma, in Sardegna e a Napoli. L’iniziativa, promossa dalla International Gramsci Society-Italia (IGS-Italia), è stata sostenuta da Terra Gramsci, Transito Atlantico (rete interuniversitaria euro-americo-latina), Fondazione Istituto Gramsci (FIS) e Istituto Gramsci dell’Emilia Romagna, in collaborazione con Universidad Bolivariana de Venezuela e Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

L’incontro del 2 aprile si è svolto nel pomeriggio presso la Camera dei Deputati e ha visto una ricca e vivace “conversazione civile” di Gian Mario Anselmi (Università di Bologna), Giorgio Baratta (Presidente IGS-Italia), Guido Liguori (Università della Calabria), Giuseppe Vacca (Presid. FIG), in dialogo con due illustri interlocutori venezuelani: Luis Damiani (Prorettore Universidad Bolivariana de Venezuela) e Jorge Giordani (Presidente del Comitato d’amicizia Italia-Venezuela). Era inoltre presente Stefano Angelini  (responsabile del progetto Gramsci e il Venezuela).

Giorgio Baratta ha introdotto i lavori illustrando il progetto Gramsci e il Venezuela, finalizzato ad accrescere una “cultura popolare e politica alta e volto a valorizzare un filo rosso del pensiero di Gramsci: «costruire un blocco intellettuale-morale che renda politicamente possibile un progresso intellettuale di massa e non solo di scarsi gruppi di intellettuali». Il progetto è ispirato al pensiero dell’intellettuale comunista, che si è dimostrato ancora fecondo rispetto alle esperienze politiche, sociali e culturali di trasformazione di quel “mondo grande e terribile” che è il continente latinamericano ed il Venezuela di oggi. Settant’anni dopo la sua morte, Gramsci sbarca nella patria di Simon Bolivar, riproponendo le sue categorie in sintonia con la forza viva dell’idea rivoluzionaria di José Martì: vivere e trasformare la nuestra América in un grande spazio comune e partecipato, sottratto all’egemonia ed al monopolio della potenza imperialista degli Stati Uniti del Nord America e restituito in un grande contrappunto di popoli e culture.

Il dibattito è stato aperto dall’intervento di Jorge Giordani, fino a pochi mesi orsono Ministro della Pianificazione del governo Chávez – al quale portò in lettura i Quaderni del carcere durante la prigionia a seguito del fallito tentativo di presa del potere. Giordani si è soffermato sul perché Gramsci sia divenuto autore di riferimento in Venezuela. In un intervista di M. Cabieses Donoso del luglio 2005 Hugo Chávez affermava: «siamo in una transizione e come diceva Gramsci, che muoia ciò che deve morire e che nasca ciò che deve nascere. Una transizione che mi permetto di chiamare democrazia rivoluzionaria». Giordani, in tal senso, ha sottolineato che comprendere la rilevanza del pensiero di Gramsci in Venezuela implica anzitutto intendere il processo di transizione politica che sta vivendo oggi il Venezuela, ripercorrendo utilmente le tappe fondamentali della storia politica del paese negli ultimi decenni. Dalla fine degli anni ‘70 in Venezuela si è avuta una gravissima crisi economica del sistema capitalista nonostante gli introiti della rendita petrolifera e nel ‘73 ci si è trovati dinanzi al boom del prezzo del petrolio che ha raggiunto i 12-30 dollari al barile. Nel 1992 vi è un’azione armata di settori dell’esercito guidati da Chávez contro il grave livello di corruzione evidente nell’allora governo bipolarista venezuelano, al servizio di un’oligarchia-borghesia compradora che dilapidava le ricchezze del paese che aveva ridotto l’80 % della popolazione venezuelana sotto la soglia di povertà. Gli insorti, che avevano occupato le sedi dei media televisivi senza spargimento di sangue, denunciano tutto ciò e depongono subito dopo le armi, comprendendo che senza partecipazione di massa non sarebbe stato possibile alcuna presa del potere. Nel 1994, uscito dal carcere, Chávez ha in mente tre proposte: 1) riscattare il debito sociale accumulato in 44 anni di mal governo del bipolarismo venezuelano; 2) riconquistare l’autonomia ed indipendenza economica del paese dalle multinazionali estere, statunitensi in primis; 3) promuovere una politica sociale inclusiva. Nel 1999 Chávez viene eletto Presidente del governo venezuelano e, ricorda Giordani, si trova in una condizione tale per cui non vi erano neppure i soldi per gli stipendi dei dipendenti pubblici. Nello stesso anno più del 70% della popolazione venezuelana approva la Costituzione bolivariana con cui il governo Chávez dà il via al processo di trasformazione sociale: promozione di una direzione politica collettiva, costruzione del socialismo, avvio di processi di democrazia participativa y protagonicaal fine di rendere i cittadini protagonisti delle scelte sul proprio destino – in sostituzione al modello borghese della democrazia rappresentativa. Tutto ciò rivela la volontà politica di intraprendere una via che ponga l’accento sull’importanza della presa di coscienza del popolo venezuelano rispetto ai propri diritti, divenuta eclatante agli occhi del mondo durante il tentativo di golpe nel 2002 dell’opposizione della destra per destituire Chávez: i venezuelani sono accorsi in massa e hanno imposto il ritorno del proprio Presidente legittimamente eletto, avvenimento mai verificatosi prima di allora nella storia politica di alcun paese.

