Gramsci, le culture e il
mondo
di Elisabetta Gallo
Le due giornate di
studio su Gramsci, le culture e il mondo,
convegno internazionale promosso il 27-28 aprile 2007 dalla Fondazione Istituto
Gramsci in collaborazione con la International Gramsci Society
Italia, organizzate in quattro sessioni di lavoro (Gramsci
negli studi indiani sulle classi subalterne; Gramsci
negli studi Culturali britannici; Gramsci negli studi
culturali e postcoloniali nordamericani; Gramsci e Said nel mondo islamico
e nel Mediterraneo), si sono incentrate su autori quali Guha,
Hall, Said più che sul senso complessivo del pensiero
gramsciano. Relazioni e contributi hanno avuto per
oggetto soprattutto la ricerca compiuta a Calcutta, a Birmingham e nel nord
America su studi culturali e postcolonialismo, i
quali si sono ispirati anche ma non solo (e nemmeno soprattutto) al
pensiero di Gramsci. Le domande alle quali il
convegno ha cercato di rispondere hanno riguardato il significato di queste
ricerche e la loro attuale collocazione nel panorama
mondiale.
Il convegno è
riuscito ad avere quel respiro internazionale che i promotori si erano proposti
grazie a numerose presenze da molte parti del mondo, ad eccezione della realtà
sudamericana, la cui assenza è particolarmente significativa
visto l'enorme sviluppo degli studi gramsciani nel
continente latinoamericano.
È possibile
individuare nele due giornate di convegno tre filoni
principali. Il primo è l'uso ed abuso di Gramsci. La
versatile qualità della scrittura gramsciana,
tradotta in maniera ampia e diversificata, è approdata
a conclusioni inconcepibili per lo stesso Gramsci.
Tale utilizzo dimostra forse che Gramsci può essere
ormai considerato un classico e l'utilizzo anche parziale del suo pensiero
nelle situazioni più svariate contribuisce alla sua vitalità. I Cultural Studies, ha affermato Sergia Adamo, insegnano che chi parla lo fa sempre da una posizione
storicamente e culturalmente determinata e non c'è mai un modo neutrale di
parlare. Per questo Spivak dà della subalternità una
lettura molto più complessa del termine, arricchita da
una connotazione di genere, omettendo l'analisi di altri aspetti della teoria
di Gramsci.
Vi è anche una
seconda accezione dell'esser divenuto il pensatore sardo un classico: la
riflessione gramsciana continua a porre nuove domande
agli intellettuali che oggi, rifacendosi a Gramsci in
maniera diversa ed originale, contribuiscono ad arricchirne gli aspetti teorici
più fecondi. Questo può essere il caso di Ghua che,
come ha spiegato Paolo Capuzzo, è autore di una imponente opera di ricerca archivistica sugli aspetti
coloniali della vita contadina, ispirata principalmente da tre autori: Mao Zedong e il suo concetto di
centralità contadina, Levi Strauss e il suo
strutturalismo e antropologia culturale; Antonio Gramsci
e le sue categorie di subalternità ed egemonia. È proprio di Gramsci l'unica citazione nel primo volume di tale opera:
“I subalterni subiscono sempre l'iniziativa dei gruppi
dominanti, anche quando insorgono”. Il carattere delle rivolte contadine
dell'India coloniale fornisce, per Guha, chiavi di
lettura che possono essere utilizzate come una sorta
di “grammatica” del fenomeno delle rivolte contadine avvenute nel mondo.
L'ispirazione gramsciana di quest'analisi
è evidente nel suo “prendere sul serio” la cultura contadina e il folclore.
