Il Gramsci di Luciano Canfora

 

Lelio La Porta

 

 

Parlando della classicità del pensiero di Gramsci si è scritto e detto che scomparso il Pci, all’ombra delle cui vicende si era spesso giocata la stessa identità politica e teorica di Gramsci, ora definirlo un “classico” diventava finalmente possibile. Eppure all’attento lettore, che non è detto debba necessariamente essere anche un esegeta, non può sfuggire l’intreccio quasi inestricabile che lega il rivoluzionario sardo alla storia di quel partito che proprio dalla sua azione prese i caratteri che lo contraddistinsero a partire dal 1926, dal Congresso di Lione. L’unicità della rivoluzione che scoppiò in Russia nel 1917 e che, per un breve momento, sembrò dovesse dilagare nell’Europa intera, e oltre, e la violenza della restaurazione antibolscevica che, in Italia, prese le forme violente e totalitarie del fascismo, orientarono in un modo o nell’altro le scelte di quella generazione, alla quale appartenne Gramsci, che volente o nolente fu costretta a confrontarsi con quegli eventi e, soprattutto riguardo alla rivoluzione, si prodigò nel tentativo, che sappiamo non riuscito, di diffonderla; una generazione, come accennato, che fallì l’obiettivo e dovette riflettere sul perché del fallimento e sulla ricerca di strade nuove per la rivoluzione in Occidente. Per quanto molti esegeti (non più, quindi, soltanto lettori) abbiano tentato in tutti i modi di dimostrare l’esistenza di un Gramsci estraneo a queste vicende storiche, nessuno, nella realtà, più di Gramsci ne fu partecipe.

Felix culpa” è stata definita quella commessa dai giudici che lo condannarono, e dallo stesso Mussolini che con “ferocia totalitaria” volle farlo arrestare nonostante, in quanto deputato comunista e, quindi, non partecipante all’Aventino, su di lui non dovesse cadere la scure dei provvedimenti liberticidi fascisti, perché da quella detenzione sortirono alcune delle più ricche intuizioni intorno alla storia in genere, a quella italiana e anche a quella del movimento comunista internazionale: «proprio quella situazione di isolamento ha orientato la mente di Gramsci verso un’ideale resa dei conti con la vicenda storica appena vissuta e, insieme, verso la ricerca di nuove strade di lungo periodo», scrive Luciano Canfora nel suo ultimo libretto Su Gramsci (Roma, Datanews, 2007, pp. 79, € 12,00).

Il libro di Canfora interessa proprio perché, diversamente da quanto avviene da parte di altri studiosi, non tanto pone problemi quanto cerca di dare loro risoluzione con un discorso storico fondato, sui fatti, sui documenti, sui dati e non sulla metafisica madre di tanta controffattualità nonché dello stesso revisionismo. A proposito del quale Canfora opera delle efficacissime distinzioni: infatti esiste un auto-revisionismo comunista secondo il quale, partendo dalla riscrittura della propria storia e della propria tradizione, «Gramsci […] diventa liberista e socialdemocratico»; esiste, però, un’altra specie di revisionismo, definibile come istantaneo, il quale, nel momento in cui sono stati proposti inoppugnabili documenti circa il ruolo di informatore di questura di Silone, o si è mostrato incredulo (in specie a destra) o ha mostarto imbarazzo (in specie a sinistra) nei confronti di uno scrittore che, sul lungo periodo, sarebbe di certo stato inserito nel Pantheon di nuove formazioni politiche nate dalla volontà di lasciarsi alle spalle le tradizioni del socialismo. E quale immane tragedia avrà procurato la rivelazione sulla vera identità di Silone fra gli «accusatori perenni di Togliatti»!

Resta il fatto – scrive Canfora – che ormai, sull’onda di revisionismi di tal fatta, «l’onere della prova pare che spetti a chi si ostina a sostenere che Gramsci fu un comunista». Ovvia la conseguenza: «sottrarre questo grande alla storia del comunismo piace alla destra; e piace anche a certa sinistra affetta da notorie, potenti amnesie. Per fortuna ci sono gli studiosi di storia e di testi, quale lo stesso Gramsci fu, ancorché chiuso a marcire in un carcere fascista».

E fra gli studiosi di storia e di testi va annoverato Canfora che, proprio in questa veste, dedica due capitoli del suo libro a una riflessione su Giulio Cesare, senza perdere di vista le emergenze dei nostri tempi, fra le quali c’è una profonda crisi della democrazia. Chiedendosi cosa essa sia (contenuti, metodo) e rifacendosi alle celebri elaborazioni gramsciane intorno al cesarismo, Canfora conclude che alcune volte il perseguimento dei contenuti tipici della democrazia, soprattutto quando a contrapporsi sono istanze che non tendono a un equilibrio o a una composizione, «fa capo ad un mediatore chiamato talvolta tiranno»; il che giustificherebbe l’ossimoro usato dall’autore in un suo famoso libro su Cesare, definito «dittatore democratico». A questo cesarismo progressivo si contrappone un cesarismo regressivo che ha i suoi simboli in Napoleone III e Bismarck.

Perché questa riflessione ha dei punti di contatto con la crisi della democrazia che stiamo vivendo? Perché «il cesarismo esprime la soluzione arbitrale affidata a una grande personalità di una situazione storico-politica caratterizzata da un equilibrio di forze a prospettiva catastrofica» (Gramsci). Tale soluzione non è detto debba essere autoritaria; ci si può arrivare con l’uso degli strumenti messi a disposizione dalla stessa democrazia, ossia il suffragio universale. La grande personalità, arrivata al potere, eserciterebbe, per evitare conflittualità, una pressione in senso profondamente antidemocratico bloccando quella tendenza della storia,  come nota Canfora, che da due secoli in qua si manifesta come tentativo «non ancora riuscito, attraverso la cogente istanza della giustizia, di dare a tutti la libertà». Insomma, una simile personalità priverebbe tutti della libertà.