III Convegno  della IGS

Antonio Gramsci, un sardo nel “mondo grande e terribile”

Cagliari-Ghilarza-Ales 3-6 maggio 2007

 

di Alessandro Errico,  Eleonora Forenza, Chiara Meta

 

 

         Tra Cagliari, Ghilarza ed Ales si è svolto dal 3 al 6 maggio 2007, in occasione del settantesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci, il III Convegno della International Gramsci Society, dal titolo Antonio Gramsci , un sardo “nel mondo grande e terribile”. Tanti i nodi problematici e le questioni affrontate. Pur nella varietà delle relazioni e degli interventi che si sono susseguiti a opera di studiosi e studiose convenuti da tutto il mondo, va osservato che la categoria gramsciana più diffusamente oggetto di riflessione è stata quella di rivoluzione passiva. Senza voler trarre nessuna linea unitaria di orientamento - impossibile in un convegno volutamente largo nella sua platea di oratori e oratrici, e che ha cercato di essere un libero luogo di incontro tra studiose e studiosi che fanno della IGS un punto di scambio di esperienze diverse -, non si può non dire che questo elemento abbia un suo significato, e ci porti immediatamente al rapporto di Gramsci con l’oggi. Nell’insieme, in verità, il convegno ha mantenuto un equilibrio notevole tra l’approccio storico, filologico e teorico da un lato e quello più politico, seppure in un’accezione non immediatistica del termine. La cronaca è molto sintetica, ce ne scusiamo con chi ha parlato e con chi legge, così come ci scusiamo con qualche studioso assente da queste righe non certo per disinteresse nei suoi confronti ma perché non per tutti è stato possibile elaborare un breve appunto.

Non è ininfluente che il convegno si sia tenuto in Sardegna, con uno sforzo organizzativo notevole sia per la IGS che per le associazioni sarde (in primo luogo la Casa Museo Gramsci di Ghilarza e la Casa Natale Gramsci di Ales, ma anche l’Istituto Gramsci della Sardegna, per non dire del sostegno decisivo della Regione Sardegna) che hanno con noi condiviso l’impresa. Per molti e molte, tra l’altro, è stata l’occasione di vedere luoghi gramsciani la cui conoscenza serve anche alla ricerca, per la ricostruzione di quel mondo antropologico che fu alla base della formazione di Antonio Gramsci.

La prima sessione, a Cagliari, si è incentrata su una questione teorico-politica centrale nell’articolazione del comunismo gramsciano, ovvero il nesso Nazionale/internazionale,  che trova ancora oggi nella riflessione politica contemporanea una incredibile attualità, come ha argomentato nel suo intervento introduttivo Aldo Tortorella. Quest’ultimo ha inoltre sottolineato la classicità di Gramsci: essa non “smette di parlarci”.  La classicità implica anche il pericolo di usi strumentali, a cui occorre sottrarre il pensiero gramsciano. Gramsci - afferma Tortorella - non è un capo politico sconfitto che in carcere scrive un lascito testamentario, trasformandosi in un “pensatore disinteressato”: egli fino alla fine è alla ricerca dei modi che rendono possibile la trasformazione sociale e del senso che essi assumono per la vita umana. Per Tortorella, quindi, la riflessione gramsciana rimane un modello fondamentale anche in tempi di globalizzazione, dominati da ineguaglianze nella redistribuzione della ricchezza: si rinnova qui l’esigenza della ricerca di pratiche egemoniche che rendano operante la libertà collettiva contro il dominio esercitato dall’autorità dei “pochi”.

Sempre nella prima giornata Joseph Buttigieg, Dora Kanoussi e Giuseppe Prestipino hanno proposto importanti contributi sul nodo nazionale-internazionale. Buttigieg ha parlato di società civile, intesa nell’accezione gramsciana, come luogo deputato alla costruzione del consenso per mettere in discussione la strategia americana post-Ottantanove. Interloquendo con le più recenti riflessioni di Fukujama, Buttigieg ha sottoposto a critica l’ideologia dei neoconservatori legati alle amministrazioni Bush. I neoconservatori hanno operato, in relazione alle due guerre in Iraq, una riduzione-fraintendimento delle nozioni gramsciane di egemonia e società civile, interpretando, semplicisticamente, la realtà della società civile irakena come “società orientale”: in realtà l’Iraq - argomenta Buttigieg - aveva una società civile articolata e complessa, diversa dal tipo di democrazia  liberale occidentale.  I neocons, dunque, feticizzando il concetto di società civile, hanno sostituito una pratica di egemonia con una di dominio, sia in politica interna che in politica estera.