Nell'India coloniale i proprietari della terra, i funzionari del potere
imperiale britannico e la finanza locale costituivano tre figure diverse, etnicamente e religiosamente, ma erano i nemici politici
dei contadini e costituivano un blocco storico dominante. I contadini
combattono in modo disgregato e frammentario, senza leaders
e senza prospettare un nuovo ordine; non per questo si tratta di meri fenomeni
di ribellismo: i contadini infatti sfidano l'ordine
simbolico e i segni del dominio. Malgrado il discrimine tra banditismo e rivoluzione sia davvero molto
sottile, esistono dei criteri che possono aiutare a non confondere i due
fenomeni: il carattere pubblico e non segreto delle rivolte, il loro carattere
distruttivo e non predatorio, il loro essere
collettivo e non individuale o per piccole bande, la loro capacità di
abbracciare la totalità della società in tutte le sue articolazioni. Le rivolte
contadine in India dimostrano una capacità di aggregazione
tramite il vincolo tribale di clan, per cui il loro modo di diffusione è
capillare e compatto ed è paragonato nelle cronache ad una epidemia virale.
Questo non significa però che i limiti tribali siano stati
superati e che il fronte si sia esteso in maniera definitiva.
Detto questo, Capuzzo mette in evidenza i punti
di distanza tra Gramsci e Guha:
Gramsci è mosso da un interesse più politico che
storico nello studio della cultura popolare; inoltre i sei punti metodologici
mostrano come i subalterni possano farsi Stato, dimostrando forse un eccesso di
fiducia storicistica in Gramsci,
fino all'accesso della subalternità alla cittadinanza. È qui che Guha prende le maggiori distanze da Gramsci:
il concetto occidentale di cittadinanza non è in India altrettanto
capace di dispiegare la sua forza. I diritti riconosciuti sono troppo astratti
per una subalternità ancora in uno stato di frammentazione. La via della
democratizzazione è parzialmente percorsa e procedere su di essa
appare molto problematico.
Altri intellettuali
la cui produzione ha trovato in Gramsci una svolta decisiva sono Stuart Hall,
direttore del Centro per gli Studi Culturali di Birmingham - che come Guha non ha potuto essere presente al convegno - e Raimond Williams, come viene illustrato nella relazione di Anne Sassoon. Le
analogie tra i padri fondatori degli studi culturali britannici e Gramsci sono profonde e riguardano il ruolo della cultura e
della letteratura; ma mentre in Gramsci questo era a
sostegno di un programma politico, in Williams e Hall il marxismo appare un
punto di partenza da sviluppare. Il “marxismo senza garanzie” di Hall è
profondamente influenzato dal decostruzionismo, ma la
“ricostruzione perpetua” e il “riposizionamento”
delle posizioni teoriche trovano profonde analogie con la natura frammentaria e
labile del senso comune e con i limiti dell'ideologia, entrambi teorizzati dal
pensiero gramsciano. Hall concorda con Gramsci nell'attribuire all'ideologia un ruolo comunque imprescindibile per il fatto che essa motiva
all'azione. La lotta per l'egemonia costituisce anzi, secondo
Elisabetta Gallo, il punto di incontro tra il marxismo e
il decostruzionismo di Hall e la condivisione con Gramsci di un nuovo senso storico: il rifiuto di sistematizzare in modo prematuro e al di fuori dalla lotta
egemonica. Anne Sassoon ha
illustrato inoltre come per lo studio del thatcherismo
e della sua capacità di far leva sul senso comune Hall utilizzi il concetto di
rivoluzione passiva gramsciano: la rivoluzione di
tipo repressivo sul modello del fascismo in Italia. Hall ritiene le scelte
economiche e l'organizzazione dello Stato decisive per comprendere la natura
del potere che però rimane molteplice: etnicità,
razzismo, il rapporto tra nord e sud e tra città e campagna impediscono
la riduzione del conflitto a una sola dimensione. I temi al centro
dell'interesse di Hall sono numerosi e, per stessa ammissione dell'autore,
parziali e frammentari nella loro specificità storica. Sicuramente esiste una
difficoltà oggettiva da parte di Hall a incarnare
l'«intellettuale organico» gramsciano (per una serie
di difficoltà operative incontrate dal Centro di Birmingham e non
sufficientemente studiate); così come è difficile scindere Hall dal pensiero di
Althusser: una sorta di “eminenza grigia” in Hall ben
più di Gramsci, come afferma Miguel
Mellino. Ma a parere di Sassoon
Hall ha in comune con Gramsci non solo l'appartenenza
a due culture, una dominante ed una periferica, ma anche una specifica
sensibilità che ha permesso ad Hall di coglierne
l'essenza.
