III Convegno della IGS
Antonio Gramsci, un
sardo nel “mondo grande e terribile”
Cagliari-Ghilarza-Ales
3-6 maggio 2007
di Alessandro Errico,
Eleonora Forenza, Chiara Meta
Tra
Cagliari, Ghilarza ed Ales si è svolto dal 3 al 6 maggio
Non è ininfluente che il convegno
si sia tenuto in Sardegna, con uno sforzo organizzativo notevole sia per la IGS
che per le associazioni sarde (in primo luogo la Casa Museo Gramsci di Ghilarza
e la Casa Natale Gramsci di Ales, ma anche l’Istituto Gramsci della Sardegna,
per non dire del sostegno decisivo della Regione Sardegna) che hanno con noi
condiviso l’impresa. Per molti e molte, tra l’altro, è stata l’occasione di
vedere luoghi gramsciani la cui conoscenza serve anche alla ricerca, per la
ricostruzione di quel mondo antropologico che fu alla base della formazione di
Antonio Gramsci.
La prima sessione, a Cagliari, si
è incentrata su una questione teorico-politica centrale nell’articolazione del
comunismo gramsciano, ovvero il nesso Nazionale/internazionale, che trova ancora oggi nella riflessione
politica contemporanea una incredibile attualità, come ha argomentato nel suo
intervento introduttivo Aldo Tortorella.
Quest’ultimo ha inoltre sottolineato la classicità di Gramsci: essa non “smette
di parlarci”. La classicità implica
anche il pericolo di usi strumentali, a cui occorre sottrarre il pensiero
gramsciano. Gramsci - afferma Tortorella - non è un capo politico sconfitto che
in carcere scrive un lascito testamentario, trasformandosi in un “pensatore
disinteressato”: egli fino alla fine è alla ricerca dei modi che rendono
possibile la trasformazione sociale e del senso che essi assumono per la vita
umana. Per Tortorella, quindi, la riflessione gramsciana rimane un modello
fondamentale anche in tempi di globalizzazione, dominati da ineguaglianze nella
redistribuzione della ricchezza: si rinnova qui l’esigenza della ricerca di
pratiche egemoniche che rendano operante la libertà collettiva contro il
dominio esercitato dall’autorità dei “pochi”.
Sempre nella prima giornata Joseph Buttigieg, Dora Kanoussi e
Giuseppe Prestipino hanno proposto importanti contributi sul nodo
nazionale-internazionale. Buttigieg
ha parlato di società civile, intesa nell’accezione gramsciana, come luogo
deputato alla costruzione del consenso per mettere in discussione la strategia
americana post-Ottantanove. Interloquendo con le più recenti riflessioni di
Fukujama, Buttigieg ha sottoposto a critica l’ideologia dei neoconservatori
legati alle amministrazioni Bush. I neoconservatori hanno operato, in relazione
alle due guerre in Iraq, una riduzione-fraintendimento delle nozioni gramsciane
di egemonia e società civile, interpretando, semplicisticamente, la realtà
della società civile irakena come “società orientale”: in realtà l’Iraq -
argomenta Buttigieg - aveva una società civile articolata e complessa, diversa
dal tipo di democrazia liberale
occidentale. I neocons, dunque, feticizzando il concetto di società civile, hanno
sostituito una pratica di egemonia con una di dominio, sia in politica interna
che in politica estera.
L’intervento di Dora Kanoussi si è incentrato “sul
Machiavelli di Gramsci”: storicizzando l’opera del Segretario fiorentino,
Gramsci ne ha reso possibile un’interpretazione democratica e progressiva
(nesso Machiavelli-Marx) in antitesi all’interpretazione conservatrice fondata
sulla visione di Machiavelli come teorico della ragione di Stato e della identificazione
potere-forza. Nell’evoluzione della filosofia della praxis Machiavelli, dunque,
assume, un ruolo centrale, in quanto fondatore dell’autonomia della scienza
politica: una interpretazione dell’autonomia della politica radicalmente
contrapposta alla distinzione crociana tra la politica intesa come ambito
proprio del particolare e la morale intesa come ambito dell’universale.