Nel secondo intervento Luis Damiani, Vicerettore di uno dei più grandi Atenei del mondo, ha ricordato che sebbene in Occidente la disinformazione abbia tentato di mostrare in Chávez un “caudillo” o un populista, in realtà la forza e la vivacità del conflitto sociale democratico si rivelano ben vivi nella Repubblica Bolivariana del Venezuela. Difatti, ha ricordato Damiani, si stanno sviluppando nuove relazioni e numerosi interventi a favore della popolazione che vanno in direzione socialista nel paese: a) sul piano politico, vi è il tentativo di passare da una democrazia meramente rappresentativa ad una partecipativa (a partire dallo strumento fondamentale istituito dal governo venezuelano del “referendum revocatorio”); b) sul piano economico, attraverso lo sviluppo di un’economia meno finalizzata al profitto e più solidale, attenta all’organizzazione e direzione collettiva delle industrie, alla necessità di prendere decisioni assieme ai lavoratori e alle lavoratrici ed impegnata nella ripartizione dello stesso prodotto fra i produttori della ricchezza nazionale. Damiani sostiene che in un tale contesto il ruolo del pensiero di Gramsci può divenire davvero fondamentale: a) fonte di comprensione delle attuali condizioni storiche attraverso il suo metodo ed i suoi concetti; b) fonte di cambiamento della realtà e comprensione del che fare, attraverso lo studio della filosofia della praxis, per costruire l’egemonia di una nuova e diversa società ed un nuovo blocco storico. Ulteriore fonte di inestimabile valore, ricorda Damiani, si rivela l’idea del moderno Principe per ripensare il ruolo e la funzione del Partito politico e la Rivoluzione nel proprio paese. In generale, si pone all’ordine del giorno il problema dell’identità ideologica e del senso dell’espressione Socialismo del XXI secolo oggi diffusa in Venezuela. Per comprendere cosa si intenda con essa possono tornare estremamente utili, secondo Damiani, la nozione di matrice marxista di nuovo umanesimo elaborata da Gramsci, l’attenzione da lui riposta sulla dimensione sovrastrutturale della realtà (processi educativi e formativi) e sulla necessità di una riforma intellettuale e morale, di una nuova cultura, per creare categorie nuove ed opposte a quelle tuttora egemoni del modello liberale e borghese. Infine, ci si trova dinanzi al problema della creazione di una nuova soggettività storica rivoluzionaria,  ed in tal senso parrebbe venire decisamente in aiuto il concetto gramsciano di fronte nazionale-popolare ed il suo costituirsi secondo un nuovo senso comune, che integri la nozione di classe operaia con la riappropriazione del concetto di popolo. I fatti, ha ribadito in ultimo Damiani, non parlano da soli: siamo noi a dargli voce creando gli strumenti interpretativi atti alle istanze ed esigenze del movimento popolare, anche attraverso la creazione di un nuovo orizzonte simbolico.