L'originale elaborazione
che il pensiero di Gramsci subisce da parte di alcuni intellettuali comporta il dubbio sulla misura in
cui Gramsci venga “piegato” a sostegno di tesi
altrui: preoccupazione per Joseph Buttigieg non infondata se si pensa a come Marx sia
stato “tumulato” dopo l'89 e come anche Gramsci
rischi di essere consegnato a un capitolo chiuso della storia. Buttigieg si interroga se
l'assunzione di Gramsci a “classico” possa costituire
una forma di mutilazione del suo pensiero, privato di forza politica. In Questioni
di metodo Gerratana definisce Gramsci
un classico non solo perché spiega la sua e la nostra epoca, ma anche perché è
possibile reinterpretare Gramsci
alla luce di nuove problematiche. Buttigieng giudica
quindi fondamentale all'eredità gramsciana non interpretazioni
meccaniche e già recepite, ma la presenza di lettori
critici, perspicaci e non ortodossi come Said. In Cultura
e imperialismo si parla della lenta egemonia sulla società civile, degli
intellettuali asserviti al potere, della questione meridionale… tutti temi cari
a Gramsci. Ma Said recepisce Gramsci soprattutto
nell'attenzione sia al dettaglio che ai grandi processi, cioè nello stile e
metodo dei Quaderni. Il punto fondamentale per Buttigieg
non è la quantità o la correttezza delle citazioni di Gramsci
in Said, ma piuttosto se Said
ci aiuta a vedere Gramsci in una luce nuova. Le
difficoltà del testo gramsciano non sono esterne al
suo significato, visto che la coscienza critica è la
peculiarità di Gramsci. La filosofia della prassi si
caratterizza col rifiuto di aderire organicamente ad un sistema, come affermano
Gerratana e Francioni e
come Said, profondamente antisistemico, ha colto;
malgrado non abbia probabilmente letto né Gerratana
né Francioni.
Esiste poi un terzo
aspetto emerso nel convegno: un diffuso bisogno di ritornare alla lettera del
testo gramsciano, non ancora sufficientemente
analizzato e ricco di potenzialità interpretative. Nella sua relazione Marcus Green insiste sulla parzialità con cui
Gramsci viene tradotto. Se
noi comprendessimo i testi gramsciani in maniera più
approfondita e ne proseguissimo gli imput
risponderemmo a molte domande sulla subalternità in quanto fenomeno storico. Le
pseudoteorie scientifiche e biologiche sulla
subalternità nel mezzogiorno e nelle campagne dagli scienziati positivisti ed
evoluzionisti come Lombroso, Loriani
o Barzellotti (che relega il caso Lazzaretti alla
sola questione religiosa), impongono una lettura univoca della subalternità in quanto fenomeno criminale, dovuto a predisposizioni
antropologiche scientificamente dimostrate. Il fatto che i sostenitori di
questa scuola di pensiero si considerassero marxisti e socialisti turbava Gramsci e vedeva in questo
un segno politico grave. Lo studio della letteratura, affiancato a un differente uso della storia, è visto giustamente da Gramsci come uno dei più fecondi filoni di studio del
popolare e della subalternità. La rappresentazione degli umili e dell'utopia, cioè la rappresentazione della società ideale, sono elementi
che disseminano la produzione letteraria e filosofica fin da Platone. Ne La tempesta di Shakespeare,
così come in Manzoni, gli umili non sono derisi ma
non sono descritti con profondità spirituale, allineando la loro
rappresentazione a quella paternalistica e superiore del potere. In questo modo
la letteratura sui subalterni ne rafforza la
subalternità in quanto contribuisce a costruire il senso comune delle masse,
rappresentandole umili, passive, ignoranti. La storia ma anche la letteratura
proveniente da più parti del mondo potrebbe provare che questo non è vero e che
l'azione dal basso non è stata così infruttuosa. In India il recupero di Gramsci studioso della rivoluzione passiva, del
nazionalismo, del Risorgimento, abbinato alla ricerca storica e letteraria, sta
dando i suoi frutti nell'analisi specifica della situazione post-coloniale.