Giuseppe Prestipino si è confrontato con la complessa, e a volte financo
contraddittoria, riflessione gramsciana intorno al concetto di “Stato
integrale”, inteso da Gramsci come unità organica e distinzione metodica tra
Stato governo (o “società politica”) e società civile. In Gramsci ogni Stato è
educatore in grado maggiore rispetto al partito, benché capace di decentrare verso
la società civile, in prospettiva, gli accresciuti compiti educativi.
Nelle comunicazioni seguite alle
relazioni introduttive, Marcos Del Roio
ha letto problematicamente il fenomeno della mondializzazione del capitalismo
degli ultimi trent’anni come espressione della gramsciana rivoluzione passiva. Bilge Erten ha letto il ruolo attuale
di istituzioni come il Fondo Monetario e
la Banca Mondiale alla luce delle nozioni gramsciane di egemonia, crisi
organica e volontà collettiva. Ronald
Judi ha evidenziato come Gramsci abbia saputo leggere acutamente la
costituzione materiale della nuova cultura di marca americana e, dunque, la
formazione di un nuovo tipo di intellettuale, diverso da quello europeo,
direttamente connesso al sistema produttivo. David Morton ha riletto i fenomeni legati agli sviluppi dello Stato
post-coloniale e il dibattito attuale sullo sviluppo diseguale alla luce di Americanimso e fordismo e della
“multiscalarità” delle rivoluzioni
passive del Novecento. La sopravvivenza del capitalismo si fonda
necessariamente sul mantenimento delle disuguaglianze nelle condizioni dello
sviluppo; se l’accumulazione capitalistica ha avuto bisogno sempre dello
sfruttamento dei popoli colonizzati, nella fase post-coloniale ha dovuto
elaborare nuovi strumenti: la teoria della rivoluzione passiva, nell’attuale
fase di accumulazione, si è, dunque, necessariamente dovuta declinare in
termini multiscalari, comprendendo, cioè, non solo processi sociali interni ai
singoli Stati, ma anche rapporti internazionali e nuove forme di dominio
Nord-Sud. Koichi Ohara ha
interpretato la storia postbellica del Giappone alla luce della nozione
gramsciana di rivoluzione passiva: il processo di modernizzazione sul piano
produttivo è avvenuto senza “democratizzazione”. Dopo il 1945, una riforma
politica e sociale secondo i valori americani è stata imposta al Giappone dai
gruppi dominanti, che hanno fatto questa scelta per riappropriarsi di una
posizione di Stato forte, cementando l’alleanza con gli Stati Uniti dopo la
sconfitta. Per questo motivo Ohara considera il processo di democratizzazione
in Giappone una forma di rivoluzione passiva equivalente a un americanismo di
marca nipponica, da declinare quindi nel contesto nazionale (americanismo
nazionalista).
In questa sessione è intervenuto
anche Giorgio Baratta, che ha
riletto il “sardismo” di Gramsci in chiave nazionale-internazionale: la
vocazione universalistica del pensiero gramsciano, alla luce del suo comunismo,
è sempre radicata e situata nella connessione sentimentale e affettiva col
popolo-nazione e non precipita mai né nel particolarismo né nell’universalismo
astratto. Ogni sardo è “un’isola nell’isola”: la solitudine di Gramsci allora
non è solo quella che egli vive nel carcere. Essa è anche una fonte di
creatività.
Al termine del dibattito, Giorgio
Baratta e Clara Murtas hanno interpretato il Dialoghetto tra Gramsci e la sua ombra, scritto da Giorgio Baratta
con l’utilizzo di brani gramsciani., e animato da una composizione visiva di
Massimiliano Bomba. Sono stati, infine, proiettati il filmato di una bella e toccante intervista
ad Eric Hobsbawm, intitolata Il nostro
Gramsci, e il film di Baratta Viaggio
nel mondo di Gramsci raccontato da Dario Fo.
La seconda sessione del convegno, svoltasi presso la
Torre Aragonese di Ghilarza il 4 maggio e presieduta da Giorgio Baratta, è
stata dedicata al tema Intellettuali e società di massa e
introdotta dalle relazioni di Alastair Davidson e Angelo d’Orsi.