Baratta ha in seguito passato la parola agli interlocutori italiani. Docente dell’Università di Bologna e Presidente dell’IFG-Emilia Romagna, Gian Mario Anselmi ha dichiarato la sua sorpresa nel constatare la rilevanza del lessico gramsciano ancora oggi per interpretare la realtà, per la riorganizzazione di un terreno politico e delle prospettive di trasformazione di un paese. Se in particolare negli ultimi anni, ricorda Anselmi, sono state riscoperte categorie gramsciane come quella di traducibilità e comunicazione nell’ambito della linguistica e della cultura in generale (in particolare con la pubblicazione dei Quaderni di traduzione), altri concetti e problemi che solo in passato hanno avuto notevole diffusione paiono oggi tornare all’attenzione in vari paesi dell’America Latina, ed in Venezuela in particolare: la trasformazione etica di un paese (in particolare in riferimento al rifiuto di subalternità ideologica, questione essai attuale anche per l’Italia in merito al rapporto fra valori laici e potere ecclesiastico) e la riflessione sull’identità nazionale in rapporto con il contesto internazionale e con il radicamento di massa in una nuova prospettiva. In particolare secondo Anselmi la categoria gramsciana di umanesimo esprime tanto la critica ad una certa concezione di “umanesimo” propria del Rinascimento, quanto l’interesse per l’umanesimo politico di Machiavelli.

È poi intervenuto Donato Di Santo, Sottosegretario, responsabile per l’Italia per le relazioni politiche con l’America latina fino al 2004, che ha sostenuto la necessità di approfondire la validità del concetto di “rivoluzione”, chiedendosi se il popolo venezuelano sia pienamente consapevole della portata di novità e radicalità del processo di trasformazione intrapreso. Ha poi ricordato il ruolo dal lui svolto come Sottosegretario di Stato al Ministero Affari Esteri Italiano durante la scorsa legislatura, in particolare gli interventi di cooperazione economico-commerciale e in materia scientifico-culturale con i paesi dell’America Centrale e Meridionale, per favorire l’intensificazione dei reciproci rapporti, fermi da decenni ed in alcuni casi mai intrapresi. Di Santo ha sostenuto di aver incontrato in un anno in Italia circa una decina di Presidenti provenienti dai paesi latinamericani e ha in particolare ricordato per lo status dei rapporti Italia-Venezuela gli avvenuti accordi fra ENI-PDVSA. In generale Di Santo ha ribadito la necessità di impegnare l’Italia, al di là dei governi di turno, nella cooperazione economica con paesi dell’America Latina e se possibile in ruoli di “pacificatore” delle controversie.

L’intervento di Guido Liguori, docente all’Università della Calabria e Vice-Presidente della IGS, ha sottolineato l’utilità d’un tale genere di incontri come occasione di conoscenza e di interscambio fra esperienze culturali e politiche. Ciò vale ancor più per comprendere i processi in atto in Venezuela giacché i mass media italiani abitualmente li riportano in termini distorti. Al contrario la diffusione del pensiero di Gramsci in America Latina può rivelarsi utile a comprendere il contenuto del cammino di trasformazione in alcuni paesi del nuovo continente. Sino ad oggi la riflessione gramsciana si è diffusa secondo due direzioni: a) quella anglofona dei Cultural Studies, che ritiene Gramsci un punto di riferimento teorico, ma che nel tempo ne ha modificato l’utilizzo del pensiero fino a servirsene in modo disinvolto e sviante all’interno di una concezione del mondo post-strutturalista e post-moderna, molto distante dalla sensibilità culturale del pensatore comunista; b) quella latinamericana, che ne ha privilegiato un’utilizzazione certamente più politica, non confinando Gramsci unicamente nelle Università – in cui pure è presente e studiato diffusamente – e al mondo accademico in generale, ma interrogandolo secondo lo spirito di chi vuole muovere quelle masse che negli anni recenti si sono affacciate alla vita politica. Inoltre, ben diversamente dall’Italia in cui non vi è alcun Partito politico che ne utilizzi il pensiero e le categorie in modo sostanziale e strategico, in America Latina Gramsci è spesso presente nel dibattito pubblico e sulla stampa o nei dibattiti televisivi. L’esperienza venezuelana, secondo Liguori, conferma l’attualità di numerosi concetti di gramsciani in America Latina: dal dibattito che negli anni ‘90 si è svolto a Cuba attorno al concetto di società civile e Stato, alle principali categorie politiche gramsciane usate in Brasile per leggere la storia di quel paese nel Novecento e anche l’attuale fase di lotta politico-sociale.