L’intervento di Dora Kanoussi si è incentrato “sul Machiavelli di Gramsci”: storicizzando l’opera del Segretario fiorentino, Gramsci ne ha reso possibile un’interpretazione democratica e progressiva (nesso Machiavelli-Marx) in antitesi all’interpretazione conservatrice fondata sulla visione di Machiavelli come teorico della ragione di Stato e della identificazione potere-forza. Nell’evoluzione della filosofia della praxis Machiavelli, dunque, assume, un ruolo centrale, in quanto fondatore dell’autonomia della scienza politica: una interpretazione dell’autonomia della politica radicalmente contrapposta alla distinzione crociana tra la politica intesa come ambito proprio del particolare e la morale intesa come ambito dell’universale.

Giuseppe Prestipino si è confrontato con la complessa, e a volte financo contraddittoria, riflessione gramsciana intorno al concetto di “Stato integrale”, inteso da Gramsci come unità organica e distinzione metodica tra Stato governo (o “società politica”) e società civile. In Gramsci ogni Stato è educatore in grado maggiore rispetto al partito, benché capace di decentrare verso la società civile, in prospettiva, gli accresciuti compiti educativi.

Nelle comunicazioni seguite alle relazioni introduttive, Marcos Del Roio ha letto problematicamente il fenomeno della mondializzazione del capitalismo degli ultimi trent’anni come espressione della gramsciana rivoluzione passiva. Bilge Erten ha letto il ruolo attuale di istituzioni come  il Fondo Monetario e la Banca Mondiale alla luce delle nozioni gramsciane di egemonia, crisi organica e volontà collettiva. Ronald Judi ha evidenziato come Gramsci abbia saputo leggere acutamente la costituzione materiale della nuova cultura di marca americana e, dunque, la formazione di un nuovo tipo di intellettuale, diverso da quello europeo, direttamente connesso al sistema produttivo. David Morton ha riletto i fenomeni legati agli sviluppi dello Stato post-coloniale e il dibattito attuale sullo sviluppo diseguale alla luce di Americanimso e fordismo e della “multiscalarità” delle  rivoluzioni passive del Novecento. La sopravvivenza del capitalismo si fonda necessariamente sul mantenimento delle disuguaglianze nelle condizioni dello sviluppo; se l’accumulazione capitalistica ha avuto bisogno sempre dello sfruttamento dei popoli colonizzati, nella fase post-coloniale ha dovuto elaborare nuovi strumenti: la teoria della rivoluzione passiva, nell’attuale fase di accumulazione, si è, dunque, necessariamente dovuta declinare in termini multiscalari, comprendendo, cioè, non solo processi sociali interni ai singoli Stati, ma anche rapporti internazionali e nuove forme di dominio Nord-Sud. Koichi Ohara ha interpretato la storia postbellica del Giappone alla luce della nozione gramsciana di rivoluzione passiva: il processo di modernizzazione sul piano produttivo è avvenuto senza “democratizzazione”. Dopo il 1945, una riforma politica e sociale secondo i valori americani è stata imposta al Giappone dai gruppi dominanti, che hanno fatto questa scelta per riappropriarsi di una posizione di Stato forte, cementando l’alleanza con gli Stati Uniti dopo la sconfitta. Per questo motivo Ohara considera il processo di democratizzazione in Giappone una forma di rivoluzione passiva equivalente a un americanismo di marca nipponica, da declinare quindi nel contesto nazionale (americanismo nazionalista).

In questa sessione è intervenuto anche Giorgio Baratta, che ha riletto il “sardismo” di Gramsci in chiave nazionale-internazionale: la vocazione universalistica del pensiero gramsciano, alla luce del suo comunismo, è sempre radicata e situata nella connessione sentimentale e affettiva col popolo-nazione e non precipita mai né nel particolarismo né nell’universalismo astratto. Ogni sardo è “un’isola nell’isola”: la solitudine di Gramsci allora non è solo quella che egli vive nel carcere. Essa è anche una fonte di creatività.