Alasteir Davidson ha sostenuto la necessità di
rileggere “l’uso” che Stuart Hall fa di
Gramsci alla luce del progetto “controegemonico” nei confronti del
tatcherismo. Hall, attraverso una lettura
dei Quaderni focalizzata sui concetti di “società civile” e "senso
comune", ha compiuto un'analisi del successo del tatcherismo (inteso come
rivoluzione passiva) presso il popolo inglese, successo fondato essenzialmente
su una metastoricizzazione dell’identità (della inglesità) di tale popolo.
Hall, invece, avvia una strategia per la riappropriazione popolare della
memoria e la costituzione di un nuovo blocco storico. Anche alla luce di questa
battaglia per la memoria storica, è importante leggere l’opera di Hall nel
contesto della sua relazione con alcune cerchie intellettuali, in particolare
col gruppo di storiografi comunisti inglesi a lui più vicini. Hall, ad esempio,
nota nella lettura che lo storiografo Christopher Hill propone della
Rivoluzione inglese del 1640 una indiretta analogia con Gramsci nell’attenzione
alla lotta ideologica: si potrebbe dire che per entrambi è centrale la funzione
degli intellettuali nella trasformazione del senso comune.
Angelo d’Orsi si è soffermato sulla necessità di combattere una lettura
teleologica degli undici anni che Gramsci trascorre a Torino: essi sono per lo
più visti come una mera preparazione del Gramsci maturo dei Quaderni. Fondamentale, innanzitutto, è quell’esperienza di
“garzonato universitario” che Gramsci compie presso la scuola di Torino: da
Umberto Cosmo ad Arturo Farinelli. Gramsci compie il suo apprendistato morale e
ideale alla scuola della cultura positiva che si nutre del rigore filologico
della ricerca senza cadere nella mera erudizione e nello sterile accademismo.
Di qui la critica gramsciana a quella riduzione positivistica ed
evoluzionistica del marxismo di vulgata,
secondointernazionalista. In questo humus,
Gramsci compie la sua formazione (senza per altro rinunciare all’idea di
portare a compimento i suoi studi universitari). È la lezione torinese del
pensiero critico e del metodo storico che Gramsci pone alla base del suo
“giornalismo integrale”- inteso come strategia per la verità -,
differenziandosi dalla pubblicistica propagandistica, propria anche della
tradizione socialista. In occasione del primo conflitto mondiale, col dilagare
di un giornalismo propagandistico e menzognero, Gramsci sceglie di mettere a
frutto la lezione torinese e di sviluppare, nella sua attività giornalistica,
l’attitudine di scienziato sociale: qui si palesa già una lettura antidogmatica
di Marx. L’esperienza dell’Ordine Nuovo è strettamente connessa
alla necessità che il proletariato si doti di una propria cultura, oltre che
appropriarsi della cultura borghese.
Nel corso
della sessione sono intervenuti e intervenute anche Renate Holub, sulla necessità di una ricerca degli intellettuali
sulle trasformazioni indotte dal nesso fra capitale finanziario e capitale
informatico; e Giuseppe Andrea Manias
sul rapporto tra Gramsci e il movimento anarchico nel periodo dell’Ordine Nuovo, con particolare riferimento
all’accezione positiva che Gramsci dà del “libertario”. Raul Mordenti, poi, ha tracciato le linee di una antropologia
filosofica gramsciana, che colmerebbe una lacuna del pensiero marxiano e
marxista. Gramsci pone al centro della sua riflessione sull’egemonia la
necessità della trasformazione del senso comune e riflette sul nesso tra potere
e linguaggio. Su questo terreno fiorisce la famosa domanda
della Spivak: “possono i subalterni parlare?”. Usare la parola di chi domina
non è per i subalterni - nota Mordenti - “parlare”. Occorre, dunque, un gesto
delle classi subalterne in grado di rifiutare il racconto che l’ideologia
borghese esibisce: è necessario costruire un discorso che ricongiunga la parola
alla soggettività. Sonita Saker ha
posto al centro del suo intervento il sardismo di Gramsci e quello di Grazia
Deledda alla luce del problema del subalterno. Gianni Fresu è intervenuto sulla relazione continuità-contiguità
tra Labriola e Gramsci in chiave antideterministica e oppositiva alla II Internazionale.