Anche Benedetto Fontana
sostiene che la sinistra nordamericana, impegnata in una durissima “guerra di
posizione”, potrebbe trovare nello studio di Gramsci
un enorme impulso. Potenzialità politiche sono presenti nella società civile e
nei suoi movimenti, che raramente negli USA hanno
costituito una seria minaccia per il sistema. Anche
nelle università le avanguardie intellettuali, prodighe di teoria sui diritti
delle minoranze, tendono a perdersi tra i meandri del multiculturalismo
e teorie dell'identità, anziché divenire “organiche” e aggregare in un fronte
unico la subalternità, come una sorta di “moderno principe”. L'opera di Buttigieg e di Cammet è stata
fondamentale per la diffusione del pensiero gramsciano
negli USA, anche tra i conservatori. Gramsci è di fatto l'unico marxista le cui idee continuano ad avere
seguito e potrebbe giocare un ruolo enorme di contrasto alla paurosa offensiva
culturale della desta.
Di questa
offensiva culturale Renate Holub dà una descrizione analitica e allarmata.
Dall'inizio della Guerra del Golfo del 2003 la deriva
antidemocratica pare inarrestabile. Attraverso il controllo del
media televisivo, il linguaggio semplificato e
de-intellettualizzato (dualismi semplici e acritici, confusione causa-effetto),
tipico della destra conservatrice, ha assunto tinte bellicose e aggressive.
L'intelligenza critica è paralizzata e le libertà civili hanno subìto una restrizione reale. Gli studi culturali, animati
dalla volontà delle minoranze di far parte del sogno americano, non si interrogano sui costi di questo sogno nelle altre aree
paesi nel Sud del mondo, contribuendo così alla diffusione del pensiero
liberista e a un certo darwinismo sociale. Inoltre la diffusione degli studi
culturali nell'università è chiusa nei “recinti” delle scienze sociali e
umanistiche, più povere di finanziamenti e lontane dall'intaccare gli assetti
economici e politici. Ciò riflette esattamente fenomeni egemonici che
dovrebbero essere analizzati con gli strumenti teorici gramsciani.
Analogamente
un'analisi critica di tipo gramsciano sarebbe
necessaria nell'affrontare il problema dell'indigenismo,
del terrorismo, del tribalismo, in una situazione
planetaria caratterizzata dall'escalation della violenza. Ronald Judi si chiede
come spiegare questa violenza di massa e che rapporto essa abbia
con le formazioni politiche con lo sviluppo del capitalismo “made in USA”. Tutti questi fenomeni di violenza sono
iscrivibili nella subalternità? Se si prendono come riferimenti i criteri
metodologici del Q 25 evinciamo che la natura
frammentaria ed episodica della subalternità dovrebbe evolversi gradualmente
nella forma compiuta dello Stato, ma le cose stanno proprio così? Non accade
forse che società civili e politiche, in particolari circostanze storiche
(tutte da esaminare), ricadano nella frammentazione tribale? La Subalternità è
una costruzione storica e non una condizione antropologica, essa è perciò
soggetta a trasformazioni che meriterebbero uno studio socio-economico
e storico capillare. Purtroppo questi fenomeni sono anche oggi, così come denunciava Gramsci, relegati nel
“pittoresco”, nell'anomalia bizzarra o nella pura irrazionale barbarie. La
contrapposizione tra società civile e non civile andrebbe approfondita e forse
categorie come “popolare” e “folklore” rischiano di essere
obsolete o non sufficienti alla comprensione. Altre sono le
contrapposizioni su cui bisognerebbe fare maggior luce: Al Qaida
si contrappone davvero al mercato? Il comunismo ha forse affossato i movimenti?