Al termine del dibattito, Giorgio Baratta e Clara Murtas hanno interpretato il Dialoghetto tra Gramsci e la sua ombra, scritto da Giorgio Baratta con l’utilizzo di brani gramsciani., e animato da una composizione visiva di Massimiliano Bomba.  Sono stati, infine, proiettati il filmato di una bella e toccante intervista ad Eric Hobsbawm, intitolata Il nostro Gramsci, e il film di Baratta Viaggio nel mondo di Gramsci raccontato da Dario Fo.

 

La seconda sessione del convegno, svoltasi presso la Torre Aragonese di Ghilarza il 4 maggio e presieduta da Giorgio Baratta, è stata dedicata al tema Intellettuali e società di massa e introdotta dalle relazioni di Alastair Davidson e Angelo d’Orsi.

Alasteir Davidson ha sostenuto la necessità di rileggere “l’uso” che Stuart Hall  fa di Gramsci alla luce del progetto “controegemonico” nei confronti del tatcherismo.  Hall, attraverso una lettura dei Quaderni focalizzata sui concetti di “società civile” e "senso comune", ha compiuto un'analisi del successo del tatcherismo (inteso come rivoluzione passiva) presso il popolo inglese, successo fondato essenzialmente su una metastoricizzazione dell’identità (della inglesità) di tale popolo. Hall, invece, avvia una strategia per la riappropriazione popolare della memoria e la costituzione di un nuovo blocco storico. Anche alla luce di questa battaglia per la memoria storica, è importante leggere l’opera di Hall nel contesto della sua relazione con alcune cerchie intellettuali, in particolare col gruppo di storiografi comunisti inglesi a lui più vicini. Hall, ad esempio, nota nella lettura che lo storiografo Christopher Hill propone della Rivoluzione inglese del 1640 una indiretta analogia con Gramsci nell’attenzione alla lotta ideologica: si potrebbe dire che per entrambi è centrale la funzione degli intellettuali nella trasformazione del senso comune. 

Angelo d’Orsi si è soffermato sulla necessità di combattere una lettura teleologica degli undici anni che Gramsci trascorre a Torino: essi sono per lo più visti come una mera preparazione del Gramsci maturo dei Quaderni. Fondamentale, innanzitutto, è quell’esperienza di “garzonato universitario” che Gramsci compie presso la scuola di Torino: da Umberto Cosmo ad Arturo Farinelli. Gramsci compie il suo apprendistato morale e ideale alla scuola della cultura positiva che si nutre del rigore filologico della ricerca senza cadere nella mera erudizione e nello sterile accademismo. Di qui la critica gramsciana a quella riduzione positivistica ed evoluzionistica del marxismo di vulgata, secondointernazionalista. In questo humus, Gramsci compie la sua formazione (senza per altro rinunciare all’idea di portare a compimento i suoi studi universitari). È la lezione torinese del pensiero critico e del metodo storico che Gramsci pone alla base del suo “giornalismo integrale”- inteso come strategia per la verità -, differenziandosi dalla pubblicistica propagandistica, propria anche della tradizione socialista. In occasione del primo conflitto mondiale, col dilagare di un giornalismo propagandistico e menzognero, Gramsci sceglie di mettere a frutto la lezione torinese e di sviluppare, nella sua attività giornalistica, l’attitudine di scienziato sociale: qui si palesa già una lettura antidogmatica di Marx. L’esperienza dell’Ordine Nuovo è strettamente connessa alla necessità che il proletariato si doti di una propria cultura, oltre che appropriarsi della cultura borghese.