Nel corso della sessione pomeridiana, dedicata al tema Rivoluzione
passiva e lotta egemonica e presieduta da Giuseppe Vacca, si sono
articolati molti interventi, dopo le relazioni introduttive di Carlos Nelson
Coutinho e Pasquale Voza.
Carlos Nelson Coutinho – dopo aver esposto il concetto gramsciano di
rivoluzione passiva e le annotazioni gramsciane sulla controriforma - ha
affermato che l’attuale fase di globalizzazione neoliberista non è definibile
come una rivoluzione passiva nel senso gramsciano: la rivoluzione passiva,
infatti, che è stata spesso, e con esiti non sempre felici, assunta come
criterio interpretativo di epoche diverse tra loro, implica l’assunzione
effettiva da parte delle classi dominanti di alcune delle rivendicazioni provenienti
dal basso (tale fu il processo di costituzione del moderno Stato borghese in
Italia). Nell’attuale epoca neoliberale si assiste, invece, a una
de-costruzione dei diritti sociali che sono stati conquistati all’epoca dello
Stato sociale (epoca che è stata veramente di rivoluzione passiva). Riguardo al
concetto di trasformismo, Coutinho sostiene che esso può essere proprio sia
delle fasi di rivoluzione passiva, sia delle fasi di controriforma.
Pasquale
Voza ha affrontato il problema della
costituzione politica della soggettività a partire dalla centralità e dalla
dinamicità/dialetticità che, nei Quaderni,
assume la nozione di “rivoluzione passiva” come tensione
politico-conoscitiva che si riarticola tra passato e presente: la nuova
relazione fra questione dell’egemonia e piano dei processi produttivi nella
complessità della società civile moderna sollecita, infatti, Gramsci ad una
ridefinizione del nesso guerra di posizione-rivoluzione passiva. La riflessione
gramsciana sul moderno primato della politica si articola anche come
ritraduzione critica delle riflessioni di Michels e Weber (la politica come
professione) e come risposta all’”etico-politico” crociano. Qui nasce anche la
nuova “questione politica degli intellettuali”, non disgiungibile dal carattere
innovativo della declinazione gramsciana del problema della realtà delle
ideologie. In particolare, Gramsci problematizza la costruzione di un
“progresso intellettuale di massa” alla luce proprio della contraddittorietà
della “coscienza teorica” dell’ “uomo attivo di massa”: il processo
“molecolare” di costituzione politica della soggettività passa allora
attraverso una lotta interiore di “egemonie politiche”. Gramsci pone allora le
basi per un nuovo rapporto tra movimento operaio e intellettuali, per la definizione
dell’intellettuale nuovo, che sappia “sentire” e “comprendere”: una riflessione che, anche nell’attuale fase di
dilatazione totalitaria del capitalismo post-fordista e di incorporazione dei
saperi nella macchina, ci parla ancora.
Nel corso delle comunicazioni, Michele
Fiorillo ha analizzato l'idea di "giornalismo" integrale che in
Gramsci dovrebbe forgiare i gusti e le opinioni dei lettori. Tale concezione è
interpretabile come un momento fondamentale della teoria gramsciana
dell'egemonia funzionale all'istituzione di un nuovo tipo di Stato. Benedetto Fontana ha evidenziato il
ruolo assolutamente predominante, nella teorizzazione gramsciana, del pensiero
di Lenin, soprattutto in relazione alla questione della coscienza e
dell’organizzazione delle soggettività politiche nel processo rivoluzionario: è
questo tema che permette a Gramsci di innovare la teoria marxiana. Gramsci
rappresenta, secondo Fontana, una sintesi fra Marx (che intende la classe come
soggetto e il partito come strumento) e Lenin (che intende il partito come
soggetto e la classe come strumento); Marcus
Green si è soffermato ampiamente sul
nesso Gramsci-gruppi subalterni; Renato Caputo ha affermato la necessità
di riprendere la riflessione gramsciana per contrastare l'attuale "retorica"
dei diritti umani compiuta dalle classi dominanti (e fatta propria dalle
sinistre occidentali) destinati a rimanere meramente formali in una società
capitalistica; Mike Donaldson ha contestato l'uso post-marxista di
Gramsci che avrebbe rimosso dalla sua elaborazione del marxismo il concetto di
classe.
