Labriola e Gramsci, materialismo storico in salsa italiana

                                          

“La prosa del comunismo critico”, un volume a cura di Pasquale Voza e Lea Durante che raccoglie gli atti di un convegno dedicato ai due fondatori del marxismo nel nostro paese. A loro risale una via originale lontana dai vizi dell’economicismo

 

 Tonino Bucci

 

Si è parlato e scritto molto a proposito dell’originalità del marxismo italiano. C’è chi ne ha visto la potenza teorica, l’acume politico, la lontananza dai vizi del dogmatismo e dell’economicismo. E c’è, invece, chi lo ha criticato e ne ha evidenziato, ad esempio, la compromissione con lo storicismo culturale. Ma per entrambe le scuole, comunque si guardino le cose, i fondatori del marxismo “all’italiana” sono - non c’è dubbio - loro: Labriola e Gramsci. Loro sono i costruttori di quella che si potrebbe definire una via nazionale al materialismo storico, al punto che i loro nomi si sono legati l’uno all’altro in una sequenza automatica. Perché oggi dovremmo ritornare a Gramsci o, ipotesi ancor più insolita, ricominciare a studiare Labriola? La risposta ce la suggerisce Pasquale Voza nella sua introduzione a La prosa del comunismo critico (a cura di Lea Durante e Pasquale Voza, edizioni Palomar, pp.352, euro 27), un volume che raccoglie gli atti di un convegno dedicato ai due pensatori marxisti - a quel convegno, a Bari il 29 e il 30 settembre 2004, avevano partecipato oltre ai curatori del libro Angelo d’Orsi, Raul Mordenti, Giorgio Baratta, Stefano Miccolis, Marina Paladini Musitelli, Pasquale Guaragnella, Raffaele Cavalluzzi, Silvio Suppa, Marzio Zanantoni. L’epoca di Labriola – in un certo senso, più di quella di Gramsci – assomiglia molto alla situazione che il marxismo vive oggi in Italia. Anche allora, sul finire dell’Ottocento, il materialismo storico era giudicato nel migliore dei casi una suggestione sorpassata dai fatti. Secondo gli intellettuali borghesi del tempo l’epoca delle rivoluzioni poteva considerarsi finita. Il capitalismo - sostenevano - aveva superato brillantemente le crisi economiche a dispetto delle tesi catastrofiste. Il progresso avrebbe risolto le ingiustizie residue del sistema. Non è certo propizio, perciò, il clima culturale che Labriola incontra quando introduce Marx nella filosofia italiana dominata dalle sirene del neoidealismo. Soprattutto deve vedersela con il pregiudizio che attornia il materialismo storico, ritenuto non all’altezza di un punto di vista filosofico autosufficiente sul mondo e sulla politica. Marx – dicevano gli intellettuali borghesi – aveva smascherato gli effetti più perversi del mercato, le disuguaglianze sociali, la cattiva distribuzione della ricchezza prodotta, le forme più estreme di sfruttamento. Ma non aveva indicato – aggiungevano – una ricetta alternativa su quale avrebbe dovuto essere lo Stato nella futura società socialista. miglior sorte era toccata alle sue previsioni di crollo del capitalismo che sembrava, all’opposto, dotato di buona salute. «La ricerca di Labriola - scrive Vozavenne maturandosi alla fine dell’Ottocento, in una temperie assai complessa e peculiare, che vedeva il neoidealismo italiano impegnato in uno sforzo “organico” di riduzione del marxismo (basti pensare al volume di Croce Materialismo  storico ed economia marxistica e a quello di Gentile, La filosofia di Marx, entrambi apparsi nel 1899). Per il filosofo cassinate il “midollo del materialismo storico” era costituito dalla “filosofia della praxis” in quanto filosofia - come affermava in Discorrendo di filosofia e socialismo - “immanente alle cose su cui filosofeggia. Dalla vita al pensiero, e non già dal pensiero alla vita; ecco il processo realistico». Labriola pensa insomma che per essere all’altezza delle critiche degli avversari occorra leggere Marx come un filosofo o, meglio, come il fondatore di una filosofia autonoma e capace di spiegare il mondo a partire dai propri principi senza bisogno d’appoggiarsi ad altre filosofie. Il marxismo – sostiene – non è né una sociologia spicciola, né una metafisica provvidenzialista della storia. Marx inaugura un nuovo tipo di filosofo che trova davanti a sé la società moderna e la considera come un oggetto da studiare. La novità – sottolinea Labriola – è che il filosofo marxista non deve ricorrere a una causa esterna per spiegare il movimento e la storia della società, sia questo principio Dio o le categorie dello spirito. Non c’è posto per le teorie della “causazione idealistica”, il nuovo metodo marxista è piuttosto morfologico-genetico nel senso che spiega il trasformarsi della collettività umana a partire dalle sue forze interne. La storia cambia non per intervento della provvidenza divina. Il merito del marxismo, a giudizio di Labriola, è d’aver individuato il principio autopropulsivo della storia umana, una forza immanente che ne garantisce il movimento. Per il filosofo cassinate questa forza interna è la praxis, l’azione collettiva e consapevole degli uomini che trasforma incessantemente il mondo e gli stessi soggetti che ne sono promotori. Non è solo un capriccio teorico a guidare le riflessioni di Labriola. Al fondo ci sono ripercussioni politiche e non sarà un caso se Gramsci dichiarerà a più riprese nei Quaderni di voler approfondire le intuizioni del predecessore – come spiegano nei loro saggi Roberto Finelli e Fabio Frosini. Mettere da parte le cause idealistiche e sostituirle con la praxis significa per Labriola formulare un «comunismo critico» che «non fabbrica le rivoluzioni, non prepara le insurrezioni, non arma le sommosse». Il comunismo non è una scuola accademica, un «seminario» in cui si forma lo «stato maggiore dei capitani della rivoluzione proletaria». Certo, è «tutt’una cosa col movimento proletario», ma nel senso che deve capirne e sostenere la relazione con tutto il contesto dei rapporti sociali. E Gramsci seguirà Labriola. Capisce l’importanza teorica e politica del ragionamento. Anche lui indicherà la praxis come l’architrave che sorregge l’impianto del marxismo. Ma non si limita a riprenderne scolasticamente la tesi. Non si accontenta di rivendicare la centralità della produzione, del lavoro, della praxis e dell’homo faber. Gramsci comprende che il marxismo non può limitare lo sguardo al terreno economico, alla produzione materiale di merci ma deve guardare anche a come si producono le soggettività e a come entrano nella storia. I soggetti collettivi che trasformano il mondo sono quelli capaci d’egemonia, che inaugurano un nuovo modo di vita e civiltà, che affrontano a testa alta la politica e il conflitto delle ideologie.

 

(da «Liberazione», 18 gennaio 2007)