         Nel corso della sessione sono intervenuti e intervenute anche Renate Holub, sulla necessità di una ricerca degli intellettuali sulle trasformazioni indotte dal nesso fra capitale finanziario e capitale informatico; e Giuseppe Andrea Manias sul rapporto tra Gramsci e il movimento anarchico nel periodo dell’Ordine Nuovo, con particolare riferimento all’accezione positiva che Gramsci dà del “libertario”. Raul Mordenti, poi, ha tracciato le linee di una antropologia filosofica gramsciana, che colmerebbe una lacuna del pensiero marxiano e marxista. Gramsci pone al centro della sua riflessione sull’egemonia la necessità della trasformazione del senso comune e riflette sul nesso tra potere e linguaggio. Su questo terreno fiorisce la famosa domanda della Spivak: “possono i subalterni parlare?”. Usare la parola di chi domina non è per i subalterni - nota Mordenti - “parlare”. Occorre, dunque, un gesto delle classi subalterne in grado di rifiutare il racconto che l’ideologia borghese esibisce: è necessario costruire un discorso che ricongiunga la parola alla soggettività. Sonita Saker ha posto al centro del suo intervento il sardismo di Gramsci e quello di Grazia Deledda alla luce del problema del subalterno. Gianni Fresu è intervenuto sulla relazione continuità-contiguità tra Labriola e Gramsci in chiave antideterministica e oppositiva alla II Internazionale.

 

Nel corso della sessione pomeridiana, dedicata al tema Rivoluzione passiva e lotta egemonica e presieduta da Giuseppe Vacca, si sono articolati molti interventi, dopo le relazioni introduttive di Carlos Nelson Coutinho e Pasquale Voza.

Carlos Nelson Coutinho – dopo aver esposto il concetto gramsciano di rivoluzione passiva e le annotazioni gramsciane sulla controriforma - ha affermato che l’attuale fase di globalizzazione neoliberista non è definibile come una rivoluzione passiva nel senso gramsciano: la rivoluzione passiva, infatti, che è stata spesso, e con esiti non sempre felici, assunta come criterio interpretativo di epoche diverse tra loro, implica l’assunzione effettiva da parte delle classi dominanti di alcune delle rivendicazioni provenienti dal basso (tale fu il processo di costituzione del moderno Stato borghese in Italia). Nell’attuale epoca neoliberale si assiste, invece, a una de-costruzione dei diritti sociali che sono stati conquistati all’epoca dello Stato sociale (epoca che è stata veramente di rivoluzione passiva). Riguardo al concetto di trasformismo, Coutinho sostiene che esso può essere proprio sia delle fasi di rivoluzione passiva, sia delle fasi di controriforma.

Pasquale Voza ha affrontato il problema della costituzione politica della soggettività a partire dalla centralità e dalla dinamicità/dialetticità che, nei Quaderni, assume la nozione di “rivoluzione passiva” come tensione politico-conoscitiva che si riarticola tra passato e presente: la nuova relazione fra questione dell’egemonia e piano dei processi produttivi nella complessità della società civile moderna sollecita, infatti, Gramsci ad una ridefinizione del nesso guerra di posizione-rivoluzione passiva. La riflessione gramsciana sul moderno primato della politica si articola anche come ritraduzione critica delle riflessioni di Michels e Weber (la politica come professione) e come risposta all’”etico-politico” crociano. Qui nasce anche la nuova “questione politica degli intellettuali”, non disgiungibile dal carattere innovativo della declinazione gramsciana del problema della realtà delle ideologie. In particolare, Gramsci problematizza la costruzione di un “progresso intellettuale di massa” alla luce proprio della contraddittorietà della “coscienza teorica” dell’ “uomo attivo di massa”: il processo “molecolare” di costituzione politica della soggettività passa allora attraverso una lotta interiore di “egemonie politiche”. Gramsci pone allora le basi per un nuovo rapporto tra movimento operaio e intellettuali, per la definizione dell’intellettuale nuovo, che sappia “sentire” e “comprendere”: una  riflessione che, anche nell’attuale fase di dilatazione totalitaria del capitalismo post-fordista e di incorporazione dei saperi nella macchina, ci parla ancora.

Nel corso delle comunicazioni, Michele Fiorillo ha analizzato l'idea di "giornalismo" integrale che in Gramsci dovrebbe forgiare i gusti e le opinioni dei lettori. Tale concezione è interpretabile come un momento fondamentale della teoria gramsciana dell'egemonia funzionale all'istituzione di un nuovo tipo di Stato. Benedetto Fontana ha evidenziato il ruolo assolutamente predominante, nella teorizzazione gramsciana, del pensiero di Lenin, soprattutto in relazione alla questione della coscienza e dell’organizzazione delle soggettività politiche nel processo rivoluzionario: è questo tema che permette a Gramsci di innovare la teoria marxiana. Gramsci rappresenta, secondo Fontana, una sintesi fra Marx (che intende la classe come soggetto e il partito come strumento) e Lenin (che intende il partito come soggetto e la classe come strumento); Marcus Green si è soffermato ampiamente sul nesso Gramsci-gruppi subalterni; Renato Caputo ha affermato la necessità di riprendere la riflessione gramsciana per contrastare l'attuale "retorica" dei diritti umani compiuta dalle classi dominanti (e fatta propria dalle sinistre occidentali) destinati a rimanere meramente formali in una società capitalistica; Mike Donaldson ha contestato l'uso post-marxista di Gramsci che avrebbe rimosso dalla sua elaborazione del marxismo il concetto di classe.