La giornata del 5 maggio è stata caratterizzata nella prima parte da
due seminari paralleli; in uno, Le lingue e i linguaggi, presieduto
da Domenico Jervolino, si è tentato di mettere al centro del ragionamento la
questione linguistica nel pensiero di Gramsci. Derek Boothman, nella sua introduzione, ha analizzato
gli appunti ancora inediti che Gramsci stese durante la frequentazione del corso
di glottologia tenuto da G. M. Bartoli. Da essi, oltre alla diade
dialetto-lingua nazionale già sviluppata da Lo Piparo, emergono altre nozioni
(Oriente-Occidente, la natura delle forze barbare, ecc.) e diverse forme di
egemonia. La natura stessa della lingua, per omologia, offre un modello per la
nozione, che Gramsci svilupperà nei Quaderni,
di ideologia.
Nel corso degli interventi, Alessandro Errico,
in polemica con le recenti strumentalizzazioni di Gramsci compiute dalle
attuali classi dirigenti, ha ribadito che l'acume teorico del pensatore sardo
non dovrebbe mai far dimenticare che la filigrana della filosofia della praxis
è l'azione rivoluzionaria. Anche quando si confronta con tematiche non
immediatamente "politiche" (Errico sviluppa le note contenute nei Quaderni relative alla
"grammatica" in senso stretto, rilevandone una sottotraccia come
"grammatica del potere"), il contesto è sempre la
"trasformazione molecolare" della realtà nei suoi connotati
politico-sociali. Ludovico De Lutiis, prendendo le mosse dal concetto
gramsciano di "progresso intellettuale di massa", ha analizzato
l'evoluzione dei mass media così come è stata impostata dallo stesso Gramsci
nei Quaderni del carcere. L'ipotesi
formulata è che vi sia una frattura (individuabile per l'Italia nel 1993-94)
definibile come fusione tra politica e mezzi di informazione e incentrata
sull'inversione di ruolo tra domanda e offerta e sulla trasformazione dei
partiti politici; Peter Ives è
intervenuto sul nesso tra linguistica e ruolo dell’egemonia statale; Costanza Orlandi ha connesso l’analisi
dei Quaderni alla formazione
linguistica di Gramsci, proponendo una lettura a essi trasversale dei problemi
del linguaggio e, dunque, una intepretazione del Quaderno
Il secondo seminario, intitolato Marxismo come filosofia della
praxis, si è svolto nella Sala
del Consiglio comunale di Ghilarza ed è stato presieduto da Giuseppe
Prestipino. Nella relazione
introduttiva Giuseppe Cacciatore ha
sottolineato come il pensiero gramsciano abbia soprattutto contribuito a
ripensare criticamente il concetto di “storicità” in contrapposizione a una
interpretazione fatalistica e deterministica della storia; il comunismo critico
di Gramsci, così distante dalle interpretazioni evoluzionistiche e
riduzionistiche del marxismo secondointernazionalista, sarebbe anche il frutto
di un recupero dell’idealismo filosofico, filtrato da quel retroterra ideale e
culturale che si radica nella tradizione dello storicismo italiano e che con
Labriola fonda l’autonomia teorica del materialismo storico. A detta di
Cacciatore, è anche questo tessuto connettivo sottostante che permette a
Gramsci di recepire la lezione leniniana, in termini di visione
critico-problematica e aperta della storia, contro il fatalismo sociologico ed
economicista. La filosofia della prassi gramsciana approda a una concezione
rinnovata della natura umana, mai interpretata come ipostasi astratta, ma
sempre nella sua relazionalità problematica: contro l’oggettivismo fattuale ed
economicistico, per Gramsci si dà realtà solo a partire dal rapporto di
modificazione promosso dall’intervento soggettivo, tale per cui la prassi è
sempre attività trasformatrice umana. Ma contro un monismo ontologico di
derivazione idealistica, Gramsci è alla ricerca dei nessi che si svolgono tra
struttura e sovrastruttura, in quanto la prassi è sempre la materialità dei fatti
modificati dall’attività trasformatrice dell’uomo. Se, dunque, la prassi è il
centro unificatore, ovvero il “luogo” dove diventa evidente l’unione tra la
struttura economica e l’attività umana, il soggettivismo gramsciano non conduce
ad una forma di immanenza speculativa propria anche dell’hegelismo, ma ad uno
“storicismo assoluto”, inteso come rivendicazione della totale terrestrità
assoluta del pensiero, un umanesimo in storia.
