Gramsci a Livorno (e a Lione)
Guido Liguori
Il nuovo lavoro di Fabio Vander, Livorno 1921. Come e perché nasce un partito (Manduria-Bari-Roma,
Piero Lacaita Editore, 2008, euro 12) ha un obiettivo
dichiarato – dimostrare che la nascita del Partito comunista d’Italia «avesse
ragioni essenzialmente italiane» (p. 7) –, ma si inserisce in un orizzonte
interpretativo più ampio, perseguito da tempo dall’autore, teso a dimostrare
che il vero cancro della democrazia italiana, e segnatamente della sinistra
italiana, sia il consociativismo (o trasformismo o
tendenza al compromesso): un unico filo rosso – viene anche qui ribadito – che
va dal Cavour del “connubio” a Giolitti e al giolittismo, con il suo pan-dan turatiano,
al Togliatti della “svolta di Salerno”, fino al Berlinguer del “compromesso storico”, fino alle vicende più
recenti (ma di questi ultimi sviluppi in questo testo non si parla) dei postcomunisti nostrani.
Un libro ricco di
spunti, di idee, di stimolanti “provocazioni” con cui
misurarsi, una tesi in cui vi è senza dubbio del vero: e non potrebbe essere
diversamente, visto che si abbracciano centocinquant’anni
di storia e visto che “trasformismo” è un termine che impariamo sui nostri
libri di storia fin da piccoli. Ma anche una tesi che – mancando di adeguata storicizzazione –
altrettanto inevitabilmente corre sempre il rischio di mischiare capre e cavoli
o, se si vuol restare in tema, il diavolo e l’acqua santa.
Come
entra Livorno 1921 in questo quadro interpretativo?
Il fine di Vander è quello di dimostrare che «Livorno è attuale, Salerno esiziale», ovvero che il momento della “scissione” contiene germi da
conservare (una alternativa totale al sistema di potere del tempo) mentre
quello dell’accordo tra diversi è tutto da respingere. Dopodiché
non si capisce perché il movimento comunista proprio da Livorno 1921 sia uscito con le ossa rotte (rendendosi necessaria già nel
1924-1926 una profonda “rifondazione”), mentre da Salerno 1944 abbia saputo, in condizioni
storiche difficilissime, costruire una lunga stagione di avanzamento delle
classi subalterne italiane. Voglio dire che quando,
per dirla con Lenin, manca «l’analisi concreta della situazione concreta», si
rischia la storia a tesi.
A Livorno si arriva – afferma Vander
– sulla base di elementi tutti interni alla situazione
italiana. Tanto Bordiga che Gramsci, sia pure con
profonde differenze tra loro, sono convinti, anche
contro l’Internazionale, della necessità della scissione sulla base delle
condizioni maturate nel decennio precedente, a fronte non della Rivoluzione
russa ma della situazione italiana (giolittismo e turatismo). Il che è vero e non è vero.
Nel senso che sono presenti – nella situazione che
porta a Livorno 1921 – sia elementi interni che
suggestioni internazionali. Il movimento comunista nasce internazionale e tanto
Bordiga che Gramsci hanno
ben presente questo dato (subendo anche le catastrofi che vengono da tale
impostazione, che il solo Gramsci più tardi respingerà compiutamente con la teorizzazione della dicotomia Oriente/Occidente, guerra
manovrata/di posizione). Per limitarci al pensatore sardo, Vander
ne deve travisare o forzare alcune posizioni per farle rientrare nel suo schema
interpretativo. Ad esempio, egli scrive che Gramsci a Torino è anti-giacobino,
mentre la rivoluzione bolscevica, «si badi bene», era giacobina. Omette però di ricordare che proprio il Gramsci
anti-giacobino del 1917-’18 afferma risolutamente che i bolscevichi non erano e
non potevano essere giacobini (salvo ricredersi negli anni seguenti, come è noto, sulla scorta delle tesi di Mathiez).
Ancora: Vander sottovaluta l’attenzione che Gramsci,
e anche Bordiga, rivolgono
alle posizioni dell’Internazionale e relega in nota (p. 119) l’episodio
raccontato da Pia Carena (le approfondite consultazioni tra l’emissario dell’Internazionale
Kabacev e Gramsci a Torino, alla vigilia di Livorno). E ancora: i giudizi critici
del comunista sardo sulla scissione, il considerarla “un disastro” (perché
aveva lasciato i comunisti in estrema minoranza), si riferivano certo in primo luogo
ai «modi» in cui essa avvenne (p. 124). Ma si è sicuri che l’aspro giudizio gramsciano (dato a caldo oralmente alla Ravera
e ribadito per iscritto nel 1923) non voglia dire
anche che con quelle modalità non
bisognava scindersi, perché se andare avanti nella scissione da posizioni
minoritarie significava fare «il più grande regalo alla reazione», è evidente
che sarebbe stata meglio non farla?
Non credo che tutto
ciò voglia dire rinnegare le ragioni di Livorno. Resta il fatto che proprio contro Livorno,
ovvero contro un modo settario e intransigente, in una parola bordighista, di fare politica Gramsci dovette rifondare il Pcd’I al termine di una dura lotta che lo vide impegnato
strenuamente dal 1923 al 1926. Ma su Lione
1926 – congresso cruciale, anche se messo poi tra parentesi per alcuni anni
dalla politica settaria del socialfascismo portata
avanti dal Comintern, congresso in
definitiva contro Livorno – il libro di Vander
non si sofferma adeguatamente. Eppure è da lì, non da Livorno,
che viene la storia migliore dei comunisti italiani