 

La giornata del 5 maggio è stata caratterizzata nella prima parte da due seminari paralleli; in uno, Le lingue e i linguaggi, presieduto da Domenico Jervolino, si è tentato di mettere al centro del ragionamento la questione linguistica nel pensiero di Gramsci. Derek Boothman, nella sua introduzione, ha analizzato gli appunti ancora inediti che Gramsci stese durante la frequentazione del corso di glottologia tenuto da G. M. Bartoli. Da essi, oltre alla diade dialetto-lingua nazionale già sviluppata da Lo Piparo, emergono altre nozioni (Oriente-Occidente, la natura delle forze barbare, ecc.) e diverse forme di egemonia. La natura stessa della lingua, per omologia, offre un modello per la nozione, che Gramsci svilupperà nei Quaderni, di ideologia.

Nel corso degli interventi, Alessandro Errico, in polemica con le recenti strumentalizzazioni di Gramsci compiute dalle attuali classi dirigenti, ha ribadito che l'acume teorico del pensatore sardo non dovrebbe mai far dimenticare che la filigrana della filosofia della praxis è l'azione rivoluzionaria. Anche quando si confronta con tematiche non immediatamente "politiche" (Errico sviluppa le note contenute nei Quaderni relative alla "grammatica" in senso stretto, rilevandone una sottotraccia come "grammatica del potere"), il contesto è sempre la "trasformazione molecolare" della realtà nei suoi connotati politico-sociali. Ludovico De Lutiis, prendendo le mosse dal concetto gramsciano di "progresso intellettuale di massa", ha analizzato l'evoluzione dei mass media così come è stata impostata dallo stesso Gramsci nei Quaderni del carcere. L'ipotesi formulata è che vi sia una frattura (individuabile per l'Italia nel 1993-94) definibile come fusione tra politica e mezzi di informazione e incentrata sull'inversione di ruolo tra domanda e offerta e sulla trasformazione dei partiti politici; Peter Ives è intervenuto sul nesso tra linguistica e ruolo dell’egemonia statale; Costanza Orlandi ha connesso l’analisi dei Quaderni alla formazione linguistica di Gramsci, proponendo una lettura a essi trasversale dei problemi del linguaggio e, dunque, una intepretazione del Quaderno 29 in connessione concettuale agli altri; anche Rocco Lacorte ha proposto una reimpostazione della questione del linguaggio in Gramsci.

 

 

Il secondo seminario, intitolato Marxismo come filosofia della praxis, si è svolto nella Sala del Consiglio comunale di Ghilarza ed è stato presieduto da Giuseppe Prestipino. Nella relazione introduttiva Giuseppe Cacciatore ha sottolineato come il pensiero gramsciano abbia soprattutto contribuito a ripensare criticamente il concetto di “storicità” in contrapposizione a una interpretazione fatalistica e deterministica della storia; il comunismo critico di Gramsci, così distante dalle interpretazioni evoluzionistiche e riduzionistiche del marxismo secondointernazionalista, sarebbe anche il frutto di un recupero dell’idealismo filosofico, filtrato da quel retroterra ideale e culturale che si radica nella tradizione dello storicismo italiano e che con Labriola fonda l’autonomia teorica del materialismo storico. A detta di Cacciatore, è anche questo tessuto connettivo sottostante che permette a Gramsci di recepire la lezione leniniana, in termini di visione critico-problematica e aperta della storia, contro il fatalismo sociologico ed economicista. La filosofia della prassi gramsciana approda a una concezione rinnovata della natura umana, mai interpretata come ipostasi astratta, ma sempre nella sua relazionalità problematica: contro l’oggettivismo fattuale ed economicistico, per Gramsci si dà realtà solo a partire dal rapporto di modificazione promosso dall’intervento soggettivo, tale per cui la prassi è sempre attività trasformatrice umana. Ma contro un monismo ontologico di derivazione idealistica, Gramsci è alla ricerca dei nessi che si svolgono tra struttura e sovrastruttura, in quanto la prassi è sempre la materialità dei fatti modificati dall’attività trasformatrice dell’uomo. Se, dunque, la prassi è il centro unificatore, ovvero il “luogo” dove diventa evidente l’unione tra la struttura economica e l’attività umana, il soggettivismo gramsciano non conduce ad una forma di immanenza speculativa propria anche dell’hegelismo, ma ad uno “storicismo assoluto”, inteso come rivendicazione della totale terrestrità assoluta del pensiero, un umanesimo in storia.