Molte e interessanti le
comunicazioni. Tra queste: Peter Thomas
ha trattato il rapporto tra ideologia e filosofia nel Quaderno 10 alla luce della critica di Althusser (in Leggere il Capitale) dello
storicismo assoluto di Gramsci. Althusser e Gramsci hanno entrambi cercato di
pensare i presupposti di una filosofia del marxismo, inteso come concezione del
mondo integrale in grado di rileggere la tradizione filosofica occidentale e di
porre se stessa come nuova forma filosofica. In un periodo del rinnovamento
autocritico della tradizione del marxismo a livello internazionale, la critica
di Althusser ci mette a disposizione, secondo Thomas, qualche strumento per ripensare la
specificità del marxismo: anche se Althusser, sempre secondo Thomas, errava nei
suoi giudizi su Gramsci, il suo modo di rileggere i Quaderni mette alla luce quattro tesi gramsciane connesse al
rapporto tra ideologia e filosofia: la non-contemporaneità del presente,
l’assenza di una “cesura essenziale”, la traducibilità di
filosofia-storia-politica, fondata sul “motore movente” della politica, la
catarsi come rappresentazione della lotta di classe dentro lo Stato. Manuela
Ausilio si è soffermata sul
rapporto tra la gramsciana "società regolata" e la "volontà
generale" teorizzata da Rousseau. Il confronto tra i due pensatori
consente per l'autrice un ripensamento della democrazia sia nelle sue
condizioni etiche che nelle sue regole procedurali; Michele Filippini ha sottolineato che se, da un lato, è stato sempre letto come negativo il giudizio
gramsciano sulle scienze sociali, dall’altro esistono spazi per la ricerca
e la ricostruzione genealogica di alcuni concetti gramsciani di chiara
derivazione sociologica. Questo campo di studi rimette al centro il rapporto
tra marxismo e scienze sociali, dopo un lungo periodo di reciproca indifferenza. Gramsci recepisce il lessico e le tematiche
di Durkheim (attraverso Sorel), di Weber, degli elitisti italiani e si
confronta con De Man, Bucharin e i positivisti italiani. Livio Boni ha proposto una lettura
della “passione del femminile” in Gramsci alla luce di tre nodi non compiutamente
affrontati non solo negli studi gramsciani, ma anche nel rapporto tra pensiero
marxista e non-marxista (in particolare, nell’articolazione fra marxismo,
psicoanalisi e femminismo). In primo luogo, secondo Boni, in Americanismo e fordismo si può ravvisare
un’autonomia della questione femminile rispetto al problema della divisione del
lavoro e della riproduzione sessuale; inoltre, la riflessione di Gramsci sulla
questione sessuale connetterebbe marxismo e psicoanalisi (in direzione diversa
da quella canonica del freudo-marxismo), aprendo un varco legittimo all’uso
“culturalista” che gli Women Studies
e il femminismo contemporaneo fanno di Gramsci; infine, la passione del
femminile (nel doppio senso del genitivo) sarebbe oggetto in Gramsci non solo
di una trattazione teorica: essa ha un complemento soggettivo e sintomale nel
“transfert a tre” che attraversa le Lettere;
L'intervento di Francesco Saverio Festa ha confrontato
l'elaborazione teorica di Gramsci con la variante neokantiana del marxismo del
primo Novecento; Rita Medici ha
riletto il rapporto tra Gramsci e la tradizione del marxismo italiano come
“filosofia della prassi”; Georges Elia
Sarfati si è invece soffermato sul problema del senso comune in Gramsci.