Per comprendere tutto questo l'analisi di Gramsci
sarebbe importante, illuminante, chiarificatrice.
Come nota Mauro
Pala emerge da questi interventi l'attenzione a
un'analisi locale e storicizzata alla quale Gramsci
sembra in grado di fornire strumenti teorici utili. Sembra porsi una più ampia
domanda di cittadinanza non solo nelle aree del terzo mondo ma anche negli
Stati Uniti e in un'Europa, dove essa dovrebbe prescindere dalle singole aree
nazionali. La democrazie appaiono solo parzialmente
rappresentative anche al loro interno, dominate, secondo Iain
Chambers, dalla tendenza a sfruttare altre
realtà e a imporre il modello occidentale come l'unico possibile.
Le barriere
linguistiche e i rapporti tra radicamento linguistico ed ambiente potrebbero
trovare nel Gramsci etnolinguista
elementi inediti da esplorare, come sottolineano gli
interventi di Giancarlo Schirru e Rocco Lacorte, soprattutto se si considera che linguisti
della portata di Chomsky continuano ad avere una
lettura discutibile di Marx e incomprensione pressoché totale di Gramsci.
La spinta
a ritornare alla lettera del testo gramsciano prende
le mosse anche da intellettuali che, avendo una conoscenza di Gramsci parziale e generica, si domandano se questioni di
scottante attualità possa trovare in Gramsci una
risposta. Una queste è il rapporto tra Occidente e
mondo arabo. Abdesselam Cheddadi
si domanda cosa ha impedito storicamente al popolo arabo di unificarsi
politicamente e che cosa impedisca oggi, in molti paesi arabi, lo sviluppo
verso lo Stato integrale. Colonialismo e neocolonialismo sono sottesi
sicuramente ai troppi governi-fantoccio, gli apparati statali avulsi dalla
società, il mancato sviluppo di un sistema scolastico pubblico, l'imposizione
della lingua straniera dominante, la relegazione della cultura araba al solo
aspetto religioso, l'immagine della civiltà occidentale superiore, in nulla
debitrice alla quella araba. Gli arabi sono stati
costretti a chiudersi nella loro cultura, isolandosi ed introiettando
la visione anacronistica che l'occidente ha del mondo arabo, riproducendo il
sistema statale coloniale, sostanzialmente medioevale (clientelare,
burocratico, repressivo, teocratico). In tale sistema tribale è impossibile
ragionare in termini di borghesia e di proletariato. Le forze intellettuali (ulema) sono sotto il controllo dello Stato. Lo Stato, per
la prima volta, dirige la religione; ciò è caratteristico del nuovo Stato arabo
moderno e non è un retaggio dell'antichità.
Malgrado le difficoltà, una
nuova e più matura società civile spinge nella direzione dell'apertura nei
paesi islamici, ma l'accresciuta aggressività delle potenze economiche
occidentale fomenta spesso all'interno di tali paesi l'integralismo e la
conservazione. Massimo Campanili fa risalire al 1967,
anno della sconfitta degli arabi e delle idee pan-arabe (morte di Nasser, guerra dei sei giorni), la crisi del
rapporto tra intellettuali e politica. Fallito il ruolo dei partiti nella
costruzione del “moderno principe”, gli intellettuali arabi si sono divise tra
islamismo e nichilismo autodistruttivo. Ibraim Abu Abil è tra gli intellettuali
arabi che tenta di studiare una possibile ricostruzione del tessuto
politico con le categorie di Gramsci partendo dal
ruolo degli intellettuali religiosi, gli ulema, domandandosi
se essi possano svolgere il ruolo dell'intellettuale organico anziché chiudersi
nel bieco integralismo.