Molte e interessanti le comunicazioni. Tra queste: Peter Thomas ha trattato il rapporto tra ideologia e filosofia nel Quaderno 10 alla luce della critica di Althusser (in Leggere il Capitale) dello storicismo assoluto di Gramsci. Althusser e Gramsci hanno entrambi cercato di pensare i presupposti di una filosofia del marxismo, inteso come concezione del mondo integrale in grado di rileggere la tradizione filosofica occidentale e di porre se stessa come nuova forma filosofica. In un periodo del rinnovamento autocritico della tradizione del marxismo a livello internazionale, la critica di Althusser ci mette a disposizione, secondo Thomas,  qualche strumento per ripensare la specificità del marxismo: anche se Althusser, sempre secondo Thomas, errava nei suoi giudizi su Gramsci, il suo modo di rileggere i Quaderni mette alla luce quattro tesi gramsciane connesse al rapporto tra ideologia e filosofia: la non-contemporaneità del presente, l’assenza di una “cesura essenziale”, la traducibilità di filosofia-storia-politica, fondata sul “motore movente” della politica, la catarsi come rappresentazione della lotta di classe dentro lo Stato. Manuela Ausilio si è soffermata sul rapporto tra la gramsciana "società regolata" e la "volontà generale" teorizzata da Rousseau. Il confronto tra i due pensatori consente per l'autrice un ripensamento della democrazia sia nelle sue condizioni etiche che nelle sue regole procedurali; Michele Filippini ha sottolineato che  se, da un lato, è  stato sempre letto come negativo il giudizio gramsciano sulle scienze sociali, dall’altro esistono spazi per la ricerca e la ricostruzione genealogica di alcuni concetti gramsciani di chiara derivazione sociologica. Questo campo di studi rimette al centro il rapporto tra marxismo e scienze sociali, dopo un lungo periodo di reciproca indifferenza. Gramsci recepisce il lessico e le tematiche di Durkheim (attraverso Sorel), di Weber, degli elitisti italiani e si confronta con De Man, Bucharin e i positivisti italiani. Livio Boni ha proposto una lettura della “passione del femminile” in Gramsci alla luce di tre nodi non compiutamente affrontati non solo negli studi gramsciani, ma anche nel rapporto tra pensiero marxista e non-marxista (in particolare, nell’articolazione fra marxismo, psicoanalisi e femminismo). In primo luogo, secondo Boni, in Americanismo e fordismo si può ravvisare un’autonomia della questione femminile rispetto al problema della divisione del lavoro e della riproduzione sessuale; inoltre, la riflessione di Gramsci sulla questione sessuale connetterebbe marxismo e psicoanalisi (in direzione diversa da quella canonica del freudo-marxismo), aprendo un varco legittimo all’uso “culturalista” che gli Women Studies e il femminismo contemporaneo fanno di Gramsci; infine, la passione del femminile (nel doppio senso del genitivo) sarebbe oggetto in Gramsci non solo di una trattazione teorica: essa ha un complemento soggettivo e sintomale nel “transfert a tre” che attraversa le Lettere; L'intervento di Francesco Saverio Festa ha confrontato l'elaborazione teorica di Gramsci con la variante neokantiana del marxismo del primo Novecento; Rita Medici ha riletto il rapporto tra Gramsci e la tradizione del marxismo italiano come “filosofia della prassi”; Georges Elia Sarfati si è invece soffermato sul problema del senso comune in Gramsci.