Nel corso della sessione pomeridiana, presieduta da
Joseph Buttigieg, è stato affrontato il tema Gramsci nel mondo d’oggi. Nella
sua relazione, Guido Liguori – dopo aver passato in rassegna alcuni aspetti degli
studi gramsciani odierni nel mondo, in particolare nell’America latina –, si è
soffermato sulle tendenze oggi prevalenti nel mondo anglofono e in Italia. Nei cultural
studies, negli studi post-coloniali, negli studi sui subalterni vi sono
molti riferimenti a Gramsci, non tutti autorizzati dai testi lasciatici dal
marxista sardo anche se spesso creativi e interessanti. In Italia vanno invece
prevalendo negli ultimi anni gli studi filologici e di
contestualizzazione storica, tutti tesi a una migliore comprensione dei testi
del carcere, spesso di difficile decifrazione. È necessario che si stabilisca
un ascolto reciproco tra i due campi, perché gli studiosi italiani recepiscano
aspetti nuovi e poco esplorati del pensiero gramsciano a lungo rimasti in
ombra, e perché gli studiosi non italiani, specie coloro che non leggono
l’italiano e non possono studiare i testi in maniera filologicamente avvertita,
imparino a non stravolgere il pensiero gramsciano ed evitino di usarlo in
direzioni addirittura opposte a quelle auspicate dal comunista sardo.
Aprendo gli interventi, Yuri Brunello ha sostenuto la presenza di tre diverse idee di
cultura in Gramsci: come "civilizzazione", come "critica della
civilizzazione" e come modo di vita della società. Ognuna di esse comporta
un modo di produzione differente: dalla società feudale nasce la prima
versione, dalla società capitalistica la seconda; dal seno di una società senza
conflitti emerge la terza idea gramsciana di cultura. Nel modo di produzione
socialista però, in un'ottica internazionalista, a trionfare sarà una sola
cultura sulle altre. Giovanni Semeraro ha sviluppato un confronto tra la
teoria educativa di Paulo Freire (nello specifico il suo concetto di
"liberazione") e l'egemonia gramsciana. Tale intreccio ha, secondo
Semeraro, ispirato e fecondato le lotte politiche in Brasile tra gli anni
Sessanta e Novanta. L’intervento di Tatiana Fonseca Oliveira ha preso in
esame la ricezione e le ripercussioni delle idee di Gramsci in Brasile dove la
sua opera è stata introdotta nel 1966. Gian
Luigi Deiana ha parlato de “il principio della storia e la fine della
storia: Gramsci all’epoca di Fukuyama” alla luce di dieci opposizioni
dicotomiche: riconoscimento/disconoscimento, maieutica/interrogazione,
fissazione/rimozione, Gramsci/Marx (come slittamento di paradigma),
umano/disumano, ideologia/alienazione (come prezzo filosofico della filosofia
della prassi), imperialismo/produttivismo (intesa come primato filosofico
dell’homo faber), innatismo/fatalismo (rapporto tra storicismo e
antinaturalismo), bildung/archetipi (intesa come nesso fra educazione e
antropologia), scontro/incontro delle civiltà. Lelio La Porta ha proposto un Gramsci per la scuola: le conoscenze
che gli studenti delle scuole medie superiori hanno di Gramsci sono di fatto
inesistenti. Affinché si attivino modalità di apprendimento è necessario che
sia messo a disposizione degli alunni e degli insegnanti uno strumento che consenta un approccio alla figura e
all’opera del pensatore sardo, che ne faccia, soprattutto per i giovani, un “compagno di banco” da imitare
piuttosto che un esclusivo oggetto di studio.
In coda all’ultima sessione del
convegno si è svolta l’Assemblea della IGS, di cui si riferisce a parte.
La mattina seguente, domenica 6
maggio, il convegno si è spostato ad Ales, il paese natale di Gramsci, dove si
svolto un incontro con artisti e intellettuali introdotto da Paolo Zucca. Dopo
la riproposizione del dialoghetto di Giorgio Baratta e Clara Murtas,
rappresentato già nella prima giornata del convegno, vi sono stati momenti di
poesia in lingua sarda e si è svolto un entusiasmante concerto jazz. Un modo
popolare e creativo, molto gramsciano, di concludere la positivissima
esperienza di questo appuntamento della IGS nella terra di Gramsci.