Liguori ha sottolineato la distanza dal dibattito venezuelano e dalle esigenze portate dai due studiosi di quel paese presenti, che hanno incrociato Gramsci con i concetti di socialismo, democrazia partecipativa, rivoluzione, rispetto alla pochezza del fermento politico sia italiano che europeo. Anche la categoria di rivoluzione passiva, secondo la concezione gramsciana arma delle classi dominanti, in Europa viene oggi frequentemente proposta in modostravolto, quasi come strategia delle classi subalterne. Al contrario in Venezuela non solamente si ripropone l’idea di una rivoluzione attiva e dal basso, ma sembra che si possa camminare lungo la strada indicata da Gramsci quando ha ridefinito il concetto stesso di rivoluzione, complessificato da una maggiore attenzione alla ricerca del consenso, alla creazione di un nuovo senso comune ed alla dialettica fra Stato e società civile. Come anche l’interrogarsi sul partito politico chiama in causa – a detta dei compagni venezuelani – la riflessione sul moderno Principe, del tutto desueta in Italia, da loro intesa come necessità impellente, nella situazione di quel paese, di una direzione politica collettiva.

Con l’ultimo intervento di Giuseppe Vacca si sono concluse le relazioni della giornata. Vacca ha ricordato che attualmente in Italia i concetti più frequentemente menzionati del pensiero di Gramsci sono quelli di traducibilità dei linguaggi e di rivoluzione passiva come chiavi della filosofia della praxis. Tuttavia anche concetti che ebbero notevole diffusione in passato paiono tornare d’attualità, si pensi alla teoria dell’egemonia ed alla teoria della società civile. Vacca ha ribadito l’impegno degli ultimi anni della Fondazione Istituto Gramsci nell’attività di documentazione e innovazione degli strumenti culturali, al fine di rendere insieme più libero, ma anche più rigoroso l’uso del pensiero di Gramsci ovunque nel mondo. Ricordando la sua esperienza nel primo Convegno di Studi Latinamericani del 1978 all’Università di Città del Messico (che allora raccoglieva la diaspora di numerosi intellettuali in fuga dalle dittature), Vacca ha sostenuto che il pensatore comunista iniziò a divenire punto di riferimento anzitutto per tentare di sopravanzare le tradizioni più comuni del marxismo europeo e trovare nuove vie di transizione politica. Traendo spunto da un altro convegno su Gramsci negli anni 90 Vacca ha ricordaro un altro aspetto fondamentale dei Quaderni: essere Gramsci un teorico attivo del nesso nazionale-internazionale. D’altra parte, sostiene Vacca, rimane oggi aperta la problematica del “chi internazionalizzi chi”, senza la soluzione della quale non ritiene si possa oggi portare a compimento alcun processo di trasformazione sociale. Non a caso il governo venezuelano di Chávez ha implementato e attribuito grande rilevanza alla proiezione internazionale della sua esperienza, in particolare nei paesi dell’America Latina.

Il dibattito, infine, è stato vivace e ricco di spunti: un dialogo tra il pubblico e gli interlocutori venezuelani, ai quali sono stati posti numerosi quesiti che, per esser affrontati esaurientemente, avrebbero richiesto vari altri incontri: se possa definirsi quella di Gramsci una “scienza della politica”; che attenzione vi sia da parte del governo del Venezuela alla dimensione di riforma strutturale economica del paese e che ruolo svolga la classe operaia nel processo di trasformazione sociale; che fini abbia l’attenzione rivolta ai processi educativi e sovrastrutturali della società; che livello di consapevolezza vi sia nella soggettività rivoluzionaria del popolo venezuelano; che ruolo abbia svolto e come si sia modificata la natura dell’esercito in rapporto alla società civile venezuelana; quale senso abbia in ultimo l’espressione in uso in Venezuela di Socialismo del XXI secolo; che ruolo intenda svolgere il Venezuela negli equilibri geopolitici internazionali e nel rafforzamento d’una cultura internazionalista.

In conclusione, possiamo fare nostro l’auspicio con il quale Liguori ha concluso il suo intervento, ovvero che un confronto tanto proficuo si possa ripetere quanto prima e trovi continuità nel tempo, in quanto meritevole non solamente per lo scambio culturale che ha offerto, ma altrettanto per la ricchezza tutta politica dei temi affrontati.