 

Nel corso della sessione pomeridiana, presieduta da Joseph Buttigieg, è stato affrontato il tema Gramsci nel mondo d’oggi.  Nella sua relazione, Guido Liguori – dopo aver passato in rassegna alcuni aspetti degli studi gramsciani odierni nel mondo, in particolare nell’America latina –, si è soffermato sulle tendenze oggi prevalenti nel mondo anglofono e in Italia. Nei cultural studies, negli studi post-coloniali, negli studi sui subalterni vi sono molti riferimenti a Gramsci, non tutti autorizzati dai testi lasciatici dal marxista sardo anche se spesso creativi e interessanti. In Italia vanno invece prevalendo negli ultimi anni  gli studi filologici e di contestualizzazione storica, tutti tesi a una migliore comprensione dei testi del carcere, spesso di difficile decifrazione. È necessario che si stabilisca un ascolto reciproco tra i due campi, perché gli studiosi italiani recepiscano aspetti nuovi e poco esplorati del pensiero gramsciano a lungo rimasti in ombra, e perché gli studiosi non italiani, specie coloro che non leggono l’italiano e non possono studiare i testi in maniera filologicamente avvertita, imparino a non stravolgere il pensiero gramsciano ed evitino di usarlo in direzioni addirittura opposte a quelle auspicate dal comunista sardo.

Aprendo gli interventi, Yuri Brunello ha sostenuto la presenza di tre diverse idee di cultura in Gramsci: come "civilizzazione", come "critica della civilizzazione" e come modo di vita della società. Ognuna di esse comporta un modo di produzione differente: dalla società feudale nasce la prima versione, dalla società capitalistica la seconda; dal seno di una società senza conflitti emerge la terza idea gramsciana di cultura. Nel modo di produzione socialista però, in un'ottica internazionalista, a trionfare sarà una sola cultura sulle altre. Giovanni Semeraro ha sviluppato un confronto tra la teoria educativa di Paulo Freire (nello specifico il suo concetto di "liberazione") e l'egemonia gramsciana. Tale intreccio ha, secondo Semeraro, ispirato e fecondato le lotte politiche in Brasile tra gli anni Sessanta e Novanta. L’intervento di Tatiana Fonseca Oliveira ha preso in esame la ricezione e le ripercussioni delle idee di Gramsci in Brasile dove la sua opera è stata introdotta nel 1966. Gian Luigi Deiana ha parlato de “il principio della storia e la fine della storia: Gramsci all’epoca di Fukuyama” alla luce di dieci opposizioni dicotomiche: riconoscimento/disconoscimento, maieutica/interrogazione, fissazione/rimozione, Gramsci/Marx (come slittamento di paradigma), umano/disumano, ideologia/alienazione (come prezzo filosofico della filosofia della prassi), imperialismo/produttivismo (intesa come primato filosofico dell’homo faber), innatismo/fatalismo (rapporto tra storicismo e antinaturalismo), bildung/archetipi (intesa come nesso fra educazione e antropologia), scontro/incontro delle civiltà. Lelio La Porta ha proposto un Gramsci per la scuola: le conoscenze che gli studenti delle scuole medie superiori hanno di Gramsci sono di fatto inesistenti. Affinché si attivino modalità di apprendimento è necessario che sia messo a disposizione degli alunni e degli insegnanti uno strumento  che consenta un approccio alla figura e all’opera del pensatore sardo, che ne faccia, soprattutto per  i giovani, un “compagno di banco” da imitare piuttosto che un esclusivo oggetto di studio.

In coda all’ultima sessione del convegno si è svolta l’Assemblea della IGS, di cui si riferisce a parte.

La mattina seguente, domenica 6 maggio, il convegno si è spostato ad Ales, il paese natale di Gramsci, dove si svolto un incontro con artisti e intellettuali introdotto da Paolo Zucca. Dopo la riproposizione del dialoghetto di Giorgio Baratta e Clara Murtas, rappresentato già nella prima giornata del convegno, vi sono stati momenti di poesia in lingua sarda e si è svolto un entusiasmante concerto jazz. Un modo popolare e creativo, molto gramsciano, di concludere la positivissima esperienza di questo appuntamento della IGS nella terra di Gramsci.