La relazione di Derek Boothman si è
assunta il compito di rintracciare tra gli scritti gramsciani
riferimenti espliciti al mondo islamico, trovandoli in un articolo del 1925,
dove Gramsci difese il
nazionalismo rivoluzionario, anche se non comunista, giudicando importante il
legame tra nazionalismo e l'Islam. I verbali del Komintern,
trattando della questione orientale, offrono spunti le cui tracce sono presenti
nei Quaderni. In questi verbali si mette in evidenza
la posizione del clero, riconoscendo che molti capi religiosi sono anche capi
di rivolte anticoloniali. Ci si spinge a riconoscere che l'Unione Sovietica non
è l'unico nemico dell'imperialismo britannico, c'è anche l'Islam contadino. In
polemica con la sinistra bordighista, Gramsci riteneva che sarebbe stato possibile spostare le
masse contadine islamiche, così come quelle cattoliche; ci voleva però un
intellettuale capace di istaurare un dialogo. Oggi invece, conclude
Boothmann, prevale nel rapporto con l'Islam lo
scontro di civiltà, insistendo sulle divisioni piuttosto che dell'azione
reciproca e dei punti in comune.
Alcuni interventi,
come quello di Ursula Apitzsch,
sottolineano come non solo l'analisi gramsciana ma
anche quella delle scuole che a Gramsci si ispirano,
come quella di Birmingham, risultano insufficienti nella comprensione del multiculturalismo, soprattutto negli aspetti religiosi e
simbolici. Questo non permette di comprendere adeguatamente i fenomeni
religiosi e gli atteggiamenti simbolici tipici dei gruppi di migranti che
convivono con gli europei, spesso senza ad essi
mescolarsi. Questi aspetti coinvolgono in Occidente anche la piccola dimensione
domestica e familiare, oltre la grande dimensione
religiosa storica ed universale. Religione e appartenenza etnica non solo
legati in maniera strutturale: molti fenomeni di integralismo
religioso, come l'uso del velo delle figlie delle famiglie laiche di immigrati,
sono interpretati come forme di conservazione delle abitudini tradizionali. Si
tratta invece di rivendicazioni di identità culturale
contro la secolarizzazione forzata o l'incombere dei privilegi della religione
cristiana, tipiche delle società europee, spesso incapaci di garantire la
tolleranza. La dialettica del modello europeo di organizzazione
secolarizzata fomenta e costringe i secolarizzati a sviluppare forme di
identità culturale di matrice religiosa.
Secondo Vincenzo
Vita la sinistra non ha forse compreso l'importanza della cultura popolare,
forziere di antipolitica e di esclusione, così come ha
abbandonato il concetto di etnocentrismo critico,
categoria demartiniana oggi datata ma che, secondo
Anna Maria Rivera, ricoprì
un ruolo fondamentale.
Sicuramente, ha
affermato Anne Sassoon, non
possiamo chiedere a Gramsci tutte le risposte per
comprendere il presente: non possiamo rimproverare a Gramsci
di aver affrontato con superficialità i temi del femminismo o del razzismo e a
Marx di non aver compreso il problema ambientale. È chiaro che dobbiamo fare
parzialmente da soli nella soluzione di questi problemi, cercando di
comprendere i testi per quello che davvero hanno cercato di dire. Viene quindi ribadito l'invito a leggere e a rileggere i
testi in modo critico ed intelligente, ma la stessa Sassoon
constata che oggi nel Regno Unito (da dove l'avventura mondiale di Gramsci ha avuto inizio) l'interesse in Gramsci
è scemato. Gli anni Sessanta e Settanta hanno visto imporsi i temi gramsciani nel dibattito culturale tra alta e bassa
cultura, tra cultura operaia e cultura borghese, e negli stessi anni la New Left riuscì ad imporre al
dibattito politico e culturale l'estensione del welfare,
la lotta per il disarmo nucleare, l'educazione per gli adulti. Ma se la cultura
politica fa la sua parte essa non può sostituirsi alla
politica tout court.